Questo Natale #4: Gianni Montieri, Il comunismo infantile

parigi - foto gianni montieri

parigi – foto gianni montieri

Il comunismo infantile

(in memoria di Lina, mia zia)

Stavamo sotto il tavolo, eravamo quattro o cinque bambini. Il tavolo era quadrato, di legno scuro, consumato, rigato. Era pieno di segni fatti col gesso da una dei grandi. Quella grande che faceva la sarta. Il tavolo aveva dei piedi molto lunghi, era alto e quindi potevamo infilarci sotto. Ci infilavamo lì per giocare con le palline fatte con le molliche di pane. Un bambino tirava la pallina/mollica a un altro, chi la riceveva doveva passarla al terzo, e così via fino a completare il giro. Era vietato ripassarla a chi  l’aveva appena passata o a chi l’aveva già ricevuta. Tutti dovevano toccare la pallina/mollica lo stesso numero di volte. Eravamo dei piccoli bambini comunisti dell’uguaglianza. Eravamo fantasiosi perché, pur rispettando l’ordine, facevamo dei bellissimi tiri a effetto con la pallina/mollica. La tiravamo con le mani, perciò era una specie di finto Subbuteo fatto con il pane. Le bimbe potevano partecipare.  Sotto al tavolo stavamo al sicuro. I grandi erano di là. Era di domenica, oppure di Natale. Appena fuori dal tavolo, sulla sinistra vicino alla finestra c’era la casa del drago. Il drago viveva in una casa a forma di mobile, sopra il mobile stava una macchina da cucire, e di lato una corda di cuoio legata a una ruota, con la quale il drago entrava e usciva a suo piacimento. La casa del drago aveva una grossa scritta sul portone, la scritta in inglese significava “Cantante” in italiano. Il drago non esisteva, lo sapevamo, era una cosa inventata da noi per non uscire dal rifugio. Il drago era Frank Sinatra, il drago era Mario Merola. Questo racconto sta venendo surreale.

Ogni tanto una voce di una grande veniva a dirci di non fare casino, di metterci tutti quanti sistemati che significava ordinati, calmi, non era mai un rimprovero, era come una carezza che arrivava sotto quel tavolo. Allora, era Natale e c’era puzza di baccalà fritto. Lo friggeva un’altra grande, una diversa. Ora, non si è mai capito perché dovesse essere solo lei a friggere il baccalà. Era immune all’orribile puzza? Oppure era fatta della stessa sostanza di cui sono fatte le carte assorbenti? Ella assorbiva senza assumere il fetore. Un genio, a suo modo. Ora sembra che si stia trasformando in un racconto d’infanzia. Ma è ancora surreale se ci fate caso. Ad esempio: tutti i grandi erano fuori per commissioni, messe, spese, auguri. Tutti meno quella barricata in cucina, la grande assorbente. Scoppiò una lampadina, a pochi metri da noi e dal drago. I più piccoli frignarono, il baccalà friggeva. Tornò il grande più  grande, una figura che a quei tempi chiamavamo nonno. Il nonno sbagliato, l’elettricista era l’altro. Ma noi eravamo bambini coraggiosi e al sicuro. Bambini comunisti, solidali e coraggiosi. Tra le mani tenevamo ben salde le palline/molliche pronti a lanciarle al ritorno della luce. Il nonno non elettricista cambiò la lampadina. Non era un nemico. Giocavamo. In ingresso c’era un presepe, a questo punto è ufficiale: questo è un racconto surreale di Natale. Nel presepe non c’era Gesù Bambino, i grandi, tra cui quella che si occupava del fritto, l’avrebbero esposto a mezzanotte, quando sarebbe nato. Eravamo bambini comunisti giocosi fantasiosi e ingenui, ma pensavamo che un bambino seppur della razza dei Gesù non potesse nascere sempre alla stessa ora, come se non fosse già abbastanza inconsueto nascere tutti gli anni. Decidemmo, quella volta, nel racconto surreale, di partire in spedizione verso la camera di due grandi a far nascere Gesù prima del tempo. Non era protesta, era dimostrazione scientifica. Eravamo bambini già preda dell’influenza del caso. «Se una lampadina può bruciare la vigilia di Natale / Gesù Bambino non può nascere a un’ora sempre uguale.» Eravamo bambini in rima, in metrica, in fila indiana verso un armadio marrone. Bambini minatori sul fondo dell’armadio. Bambini con pallina/mollica in una mano e refurtiva nell’altra. Gesù Bambino in versione malloppo fu portato in processione in corridoio e deposto rapidamente all’interno del presepe, alle ore 18,25 del 24 dicembre. Il comitato bambini lo dichiarò nato a quell’ora. Si aprì la porta di ingresso, tornarono i grandi coi pacchetti, coi cappotti, coi baci e abbracci, con i tra poco si cena. Dopo pochi minuti si accorsero del parto prematuro, sgomento, stupore, urla. Come era stato possibile che Gesù fosse nato prima di mezzanotte, venne fuori dalla cucina la grande addetta al baccalà e, dall’altra stanza, il nonno non elettricista. Cominciarono a parlare tutti insieme, camminando in girotondo intorno al presepe. I bambini comunisti in ritirata aspettavano in corridoio il momento in cui sarebbero stati smascherati. Il baccalà inesorabile continuava a friggere. Un grande della categoria zii, guardò fuori dalla finestra e vide che c’erano i fuochi d’artificio. «Festeggiano.» Disse. «Questo è nato veramente, è nato prematuro. Buon Natale!» E tutti in coro a ripetere: Buon Natale. A quel punto si erano fatte le 19,00, alla mezzanotte mancava ancora parecchio e il nostro Gesù Bambino stava già crescendo a vista d’occhio. La grande assorbente, d’un tratto, scattò verso la cucina, i festeggiamenti anticipati avevano fatto bruciare il baccalà.

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© Gianni Montieri

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