Henri Michaux, Disegni commentati (a cura di Vittoria Mieli)

 

 

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DISEGNI COMMENTATI
Dopo aver fatto alcuni disegni a matita, dopo averli ritrovati in un cassetto qualche mese dopo, rimasi sorpreso come di fronte a uno spettacolo mai visto prima, o meglio mai compreso, che si rivelava, che è questo:

1

Sono tre uomini, pare; il corpo di ognuno, il corpo tutto, è ingombro di volti; i volti si spalleggiano, e le spalle malaticce aspirano alla vita cerebrale e sensibile.
Persino le ginocchia cercano di vedere. E mica per scherzo. A dispetto della stabilità, hanno pensato di farsi bocche, nasi, orecchie e soprattutto di farsi occhi; orbite disperate attaccate alla rotula. (il complesso della rotula, così si dice, il più complesso di tutti).
Così è il mio disegno, così prosegue.
Dalle profondità dell’addome parte un viso bramoso di arrivare in superficie, invade la cassa toracica, ma quando invade è già plurale, è molteplice, e certo altri mucchi di teste ancora soggiacciono e si rivelerebbero quando percossi, se non fosse che un disegno non si può auscultare. Questo ammasso di teste forma più o meno tre personaggi che temono di perdere il loro essere; sulla superficie della pelle, gli occhi puntati ardono dal desiderio di conoscere; l’ansia li divora, di perdersi lo spettacolo per cui vennero fuori, alla vita, alla vita.
Così, a decine e decine appaiono le teste che sono l’orrore dei tre corpi, famiglia scandalosamente cerebrale, pronta a tutto pur di sapere; pure il collo del piede vuole farsi un’idea del mondo e non solo del suolo, del mondo e dei problemi del mondo.
Niente permetterà di essere fianco o braccio: dovrà essere tutto testa, o niente.
Tutti questi pezzi compongono tre esseri devastati fino allo sgomento che si sostengono a vicenda.

2

Come guarda! (il collo si è allungato fino a essere un terzo di lui). Come ha paura di guardare! (all’estrema sinistra, la testa s’è spostata).
Qualche capello serve da antenna e da tramite alla paura, e gli occhi spaventati servono da orecchie.
Testa stravolta che a stento regna su due o tre stringhe (sono stringhe, pezzi d’intestino, nervi nella guaina?)
Soldato sconosciuto evaso da chissà quale guerra, il corpo ascetico, ridotto a un po’ di filo spinato.

3

Ancor più frastagliato in isole, grande parasole di merletti e di leziosità e di ragnatele, è il suo grande corpo impalpabile.
Che mai può fargli, imporgli questa piccola testa dura ma vigile, che sembra dire “lo manterrò”?
Che potrebbe pretendere dalle balze sparse di questo corpo sessanta volte più vasto di lei? Anche solo sorreggerla deve farle un male immenso.
Questa testa in qualche modo è un pugno, e il corpo la malattia. Impedisce altre dispersioni. Deve accontentarsi di questo. Assemblare i pezzi sarebbe al di sopra delle sue forze.
Ma come voga! Come prende aria questo corpo simile a un velo, simile ai sobborghi, simile a tutto…
Come salperebbe volentieri questa flottiglia di zattere polmonari, ma la testa severa non lo permette.
Non riesce a ottenere che i pezzi s’uniscano stretti e si saldino, ma almeno che non disertino.

4

Non sono troppe tre braccia per proteggerlo, tre braccia in fila, una dietro l’altra, le mani pronte a scacciare gli intrusi.
Perché quando si è sdraiati il nemico ne approfitterà, e c’è da temere che abbia una gran voglia di colpirvi. Dietro tre braccia addestrate l’eroe della pace aspetta la prossima offensiva.

5

Ecco il polipo diventato uomo coi suoi occhi troppo profondi. Ognuno s’è annesso separatamente e per lui solo un cervelletto (il paio di occhiali diventato testa!), ma sicuramente riflettono troppo. Pensano per grandi aloni, per cavità, e questo è il pericolo: gli occhiali aiutano a vedere ma non a pensare, e sgomberano via via la testa (l’uomo), a palate.

6

Sarebbe certo una fiamma, se già non fosse un cavallo, sarebbe certo un buon cavallo, se solo non fosse in fiamme. Salta nello spazio. Quanto lontana dall’essere una groppa è la sua groppa splendente di brio ardente, di fiamme impetuose! Quanto alle zampe, hanno la tenuità delle antenne degli insetti, ma gli zoccoli sono netti, forse un po’ troppo “a pallini”. È così il mio cavallo, un cavallo che nessuno monterà mai. E una banderuola leggera e certo delicata, che gli cinge la testa, gli dona una finezza quasi femminile, come se si soffiasse il naso con un fazzolettino di pizzo.
Menomale, menomale che l’ho disegnato. Altrimenti mai ne avrei visto uno così. Un cavallo piccolo piccolo, mi capite, una vera idea “cavallo”.
Molto più vicino all’aria che alla terra, molto più saldo nella pura atmosfera nonostante le zampe anteriori poggiate come due matite. E scalcia verso il cielo, scalcia scalciando fiamme.

7

Dice qualcosa questo cavallo a questo cervo. Gli dice qualcosa. È molto più grande di lui. La testa lo domina dall’alto, una testa che la dice lunga; sicuramente ha sofferto molto, situazioni umilianti, da cui è uscito, da tempo. Gli occhi raccontano di un grave rimprovero. Avete mai visto rughe intorno e sopra gli occhi di un cavallo, dritte, che risalgono fin sopra la fronte? No. Eppure nessun cavallo somiglia a un cavallo più di lui. Senza queste rughe non si esprimerebbe con tanta autorità. Naturalmente non è un cavallo che si può vedere sotto la bardatura… sebbene ci siano tragedie peggiori.
E un po’ più lontano accorre un altro animale. Si ferma stop! sulle zampe, osserva, prima prova a farsi un’idea della situazione, poi sembra prenderne coscienza.
Ma il primo, senza smettere di rivolgersi al cervo, nella sua fissità così eloquente gli dice: Come puoi? suvvia, come osi? Il cervo fa lo scemo.
È un daino d’altronde, come ho potuto sbagliarmi così di grosso da arrivare a dire che era un cervo?

8

In un parco di fiori, di pollame, di acchiappamosche, di collinette e di semenza d’upupa in volo, avanza il grazioso gigante idrocefalo sul monopattino. Monopattino-macchinina, perché ci si può sedere ma non troppo comodamente; c’è uno schienale alto, stretto e inclinato, di stoffa mista, ma ben più in alto dell’appoggio più alto, appare, mentre una mano lunga e salda tiene il volante, appare e aleggia la testa maestosa dal volto bonario, uovo intelligente dall’ovale delizioso, studiata in vista delle svolte o forse della crescita delle idee in altezza.
Su tutto un altro piano, seppure accanto a lui, corre a tutta velocità un clown dalle gambe sfibrate.

9

Non solo cavalli calcano questa testa, anche un girotondo di donzelle. O meglio, s’apprestano al girotondo: tre sono già sul posto e stanno per prendere le altre per mano. E tutto ciò dove? Sulla grande testa sognante della graziosa principessa nera dai seni piccoli piccoli, oh, dalla figura piccola piccola, oh piccolissima principessa.

10

Sono venuti su questa pagina per guardare, questi due? O per spaventarsi, per essere raggelati dalla paura di questo strano spettacolo che vedono, che sono i soli a vedere?
Senza niente per digerire la paura. Nessun sostegno. Niente corpo. Allora qui non ci sarà mai nessuno con un corpo.
Ma forse, passato lo spavento, daranno la schiena al foglio, amanti silenziosi, appoggiando l’uno contro l’altro la loro magrezza delicata, loro soli, dall’altra parte del mondo, venuti qui come per un dettaglio del caso, ripartendo inosservati verso altre lande.

*

DESSINS COMMENTÉS
Ayant achevé quelques dessins au crayon et les ayant retrouvés quelques mois après dans un tiroir, je fus surpris comme à un spectacle jamais vu encore, ou plutôt jamais compris, qui se révélait, que voici :
1

Ce sont trois hommes sans doute ; le corps de chacun, le corps entier est embarrassé de visages ; ces visages s’épaulent et des épaules maladives tendent à la vie cérébrale et sensible. Jusqu’aux genoux qui cherchent à voir. Et ce n’est pas plaisanterie. Aux dépens de toute stabilité, ils ont médité de se faire bouches, nez, oreilles, et surtout de se faire yeux ; orbites désespérées prises sur la rotule. (Le complexe de la rotule, comme dit l’autre, le plus complexe de tous.)
Tel est mon dessin, tel il se poursuit.
Un visage assoiffé d’arriver à la surface part du profond de l’abdomen, envahit la cage thoracique, mais à envahir il est déjà plusieurs, il est multiple et un matelas de têtes est certes sous-jacent et se révélerait à la percussion, n’était qu’un dessin ne s’ausculte pas.
Cet amas de têtes forme plus ou moins trois personnages qui tremblent de perdre leur être ; sur la surface de la peau les yeux braqués brûlent du désir de connaître ; l’anxiété les dévore de perdre le spectacle pour lequel ils vinrent au dehors, à la vie, à la vie.
Ainsi, par dizaines et dizaines apparurent ces têtes qui sont l’horreur de ces trois corps, famille scandaleusement cérébrale, prête à tout pour savoir ; même le cou-de-pied veut se faire une idée du monde et non du sol seulement, du monde et des problèmes du monde.
Rien ne consentira donc à être taille ou bras : il faut que tout soit tête, ou alors rien.
Tous ces morceaux forment trois êtres désolés jusqu’à l’ahurissement qui se soutiennent entre eux.

2

Comme il regarde ! (son cou s’est allongé jusqu’à être le tiers de sa personne). Comme il a peur de regarder ! (à l’extrême gauche la tête s’est déplacée).
Quelques cheveux servent d’antennes et de véhicule à la peur, et les yeux épouvantés servent encore d’oreilles.
Tête hagarde régnant difficilement sur deux ou trois lanières (sont-ce des lanières, des bouts d’intestin, des nerfs dans leur gaine ?).
Soldat inconnu évadé d’on ne sait quelle guerre, le corps ascétique, résumé à quelques barbelés.

3

Dentelé et plus encore en îles, grand parasol de dentelles et de mièvreries, et de toiles arachnéennes, est son grand corps impalpable.
Que peut bien lui faire, lui dicter, cette petite tête dure mais vigilante et qui semble dire « je maintiendrai ».
Que pourrait-elle exiger des volants épars de ce corps soixante fois plus étendu qu’elle ? Rien qu’à le retenir elle doit avoir un mal immense.
Cette tête en quelque sorte est un poing et le corps, la maladie. Elle empêche une plus grande dispersion. Elle doit se contenter de cela. Rassembler les morceaux serait au dessus de sa force.
Mais comme il vogue ! Comme il prend l’air, ce corps semblable à une voile, à des faubourgs, semblable à tout…
Comme cette flottille de radeaux pulmonaires s’ébranlerait bien, mais la tête sévère ne le permet pas.
Elle n’obtient pas que les morceaux se joignent étroitement st se soudent, mais au moins qu’ils ne désertent pas.

4

Celui-ci, ce n’est pas trop de trois bras pour le protéger, trois bras en ligne, l’un bien derrière l’autre, et les mains prêtes à écarter tout intrus.
Car quand on est couché, votre ennemi en profitera, il faut craindre en effet qu’il ait grande envie de vous frapper.
Derrière trois bras dressés, le héros de la paix attend la prochaine offensive.

5

Ici, le poulpe devenu homme avec ses yeux trop profonds. Chacun s’est annexé séparément et pour lui tout seul un petit cerveau (la paire de besicles devenue tête !), mais assurément ils réfléchissent trop. Ils pensent en grands halos, en excavations, c’est le danger. La lunette aide à voir mais non à penser et déblaie la tête (l’homme) au fur et à mesure, par pelletées.

6

Ce serait bien une flamme, si ce n’était déjà un cheval, ce serait un bien bon cheval, s’il n’était en flamme. Il bondit dans l’espace. Combien loin d’être une croupe et sa croupe éclatante de panaches ardents, de flammes impétueuses !
Quant à ses pattes elles ont des ténuités d’antennes d’insectes, mais leurs sabots sont nets, peut-être un peu trop « pastilles ». C’est comme ça qu’il est mon cheval, un cheval que personne ne montera jamais. Et une banderole légère et certainement sensible, dont sa tête est ceinte, lui donne une finesse presque féminine, comme s’il se mouchait dans un mouchoir de dentelles.
Heureusement, heureusement que je l’ai dessiné. Sans quoi jamais je n’en eusse vu un pareil. Un tout petit cheval, vous savez, une vraie idée « cheval ».
Beaucoup plus près des brises que du sol, beaucoup plus ferme dans la pure atmosphère malgré ses pattes de devant posées comme deux crayons. Et il rue vers le ciel, il rue vers des ruades de flammes.

7

Il dit quelque chose, ce cheval, à ce cerf. Il lui dit quelque chose. Il est beaucoup plus grand que lui. Sa tête le domine de très haut, une tête qui en dit long ; il a sûrement beaucoup souffert, de situations humiliantes, depuis longtemps, dont il est sorti. Ses yeux disent une sérieuse remontrance. Avez-vous jamais vu des rides autour et au-dessus des yeux d’un cheval, droites et remontant jusqu’au sommet du front ? Non. Pourtant aucun cheval ne ressemble plus à un cheval que lui. Sans ces rides, il ne s’exprimerait pas avec autant d’autorité. Naturellement ce n’est pas un cheval qu’on puisse vor sous le harnais…quoique il y ait de pires tragédies.
Et là, un peu plus loin, un autre animal accourt. Il s’arrête stop ! sur ses pattes, il observe, il essaie de se faire d’abord une idée de la situation, on voit qu’il en prend conscience.
Cependant, le premier ne cessant de s’adresser au cerf, en sa fixité si parlante lui dit : Comment peux-tu ? voyons, comment oses-tu ? le cerf fait la bête. D’ailleurs ce n’est qu’un daim, comment ai-je pu me tromper jusqu’à dire que c’était un cerf ?

8

Dans un parc de fleurs, de volailles, d’attrape-mouches, de petites collines et de semences huppées prenant leur vol, s’avance le gracieux géant hydrocéphale sur sa patinette. Patinette-voiturette, car on peut s’y asseoir mais point à l’aise ; il y à un haut, étroit dossier incliné, en panache, mais bien au-dessus encore de son plus haut appui apparaît, tandis qu’une main longue et ferme tient le guidon, apparaît et plane la majestueuse tête au front débonnaire, œuf intelligent à l’ovale délicieux, étudié en vue des virages ou bien de la croissance des idées eh hauteur.
Sur un tout autre plan, quoique près de lui, court à toute vitesse un clown aux jambes de laine.

9

Pas seulement des cheveux poussent sur cette tête, mais une ronde de donzelles. Ou plutôt elles s’assemblent pour la ronde, et déjà trois sont en place et s’en vont prendre les autres par la main. Et tout ça sur quoi ? sur la grande tête rêveuse de la jolie princesse noire aux tout petits seins, oh toute petite taille ; oh toute petite princesse.

10

Est-ce pour regarder qu’ils sont venus sur cette page, ces deux-là ? Ou pour s’effrayer, pour être glacés d’épouvante à cet étrange spectacle qu’ils voient, qu’ils sont seuls à voir ?
Et rien pour digérer leur épouvante. Aucun soutien. Pas de corps. Il n’y aura donc jamais personne pour avoir un corps ici.
Mais peut-être l’effroi passé, tourneront-ils le dos au papier, amants silencieux, appuyant l’un contre l’autre leur maigreur délicate, seuls à eux deux, de l’autre côté du monde, venus ici comme un détail du hasard, repartant inaperçus vers d’autres landes.

*

© Henri Michaux

Traduzione e cura di Vittoria Mieli

Notizia: Vittoria Mieli è nata a Roma nel 1988, ha studiato Lettere a Parigi, Editoria a Milano. Poi è tornata a Roma. Continua a tradurre, impara il mestiere del redattore.

Nota al testo: I disegni di Michaux uscirono a margine di un altro testo nel 1934, Un tout petit cheval. I testi qui pubblicati sono tradotti in italiano per la prima volta e sono tratti da La Nuit Remue (Gallimard. 1935 e successive edizioni)

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