Questo Natale #16: Ginevra Lamberti, Uno scoiattolo volante sottilissimo

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Uno scoiattolo volante sottilissimo

 

#1

Autobus // 07:50 // la ragazza seduta al mio fianco legge Cosmopolitan e si sofferma sui test.

La pagina di quello che vorrebbe appurare se tu in quanto femmina “Condividi troppo?” è decorata da fumetti esplicativi come “Sai cos’ho mangiato a pranzo?”/”La mia psichiatra dice che non so frenarmi”/”Ho fatto un sogno incredibile, ora te lo racconto”/”Oh no, è finito di nuovo il lubrificante”.

È quasi inverno, è quasi Natale, dopo breve permanenza in terraferma sto tornando al sicuro della laguna. Qui dentro, grazie alla densità dei passeggeri, c’è il tepore confortevole proprio delle mangiatoie. Ho trovato un posto a sedere e questo contribuisce a migliorare il mio umore. Tiro fuori dalla borsa il cellulare tecnologico, mio nuovo compagno dopo aver con amarezza mandato in pensione il suo predecessore, la fiera Torcia Con I Tasti. Approfitto della fortunata vicinanza con la ragazza di Cosmopolitan per trasformare la pagina del test in uno status brillante. Lo pubblico su Facebook e condivido su Twitter. Poi scrollo l’home page del mio Tumblr preferito, dove ci sono sempre immagini stupide che mi danno grandi soddisfazioni. L’unico problema è che quando fa molto caldo o molto freddo il suo curatore sente il bisogno di  rendere noto a tutti il fatto che si sente infoiato, e il mio Tumblr preferito diventa una raccolta di bei culi e grosse tette. In questo periodo è ancora abbastanza controllato. Scrollo la pagina e trovo un’immagine di Jessica Fletcher che mi piace troppo per lasciarla lì, dunque la condivido prima su Facebook e poi su Twitter. Twitter è un posto in cui non riesco ad inserirmi bene, ma lo tengo perché alla fine è simpatico e come sfondo ci ho messo un uomo travestito da banana.

Ho viaggiato tutta la notte su un’auto condivisa con sconosciuti. Si trattava di un passaggio trovato su un sito di passaggi. Negli ultimi tempi questo sistema è molto in voga anche a causa dei folli aumenti dei biglietti del treno, ed è strutturato in modo che tu possa decidere a chi chiedere uno strappo in base alle recensioni che ha ricevuto da altri utenti. Penso che sia una cosa bellissima, è come un autostop in cui paghi un contributo moderato per la benzina e non passi per il fastidio di rischiare di essere ucciso. Non ho dormito e quando non si dorme le cose sembrano più vicine nel tempo e nello spazio. Poche ore fa ero a Roma, in Piazza della Repubblica, ed era una splendida giornata di sole. Una splendida giornata di sole con lo sciopero totale dei mezzi. Ho atteso ore in quella piazza che finissero i cortei, calasse il giorno e arrivasse il mio passaggio condiviso.

Ho ingannato il tempo cercando di recuperare contatti perduti con messaggi del tipo “amica mia, da quando ho cambiato la torcia con i tasti per questo telefonino di avanguardia non è stato che un problema continuo. Devi sapere che due settimane dopo il suo arrivo esso vibrando è precipitato da una mensola. Non si è rotto, più che altro si è semplificato. Ragion per cui adesso se mi chiedi di contattarci tramite Whatsapp per risparmiare non posso farlo, in quanto tutte le applicazioni scaricate sono andate a nascondersi nel mondo delle idee. Posso però accedere a Facebook tramite browser e chiederti il numero di telefono, come sto in effetti facendo, poiché nel passaggio dalla torcia con i tasti a questo strumento del demonio ho anche perso molti numeri, tra cui il tuo. A parte questo come stai? Vediamoci presto”. In molti per ora non hanno ancora risposto.

#2

Quando non si dorme le cose sembrano più vicine nel tempo e nello spazio. Due giorni fa era sera ed ero a casa nella laguna che pensavo. Pensavo che da quando ho smesso di lavorare al ristorante per lavorare con la comunicazione sono accadute delle cose che possiamo dividere tra pro e contro. Lavoro da casa e faccio cose stimolanti, non ho uno stipendio vero, pensavo di avere più tempo per leggere libri e invece ho smesso di leggere libri, sono più riposata, posso vivere a pieno le mattine, mi sveglio sempre tardi, bevo più tisane, bevo più alcolici, ho le occhiaie anche se sono più riposata. Ho meno rughe d’espressione perché posso non sorridere, ho preso chili. Ora credo che mi alzerò e andrò a fare una passeggiata fino a Sant’Elena, ma fuori fa freddino, e prima mi faccio una tisana alla vodka. Anni fa preferivo la spremuta d’arancia con l’Amaretto di Saronno, penso, e mi perdo per un attimo in una specie di reminiscenza.

Mentre sono lì che sorbisco la tisana speciale ne approfitto per aggiungere un altro post e controllare le statistiche, giurando a me stessa che poi vado a passeggiare. Conclusi gli oneri mi dico che stavolta non devo farlo, in quanto non è utile alla crescita della mia persona e dei miei rapporti interpersonali, ma la tisana è troppo bollente per finirla subito e inizio a scrollare il diario degli amici. Poi passo a quello dell’uomo che bramo, controllo tutti i like a tutti i post, annoto a mente i nomi femminili più ricorrenti e controllo i di loro profili per scremare le rischiose dalle meno rischiose. Tengo per ultima la parte che fa più male, scrollo i diari delle ex. Mentre lo faccio mi dico che sono malata, poi che non è vero perché lo fanno tutti, poi che siamo tutti malati. Finisce che sento al telefono l’uomo che bramo (e che dio solo sa perché mi sopporta) e faccio scenate adducendo scuse stupide. Poi mi sento una persona brutta, penso che non riuscirò mai ad allontanarmi dalla materia e a diventare qualcosa di migliore. Ho l’impressione, da quando lavoro così tanto al computer e con il telefono tecnologico, che le mie mani tremino leggermente.

Finita la tisana corretta decido che è tempo di muoversi, inforco le vecchie scarpe da lavoro ed esco dalla camera. Vengo intercettata dalla coinquilina Talent Scout. Ho già parlato di lei in un altro racconto, in quell’occasione spiegavo che gli scarichi del nostro bagno si intasavano di cose orribili circa una volta al mese. Adesso non accade più, abbiamo trovato una nuova casa da persone grandi e facciamo cose da persone grandi. Per esempio lei si è svegliata alle nove di sera e poi ha trascorso due ore barricata nella sua stanza. Dice ho fatto delle ricerche incrociate in internet, la prima mi ha dato molte soddisfazioni. Sono riuscita a risalire all’identità di una persona senza conoscerne nome, cognome né alcun recapito. Attraverso un percorso complesso, che non sto neanche a descriverti, ho raggiunto l’obiettivo grazie alla sola conoscenza del suo soprannome. Mi congratulo con Talent Scout e non oso mettere in dubbio l’utilità di questa occupazione per ovvie ragioni di coscienza sporca. Prosegue spiegandomi che la seconda invece è stata assai deludente. Dice che una persona misteriosa perseguita Norman attraverso l’antico sistema degli sms. Norman divideva lo spazio abitativo con noi nella casa degli scarichi intasati. Prima ancora lo condivideva con me in un appartamento bellissimo senza tende né lavatrice. Dunque, per ovvie ragioni di affezione, se qualcuno turba la sua quiete dovrà aspettarsi la nostra ira.

Improvvisamente interessata all’argomento le chiedo di spiegarmi questa cosa degli sms, è un numero privato? No, non lo è. Dunque possiamo risalire al suo proprietario tramite Google o tramite il sito delle Pagine Bianche? No, non possiamo, ci ho già provato. Ha dato qualche indizio? No, si ipotizzava fosse un losco collega di dottorato, ma quando nell’ambito di una conversazione informale ha chiesto a Norman dove si potessero acquistare le antiche pergamene di Montecassino, abbiamo capito che si trattava solo di un cialtrone qualunque. O di un abilissimo dissimulatore, dico io. Non possiamo neanche essere convinte al cento per cento che si tratti di un uomo. Resta da capire per quale ragione Norman si senta in animo di intrattenere conversazioni informali via sms con un potenziale maniaco, ma non indago oltre.

E quindi, Talent scout, cosa facciamo?

Talent scout mi dice che dobbiamo fare il percorso inverso, abbandonare i social e internet e tornare alle origini dello stalking, quando questa pratica non aveva nome, ma aveva solidi strumenti per operare. Dobbiamo insomma adottare la tecnica “Jessica Fletcher”. Talent scout spiega che l’idea è di incontrarci con Norman e le altre due ex coinquiline della vecchia magione, assieparci attorno a una antica cabina telefonica e chiamarlo fingendo di essere un operatore di Trenitalia che deve fare un sondaggio. Geniale, esclamo risvegliandomi dal torpore della giornata per la prima volta. Geniale, dico. Ma Talent scout, mia maestra, dimmi, perché dobbiamo trovarci in cinque? Forse che ci sarà un compito preciso per ogni membro della missione? Perché, chiosa Talent scout senza possibilità di essere contraddetta, così sarà molto più divertente.

#3

E allora nonno?

E allora bella di nonno siamo qua, vecchierelli, ma guarda che ho trovato ieri. Si alza più agile di come si è seduto, forte di uno slancio nuovo di cui non conosco la natura va a prendere uno zaino.

Ho trovato per strada questo zaino, è roba buona eh, fatta bene, praticamente nuovo.

Dentro c’erano anche un cappellino, un cellulare e una macchina fotografica, la macchina fotografica anche è buona eh, praticamente nuova.

Ma nonno, tipo il proprietario?

No, non preoccuparti, ho buttato la scheda del telefono e cancellato le foto, c’erano anche quelle di un battesimo, peccato, vuoi una macchina fotografica?

In questi quaranta metri quadri nonno, che non è nonno, gracchia e tossisce e fa risalire il catarro dalle sue profondità, poi si risiede di nuovo pesante, accende una sigaretta, beve il caffè e mi chiede di andare ad aprire la vetrinetta e portargli l’uzo. So che non è nonno perché mi infilo le unghie nei polpastrelli e non sento niente. Sto dormendo pesante da qualche parte, da qua non so ricordare dove. Fa poca differenza, gli porto l’uzo e gli chiedo come va con la fidanzata della Transcaucasia Occidentale. Mi dice bene, forse ci sposiamo, ma nonna vado a trovarla al cimitero tutti i giorni. Svita il tappo e dice me l’ha portato dalla Grecia uno che mi deve un favore. A nonno c’è sempre qualcuno che gli deve un favore dacché lo conosco, me lo ripeteva spesso quando giravamo per la periferia romana mano nella mano ed ero alta poche spanne. Salutava qualcuno e ci scambiava due parole di cortesia, poi lo superavamo e con aria complice spingendosi verso la mia bassezza diceva come se avessi potuto capire, quello lì deve un favore a nonno.

Non che potessi capire, ma potevo e in effetti posso ricordare. E ricordando allora mi viene da chiedergli, ma se tutti da sempre ti devono un favore, me lo dici che cosa ci fai in questi quaranta metri quadri con la tua tosse e la tua pensione d’invalidità e i pomeriggi al centro anziani a provarci con le badanti altrui? Mi verrebbe da chiedergli, ma chiaramente non lo faccio, anche perché non sono là.

Mi soffermo per un attimo a riflettere, galleggiante nella specie di reminescenza, parlo sempre delle stesse cose, penso sempre alle stesse cose e scrivo sempre le stesse cose. Cambia solo qualche parola, al massimo un paio di periodi. Irresponsabile sulla via dell’autodistruzione, mi dico. Ma  non è che le cose abituali della vita smettono di esistere dopo che le hai pensate e parlate una volta.

 Cosa ci fai qui? Mi verrebbe da chiedergli, ma chiaramente non lo faccio, anche perché non sono là. E invece sì, sono davanti alla porta a vetri affacciata sul terrazzo dell’appartamento dei nonni. È piccolo e la vista dà sui condomini popolari dirimpetto a questi condomini popolari circondati da condomini popolari. È il sesto piano, le piastrelle sono color mattone, la ringhiera è bianca. Nel mio campo visivo entrano due gattini che corrono e giocano, sono cuccioli. Uno è rossiccio, l’altro bianco e nero con una lunga coda vaporosa. Capisco che si tratta di Ginger e Achille, ma la cosa mi sembra abbastanza strana. Un po’ perché Ginger e Achille sono morti da tempo sulla strada, ma soprattutto perché non si sono mai conosciuti tra loro. Sono stati i due gattini del genitore. Mi pare di averne già parlato, da qualche parte. Comunque, neanche tanto tempo dopo Ginger e Achille è andato via anche lui, e io sono qua davanti al terrazzo dei nonni che penso, ma dov’è poi che andate tutti quanti?

I gattini si rincorrono e giocano finché Ginger scivola e cade dal terrazzo. Non mi muovo, una voce fuori dal campo visivo dice affacciati e guarda, non puoi farci niente. Dice sta succedendo a tutti. Mi affaccio e vedo che da molti terrazzi sono caduti molti altri gatti. Non c’è niente di macabro, sento dentro qualcosa di simile alla consolazione. Torno ferma e inizio a pensare ad un sistema per proteggere Achille. Col pensiero intesso una fitta rete verde che dovrebbe ingabbiare tutto il terrazzo da cima a fondo. Non faccio in tempo a finire, Achille corre, scivola e cade giù. Mi affaccio di nuovo e lo vedo allargato e appiattito, sospeso nell’aria. Ha l’aspetto di uno scoiattolo volante sottilissimo. È così sottile che non si limita a planare, viene risollevato dal vento e in tre soffi torna al sesto piano, da me. Mi accuccio a guardarlo piena di sollievo, è un foglio di carta su cui c’è scritto qualcosa che non leggo. Aspetto che torni gatto, ma non lo fa. Ha coscienza di sé e capisco che resta foglio perché è un po’ offeso. Ci è rimasto male che non credevo ce l’avrebbe fatta.

Quando mi sveglio faccio una cosa che non faccio mai,

smuovo piano la sagoma scura, accartocciata dal sonno, che è una persona ed è la persona che sopporta le mie sceneggiate telefoniche. Gli dico “Ho fatto un sogno assurdo, ora te lo racconto.”

La cosa che lo impressiona di più è la questione del sesto piano, dice ma davvero al sesto piano? Ma vivono ancora lì? Gli dico che nonna è morta dieci anni fa, lui è ancora lì che fa finta di stare bene e la aspetta. Gli dico adesso che non serve più ricordarli ho dimenticato tutti i numeri di telefono del mondo, ma quello suo è incancellabile anche se lo uso così poco.

#4

Quando ho chiamato, parlato e riattaccato, mi sono sentita per un attimo di avere fatto una cosa simile a mettere un po’ di ordine nell’Universo. Questo piacevole effetto palliativo si è esaurito quasi subito. In breve, nell’ordine dei pochi minuti, sono tornata a chiedermi quando è stato che ho iniziato a peccare. Da bambini insegnano la pratica della confessione, e tu trascorri lunghi anni ad andare con scadenza regolare a parlare con un funzionario della Chiesa, più o meno anziano. Nei minuti precedenti ti arrovelli per trovare qualcosa di credibile da dirgli, la conclusione è più o meno sempre ho detto delle parolacce, e a volte non ho ubbidito a mamma e papà. Il funzionario ti assolve e prescrive un tot ave o marie e un tot di atti di dolore da sgranare su una panca appena fuori il confessionale. Passano anni, arrivi a chiedere alle nonne che cosa mai puoi dirgli a questo funzionario. Loro ci pensano un po’ e concordano che la versione delle parolacce sia la migliore. Lo chiedi anche a tuo padre, lui ti guarda con infinita tenerezza e dice ma che peccati vuoi fare tu. Allora visto che sono passati anni e non hai ancora niente da dire ti convinci che è vero che sei buona, e se sei buona la confessione non serve. Smetti di confessarti, smetti di andare in Chiesa, smetti di pensare all’esistenza o meno di Dio (non smetti di crederci, ammesso e non concesso che tu ci abbia mai creduto, o non creduto, fino in fondo. Smetti di pensarci e basta, in attesa  dell’inevitabile crisi mistica dell’età matura). Inizi a crescere e a vivere da persona grande, spesso ti piace molto, di rado ti capita di fare qualcosa di realmente sbagliato o dannoso. Guardi intorno a te quelli che invece sbagliano in modo grossolano e ti convinci che probabilmente sei buona davvero. Inizi a pensare con sempre maggiore intensità a te stessa, che si tratti di gioie, futilità, progetti elevati, grandi fatiche o dolori profondi, pensi a te stessa. Tutto ti giustifica, tu sei buona ed è giusto se in questo percorso di bontà, fatiche e perdite tu pensi a te stessa. Poi un giorno che hai fatto un sogno strano di cui volevi per forza parlare con il tuo compagno di sonno, tua madre ti chiama. Ha il tono affettatamente allegro di quando vuole proteggerti mentre spiega le novità del giorno, ha il tono di chi non vorrebbe farti pesare che avete entrambe fatto una cazzata quando dice ho una brutta notizia, nonno è morto.

Ho digitato quel numero indimenticabile e parlato con la sua seconda moglie, una signora con la voce sottile che non ho mai visto di persona. Abbiamo pianto insieme, lei piangeva di dolore ed io di vergogna. Rifletto su un modo per tornare al 1987, andare da lui e dirgli guarda, questa cosetta che cammina malamente col piumino rosa, stacci molto attento, perché negli ultimi tre anni della tua vita non ci sarà. Evita almeno di comprarle la Casa di Barbie. Non mi viene in mente niente. penso che non ricordo quando ho iniziato a pensare che lui poteva aspettare che uscissi dai malesseri, che trovassi il lavoro instabile e poi quello stabile, godessi delle energie ritrovate, mettessi da parte i soldi per il treno, lasciassi il lavoro stabile per avere tempo per prendere il treno. Io nonno te lo giuro, se aspettavi primavera ce la potevo fare. Adesso sto bene e sono pronta per ascoltare, capire e adorare. Aspettatemi tutti, che sono cresciuta e ho un mucchio di cose a cui pensare.

#5

Quando non si dorme le cose sembrano più vicine nel tempo e nello spazio.

Siamo io, un ingegnere dell’esercito, Casimiro il militare di Barletta, Jessica la cilena veneziana e una ragioniera di Meolo. Oggi la vita è un’approssimazione abbastanza vicina al concetto di barzelletta. Dicevo del viaggio di ritorno sulla macchina condivisa. Lo ho organizzato alle due della notte appena trascorsa. La cosa buona di questo sistema meglio conosciuto come carsharing è che si spende poco. La cosa che non si sa se sia buona o no è che devi stare sigillato in un abitacolo per ore con dei perfetti sconosciti. Almeno, penso, sono arrivata prima degli altri e questo mi permette di occupare il posto davanti. Devo solo scontare la pena di Casimiro che si lamenta di stare stretto chiamandomi Gilberta (laddove, sia chiaro, io Gilberta non mi chiamo).

Casimiro dice non prendere quella strada che è un controsenso, poi manda messaggi vocali al suo collega di Pordenone in cui spiega che è in compagnia di due cavalle bionde incredibili, aggiunge solo quella davanti è un po’ intellettuale che se la tira. Poi mi chiede se gli faccio un selfie con le due cavalle bionde. Rinuncio alla tentazione di spiegargli che se glielo faccio io non è più un selfie. Condivide lo scatto su tutte le bacheche di tutti i militari d’Italia. Mi chiede se sono stata a Roma a fare festa, gli dico che avevo un funerale, ma di non preoccuparsi e anzi che era molto importante che continuasse a dire stronzate. L’ingegnere alla guida decide che è giunto il momento di commentare le nostre foto profilo su Facebook, desumo che sia andato a guardarle durante la pausa in autogrill ed evito di chiedermi il perché. In seguito, comunque, ho riflettuto più volte riguardo al fatto che non ci abbia mai chiesto l’amicizia pur avendo perlustrato i nostri contenuti pubblici. Ho ipotizzato si trattasse di un informatico bravissimo che preferisce agire in incognito per controllare meglio gli oggetti delle sue ossessioni.

Jessica sembra meno turbata e inizia a parlare del suo ex marito, poi del fidanzato, poi si mette d’accordo con Casimiro affinché la sera successiva vada a prendere una sua amica coreana per portarla a ballare. Si scambiano numeri, contatti, profili. Dagli elementi raccolti desumo che la coreana parla solo inglese mentre lui punta tutto sul linguaggio del corpo. Casimiro si dice tranquillo perché ha con sé le camicie buone, Jessica è felice perché così dopo cena ha qualcuno a cui scaricare l’amica e può trascorrere del tempo col suo uomo. Penso che è un bellissimo lieto fine, e nelle storie a me piace il lieto fine. La ragioniera è silenziosa e spero non stia per buttarsi dall’auto in corsa.

#6

Le cose sono così vicine nel tempo e nello spazio che è come averle tutte qua nell’abitacolo.

Ieri notte ero ospite di mio cugino e della relativa famiglia con relativi cuginetti. L’appartamento in cui abita è quello della mia prima infanzia. Tutto è diverso, l’unica cosa rimasta è un odore nell’aria che identifico come di borotalco. Non ne ho trovato poi in bagno. Penso che forse c’è stato un uso smodato di questo prodotto tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, così esagerato da entrare nei muri.

Dopo il funerale sono entrata nell’appartamento che è stato dei nonni, non ho avuto il coraggio di avvicinarmi al terrazzo. Tutto era identico a come lo avevo lasciato tre anni e mezzo fa, e allora era identico a otto anni prima, e allora era identico a sempre. Sul riflesso del vetro del finestrino mi vedo girare in quel piccolo mausoleo ammobiliato. Non ho il coraggio di cercare il pezzo di carta da parati su cui nonna segnava a penna i progressi della mia crescita. L’espressione “i progressi della mia crescita” al momento mi dà la nausea. L’unica cosa diversa è questa signora scura che ha acceso una candela dietro la testiera del letto. Dice che quella adesso starà accesa notte e giorno. Ci sono due foto sul comò che la ritraggono con nonno, dice qui è quando non stava ancora male. Capisco che il cerchio si è chiuso con un tratto sghembo. Quello a cui tutti dovevano i favori si è ammalato, e non lo ha detto. Ho voluto pensare che sarebbe campato fino a cent’anni nonostante le sigarette, l’armadietto dei liquori e la dieta composta all’ottanta per cento da affettati e al venti per cento da olive verdi e nere. Si suppone che gli affettati fossero il suo più grande amore dopo la nonna. Pancia enorme, tosse segnaletica della sua presenza, l’unghia del mignolo un po’ più lunga delle altre per grattarsi meglio il cerume dalle orecchie. Nelle foto è sempre perfetto per eleganza ed espressione cinematografica, nella vita era canottiera bianca a coste, bermuda e marsupio. Mi batteva a dama e diceva nonno è così bravo perché un carcerato gli ha insegnato a barare. Sarebbe vissuto fino a cent’anni, non poteva che essere così. Prima di andare via con degli inutili album di foto sotto braccio ho guardato la signora scura, custode di una casa museo senza più i protagonisti della sua storia, un reliquiario pieno di immagini con la mia faccia. Non c’è più nessuno a parte i muri, gli oggetti, e le nostre ombre che cenano a Natale e pranzano a Pasqua, ombre che spesso litigano, in quel punto vicino all’angolo cottura ce ne sono due che si picchiano, ma smettono subito. Poco fiato e rabbia di breve respiro. L’ombra di nonna si arieggia col ventaglio, poi è in sedia a rotelle che fa i dispetti peggio di una bambina. Ma come si fa mi chiedo, a vivere qui dentro? Dico alla signora, a lui non posso più chiedere scusa, allora lo faccio con te. Perdonami perché sono cresciuta male. Mi dice di non piangere, nel suo paese dicono che le lacrime li disturbano nel viaggio. Mi dice si vede che tu hai il cuore buono, ora loro ti proteggeranno.

Le cose sono così vicine nel tempo e nello spazio che è come averle tutte qua nell’abitacolo, siamo quasi arrivati a Mestre, se tutto va bene riesco a prendere il 2 delle 7:50 per Venezia. La ragioniera di Meolo è così felice di liberarsi di noi che ha ricominciato a dare segni di vita.

Ieri sera ero ospite dei miei cugini al termine di una giornata lunghissima. Rintanata sotto un piumone di Tom&Jerry, tormento un amico via chat perché ho bisogno di assoluzione. Lui è in Russia e spesso gli dico che dovrebbe tornare e che tutta quella steppa lo farà diventare matto. L’uomo che mi sopporta ritengo opportuno sentirlo domani. Ho ceduto alla tentazione di fargli un’altra scenata per un like di troppo a una svampita, e ho ragione di supporre che per oggi non abbia intenzione di sopportarmi più. Penso comunque che questo aggeggio satanico con cui spippolo sotto coperta è davvero satanico, a partire dal fatto che in questo preciso istante posso non sentirmi sola.

Gli racconto tutto quel che posso, a partire dal senso di colpa. Mi pare di capire, da un rapido sondaggio, che il senso di colpa tra le mie conoscenze sia ritenuto una cosa inutile. Racconto di aver conosciuto di persona la seconda moglie di nonno, una fiera signora transcaucasica con al seguito tutta la sua famiglia transcaucasica. Pelle scura, nasi pronunciati, poche parole e poca confidenza, tutti belli. La signora è venuta a stringermi forte e poi mi ha punita. Forte di una confidenza con la salma a me sconosciuta baciava e accarezzava la fronte e le mani di nonno. Gli parlava incredula che la avesse lasciata. Gli diceva,  hai visto che è arrivata anche Gaia? Avrei perso i sensi, non fosse stato per quella suoneria del telefono. Un incomprensibile canto della sua terra, la voce di un cantautore che suona la chitarra, e che per amor di convenzione chiameremo Il De André della Transcaucasia Occidentale. Il De André della Transcaucasia Occidentale mi ha dato uno schiaffo improvviso e fatto pensare che quella situazione era talmente assurda che andava vissuta e non subita. Le ho detto, per favore, dopo vorrei passare da te a parlare e cercare delle foto.

L’amico dalla Russia scrive che secondo lui in questa storia non c’è niente di sbagliato. Quando gli racconto del sogno alla ricerca di spiegazioni razionali dice che casco male, perché crede nell’esistenza dell’anima. Spiega che secondo lui è una cosa scientifica come la questione della Terra che gira intorno al Sole, non sappiamo ancora spiegarla, ma un giorno ce la faremo. Visto che mi pare ben disposto gli chiedo anche se a suo avviso è possibile che i transcaucasici usino lanciare il malocchio. Risponde che devo smetterla di delirare, ma che comunque si informerà presso conoscenti. Quando ci congediamo penso che i nonni sono tra gli ultimi ad avere la discrezione dalla loro, e che è ben strano vivere una vita in cui può capitare che smetti di respirare, ma puoi continuare ad essere taggato.

#7

Per allontanare le cose ho dormito tutta la mattina e parte del pomeriggio, non mi ha fatto visita nessun sogno. Al risveglio ho trovato un emoticon a forma di melanzana su Whatsapp, era di Norman. Ho risposto con un emoticon a forma di uovo al tegamino e un messaggio che diceva, lo strumento del demonio ha ricominciato a funzionare da solo, vediamoci per festeggiare. Ha risposto,  forse avevate bisogno di riposare, vediamoci.

Ancora una volta è quasi Natale, in piedi al bancone, con un vino rosso, Norman ascolta le mie trame paranoiche e dice che a volte sente odori che ricordano cose proprie dell’infanzia, cerca di coglierli e seguirli per capirne l’origine e non ci riesce mai. Deve concludere che quelle cose non esistono più nel suo mondo e nel mondo in generale, non almeno in quello visibile ai nostri piccoli occhi. Conveniamo che non si può trattenere quel che deve andare via, conveniamo anche riguardo al fatto che la famiglia atomizzata, fatta di pochi elementi di sangue e molti amici che abbiamo costruito negli anni, non fa poi così schifo. Penso che stiamo costruendo nuovi odori in attesa di andare via.

Dico a Norman, quand’è che ci vediamo con le coinquiline del tempo che fu per l’operazione Cabina Telefonica? Norman dice, chiamale, andiamo a controllare se quella di Piazzale Roma non se la sono ancora portata via.

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© Ginevra Lamberti