Iosif Brodskij, Conversazioni (Adelphi, 2015)

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Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, 2015, € 20,00

Poeta, saggista, drammaturgo, Iosif Brodskij, nato a Leningrado nel maggio del 1940 e diventato cittadino statunitense nel 1977, viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura dieci anni dopo, nel 1987, a soli 47 anni. “Poeta laureato” nel 1991, morirà a Brooklyn, New York, nel gennaio del 1996.
Conversazioni, curato da Cynthia L. Haven, è il libro che raccoglie, in ordine cronologico dal 1970 al 1995, interviste in larga parte preziose, a tratti preziosissime testimonianze.
«Noi russi veniamo al mondo in un regno molto ristretto. Per noi il resto del pianeta è solo pura geografia, una disciplina accademica, non la realtà», si legge a pagina 138, nella conversazione con Sven Birkerts, svoltasi nel dicembre 1979 presso l’appartamento del poeta al Greenwich Village. Un passaggio cruciale questo, che consente di comprendere l’intero libro. La condizione di esilio infatti si avverte di continuo nel corso della lettura, eppure pare di cogliere – non di rado nascostamente tra le parole del poeta – anche una forma, potremmo dire, di “tremenda felicità”. Brodskij cioè sembra dirci: la vita riserva questo, il destino mi ha riservato questo, ed è in ogni caso la mia fortuna. Fortuna e riconoscimento che non sono in effetti mancati, anzi. Prima accusato di “parassitismo sociale” (1964), relegato quindi al confino per anni, invitato infine nel 1972 dall’OVIR, il Dipartimento per i visti dell’Unione Sovietica, a lasciare il Paese, giunge definitivamente negli Stati Uniti d’America (dopo aver rifiutato di andare in Israele, limitandosi a una breve “tappa”, interlocutoria, a Vienna). Lì, nel Nuovo Mondo, in molti l’hanno accolto, ne hanno appunto favorito stabilità e fortuna, offrendogli un ruolo (l’insegnamento subito avviato presso l’Università del Michigan) e via via di qui la centralità sulla scena americana e mondiale, con la fama che ne è conseguita. Però va detto: si percepisce nettamente anche attraversando queste interviste quanto il suo divenire poeta negli Stati Uniti sia stato lento e difficile, interiormente, ai ferri corti con se stesso e con il proprio sguardo ferito, specialmente in rapporto all’incolmabile perdita di contatto con il linguaggio e la cultura d’origine (non sfugge quanto sia stata importante la vicinanza soprattutto di Susan Sontag, tra gli altri, per superare queste difficoltà).
Ma torniamo ora alla dichiarazione del poeta riportata all’inizio. Ribaltandone il significato, tutto il libro sembra invece davvero percorso da una realtà che è proprio geografia, ed è il motivo per cui Brodskij non tace, ad esempio, anzi esalta il suo amore incondizionato (oltre a quello immancabile per Leningrado-San Pietroburgo) per Venezia, di una bellezza definita «inarrivabile» («Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia. Persino un ratto, o qualsiasi altra cosa, purché a Venezia», p. 147). Dal 1997, del resto, Brodskij riposa nel cimitero dell’isola veneziana di San Michele. E l’amore per lo studio, poi, un altro nervo centrale del libro: un amore trasmesso immediatamente al lettore e che compone anch’esso una geografia. Corroboranti, in questo senso, sono lo stupore e il significato della scoperta, ricompresi nella dedizione che il poeta riserva e dichiara per alcune tra le voci più alte del mondo poetico, Auden e Cvetaeva su tutti (la seconda definita «l’unico poeta con cui ho deciso di non competere mai»).
Ed è un amore che per profondità colpisce e stupisce, soprattutto se si pensa che Brodskij ha lasciato la scuola appena quindicenne, avventurandosi successivamente in diversi lavori, tra i quali alcune importanti spedizioni geologiche negli anni ’56-’58.
Il suo stesso rigore in poesia è stata una conquista faticosa, una geografia di sé composta con l’andare degli anni (mirabile la nota che appare nell’introduzione, a pag. 15, derivata dal Gogol’ di Nabokov e riferita al concetto di pošlost’, la “volgarità compiaciuta”, il “falso positivo”, tutto ciò che Brodskij ha cercato sempre di rifuggire e combattere).
Una geografia mossa dalla curiosità e dal dubbio («La poesia è la miglior scuola d’insicurezza che ci sia», p. 114), per arrivare a conquistare il proprio posto nel mondo, arrivare dunque a «guardare i versi come l’anima guarda dalla sua dimora il corpo che ha abbandonato» (p. 124). Un posto scolpito nella letteratura.

Cristiano Poletti