Antonio Spagnuolo, L’ultimo tocco

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Antonio Spagnuolo, Ultimo tocco, puntoacapo 2015

Una scelta di poesie con una nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Sbaglia chi ritiene che sul tema del compianto e del rimpianto sia stato già scritto tutto, in special modo in poesia. Il ‘lungo addio’ che Antonio Spagnuolo va articolando all’amata moglie morta raggiunge ne L’ultimo tocco completezza, sicurezza espressiva e singolare coerenza. Fa bene Mauro Ferrari, nella postfazione, a sottolinearne la coesione.
Alla solidità dell’architettura della raccolta – due sezioni, Ultimo tocco e Memoria, composte rispettivamente di undici e quarantasette poesie, numerate con lettere dell’alfabeto le une e con numeri romani le altre – si affianca la compiutezza di ciascun testo.
A trattenere l’attenzione del lettore sono sia l’andamento, sia l’effetto di ogni singolo componimento, il quale, a sua volta, si inserisce coerentemente e come tassello indispensabile nella raccolta. Andamento ed effetto sono il risultato di un equilibrio dinamico tra familiarità con metri (in grande varietà, giacché quinari, novenari, endecasillabi si alternano a versi lunghi) così come con topoi della tradizione letteraria, dal mito in avanti (sempre in quella che Ferrari indica come “assoluta concentrazione tematica”) e originalità nelle soluzioni che interpretano’il’ tema e che lanciano e lasciano, insieme alla testimonianza del proprio dolore, insieme alle visioni angosciate, spunti per riflessioni, lucide immagini alle quali non è estranea la professione di medico del poeta Spagnuolo, approdi per sostare e ripartire poi in successivi viaggi di ricognizione del sé e del reale.
Chi legge, dunque, porta con sé non solo il dono di una potente e veritiera esplorazione del dolore, ma anche le indicazioni per comprenderlo come parte ineliminabile della condizione umana, muro, limite nella morte, ingrediente di base della vita.  Ci troviamo dinanzi a un ‘libro d’ore’ dell’amore terreno, perduto, pianto e sempre, sempre, cercato, così come dinanzi alle’istruzioni per la vita e per la poesia’ scritte, per così dire, da un Orfeo che sa irridere se stesso e da un Ulisse consapevole degli scogli contro i quali può infrangersi il suo perenne spronare.

© Anna Maria Curci

***

Dalla sezione Ultimo tocco

 

C

 

Palpando l’antiquato pentagramma
indifesa memoria spigoli ombre
al di là della porta.
Una mitrale incespica ai contorni
stacca granulociti
cerca vertigini
per coprire l’orlato
e la clessidra come scenari incontro al giorno.
Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi,
delle incertezze incredule che non hanno senso,
perché un certo infinito gioca a beffare
il turbinio dell’incoscienza.
Il segno, forse restaurato, grida vendetta
nella profonda gola di un flauto,
strano connubio di percorsi nel canto.
Increspano le note in cerca dell’attesa
nell’aroma del pube,
strapiombo degli anni senza rupe.
Vesti finzioni in lontananza
sempre più nette,
quasi armonie senza licenze,
e catturi il torace sussurrando appena:
stranito in pause che non fanno storia
sprofondo in sopraccigli
alla scommessa del sesso
dissociando l’ennesima ischemia.

 

*

 

I

 

Mi prende, mi solca, mi avvolge
come capelvenere,
ed è l’unica angoscia che stordisce domande
Alle finestre le memorie del tuo quinto piano,
le innocenze delle tue violette,
il lampo di una musica nelle aritmie.
Così perdo il bagliore
fra le risposte che tremano improvvise
dagli inesatti ritorni,
un continuo ripetere che sarà il verso
dell’esile avventura,
o l’impalpabile colore dell’attesa.

 

* *

Dalla sezione Memorie

 

XXXII

 

Settecentotrenta volte
ho detto buonanotte inutilmente.
Una selvaggia scena alla mia mano,
che arranca nel vangelo imperterrita,
e cerca i bagliori dell’acciaio per non sbagliare.
Pulsa di nuovo assurda una dissoluzione
per troncare ogni accento
ed inseguire specchi indispettiti .
Inutile conteggio il numerare
le ossa che hai scomposto per ghermire
gli ultimi aneliti.
Un sussulto ogni squillo che ti rappresenti,
nel supplizio di una ruota, o peggio
una risposta sminuzzata in briciole
attraverso le vocali di un vetro tagliente.

*

XLVI

 

Che tu possa ritornare è un assurdo
eppure io cerco ancora tra le pieghe
che le coltri disegnano
le forme della tua carne.
Ascolto la musica delle illusioni per inganni
e le pareti della notte incominciano
le ceneri che ormai frantumano il calore.
Mi venivi incontro ogni giorno
con il tocco d’oro del tuo sguardo,
una moina che rifiutava i silenzi,
Ora dietro le porte torna il vuoto,
quel che rimane della solitudine.

 

***

3 comments

  1. Questo dolore “stacca granulociti” , “l’antiquato pentagramma” delle odi
    ordinate a dispetto di una sorte avversa e beffa la leggiadria delle parole stesse, del verbo profferito, poetato.Rimanda l’onda,”L’ultimo tocco”, la stessa melodia del dolore.
    Grazie SPAGNUOLO, POETARUM,PUNTOACAPO.

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