Una frase lunga un libro #39: Wu Ming, L’invisibile ovunque

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Una frase lunga un libro #39: Wu Ming, L’invisibile ovunque, Einaudi, 2015, € 17,50

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– Andiamo a morire, – aggiunse Adelmo dopo un lungo silenzio,
– Chi l’ha detto?
– C’è il caso.
– C’è il caso anche di tornare.
– Ah sì, il caso c’è anche di tornare. Già.

Il tema, la parte di storia che stavolta i Wu Ming hanno deciso di raccontare riguarda gli anni della Grande Guerra. Il romanzo va a chiudere il centenario di quella guerra di montagna, di confine, di stupidità e ingenuità, dove morirono in tanti, in troppi, naturalmente. L’invisibile ovunque è diviso in quattro parti, la frase che ho scelto è tratta dalla prima parte, a parlare sono due amici che per la guerra partiranno, uno scelto e un altro per scelta, per sfuggire a un lavoro da fare con la schiena piegata sui campi, per tentare una sorte diversa (si arruolerà negli Arditi, fuggendo anche la vita di trincea, dove la morte arriva ancor prima dell’azione). Da subito, sono le prime pagine del libro, risulta evidente una scissione tra il non avere scelta e volere la guerra. La prima parte che è anche quella più narrativa corre rapidissima ed è chiaro l’intento del collettivo di scrittori bolognese, la grande battaglia – quella a cui nessuno è sfuggito – è quella che si combatte dentro ogni uomo, qualcosa che sfugge a ogni logica e che è spesso insopportabile come la guerra. Un libro scritto per ricordare gli uomini di quegli anni e il loro modo di perdere, di combattere, di tentare di vincere, di provare a fuggire. Quasi tutti i protagonisti di questo libro provano a fuggire, da casa, dalla guerra, da se stessi.

La guerra che prima era un luogo, il fronte, ed era immagini di corpi, odori di fiamme e  carogna, fragori d’esplosione, ora è invisibile, ovunque, e nessuna cerimonia riesce a estirparla.

La seconda parte, che è dolorosa, senza trascurare qualche aspetto divertente, come sappiamo dove l’assurdo regna un sorriso non può mancare, che sia suscitato o di sopportazione, è il racconto di come ci si industriava fingendosi matti per fuggire dal fronte, è anche il racconto del dubbio e della amicizia, di come da una finta follia si poteva passare a una follia vera, il finto pazzo che diventava pazzo sul serio, o quello che riusciva a salvarsi e a tornare a casa. Quella guerra fu una follia, come lo furono le precedenti e le successive, la parola follia è dunque la più adatta. Quei generali italiani erano ingenui, stupidi ma anche pazzi, nella loro ridicola idea di tentare per mesi e mesi di prendere le vette, i monti, mandando a morte senza riparo e senza scampo decine di migliaia di uomini.

La terza parte è un omaggio a Breton, al suo Nadja e al suo modo di condannare la guerra, nascondendosi cercando il modo di farla pagare a chi ne è stata la causa. Una parte molto bella, un dialogo surreale e surrealista tra Breton e Marie – Louise, la sorella di Jacques Vaché, alla quale furono nascoste la nascita, la vita e la morte di questo fratello. Breton non le chiarirà i dubbi ma racconterà fino ad arrivare alla morte di Jacques, suicida o ingenuo, non importa più, importa dove e con chi sia morto. La guerra non perdona, le famiglie sanno fare lo stesso.

La quarta parte è come un saggio, quello è il suo passo, ma è ancora racconto, è ancora volontà di raccontare l’invisibile che si manifesta in tanti modi, qualcosa di intangibile, come una nebbia interiore prenderà tutti. I Wu Ming scrivono, per ricordare e per non celebrare, perché la memoria conta, la celebrazione no, per nulla. Bonamore, il pittore, a cui si interessarono i surrealisti, quindi torniamo a Breton, sopravvive una notte e un giorno su un campo di battaglia, ferito a una gamba. Non si finge morto, ma più di una volta i soldati austriaci gli passeranno accanto senza vederlo, sarà come invisibile, sarà il fango, prima molle per la pioggia e poi essiccato dal sole a salvarlo, egli stesso scrive che fu come se il suo corpo si fosse unito al terreno e aggiungerà che non si trattò solo di condizione esteriore del corpo ma anche interiore, uno stato d’animo immobile eccetto che per il respiro. Si arriva in fondo, è l’invisibilità immaginata da Bonamore, è – in fondo – il messaggio che dobbiamo cogliere –  scritto anche in quarta di copertina, qualcosa che renda impossibile agli uomini di combattersi. Un libro sugli uomini prima che sulla guerra, sull’inutilità della battaglia, sulla paura e su un’ipotesi di salvezza.

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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