Claudia Luisa Perin, L’arte della misura. La prefazione di Plinio Perilli e una scelta di poesie

Perin_copertina

Implosione con rosa
eucalypthus e mandorlo fiorito

(per Claudia Luisa Perin,
poetessa concreta e immaginifica,
visionaria temprata della Dea Realtà)

.

Che bello quando una raccolta poetica risuona d’armonie e insieme cova dissonanze più orchestrate d’una tessitura musicale! Che bello quando il dettato lirico dipinge o trasfigura le immagini, i colori, come una grande tela d’un artista che ritragga la natura, il creato tutto come un unico viso, specchiato dialogo col nostro!
Ricordo una pagina indimenticabile di Eugène Delacroix, maestro della pittura romantica francese e dunque europea del pieno ’800, nel suo intrigante e segreto Diario:

“Constable dice che la superiorità del verde dei suoi prati dipende dall’essere composto di una infinità di verdi diversi. La mancanza di intensità e di vita che hanno comunemente i verdi della maggior parte dei pittori di paesaggio, deriva dal fatto che essi li fanno ordinariamente con una tinta uniforme. Questo che dico del verde dei prati si può applicare a tutti gli altri toni.”

Questa bella, sorprendente raccolta di Claudia Luisa Perin – L’arte della misura – riesce appunto a usare, a scegliere, porre le parole come note armoniose – o meglio, pennellate e cromìe: esose o estuose, secondo l’ordito lirico, l’ispirazione che esse accompagnano, incarnano e rappresentano. Ed anche il suo verde, ideale o concreto, se è bello, lo è soprattutto perché è miscela, media, miscellanea di verdi diversi.
Verde è ad esempio il titolo d’una intera sezione: eppure il color verde non vi ricorre mai direttamente, ma è nominata la linfa, il nutrimento segreto, la pennellata nascosta che sùbito porta alla luce quella gemmazione, la nota liberata perché di noi, in noi, rifiorisca:

Stanotte, sulla strada di casa
il mandorlo si staglia fiorito
nel buio, fantasmico, bianco.
Mi appari
tra le sue radici deposta
dando a lui linfa,
e lui a te, Gatta,
conforto di bellezza…

Una sorpresa, dicevo, Claudia Luisa Perin, che è precipuamente “assistente d’oftalmologia” ma ha col linguaggio – e i suoi arcani ispirativi – un rapporto ondivago e risolto: lucido e appassionato, fertile e scettico blu, lungimirante in sapienza ma conscio e avvertito dell’espediente pragmatico della nostra rètina, la quale capta radiose o brunìte immagini perfettamente capovolte (leggi: schegge di prosa, appunti implosi della Dea Realtà!); che dovrà poi voltare, ribaltare a scorgervi l’adempimento lirico finale, l’accensione lirico/simbolica dell’amata poesia:

Sotto l’albero delle piccole magie
sotto l’albero dell’incanto
sotto l’albero delle piccole bugie
sotto l’albero dell’infanzia imbrogliata.

Ecco una quartina che già contiene tutto. La valenza ossimorica (“coincidentia oppositorum”), il ribaltamento (rovesciamento) dell’“albero dell’incanto” in “albero delle piccole bugie”. Albero sotto il quale l’infanzia, attenzione, è stata imbrogliata – severo e amaro participio passato. Un passato che mai le passa, ci trascorre. Oppure si addobba d’emozione, si riveste d’incanto come in certi suoi sorprendenti distici direttamente evocati nella lingua materna, la spagnolo di Elsa, “madre fragil y poderosa”:

Alma querida de quebracio tierno!
Ahi! Que aliento de vida y susto!

Anima cara di tenero larice
Ahi! Che vento di vita e timore!

*********

Claudia Luisa Perin giostra, da una lirica all’altra, una verve amabile, briosa, eppure cadenza, registra le usuali scene del dramma umano – più spesso della tragicommedia che noi viviamo – come uno scombiccherato e autoironico film a episodi, dove la morale è sempre sarcastica, alleggerita, ma la posta in gioco è ardua, nefasta, quasi sempre dolente:

Che fare che dire,
quanto resistere,
ri-esistere? Esistere due volte?

Decidi che non ne puoi più
che repetita non iuvant
che sei pronta per il viaggio.

Eppure, come in ogni brava terapia, “riconoscere ciò che è” (cito appunto Bert Hellinger, maestro esimio delle Costellazioni familiari, tra “psicologia della distruttività” e “strade per la riconciliazione”…) porta eminentemente a riconoscere ciò che si è:

[…Qui si tratta di guardare, non di osservare?

Una volta ho rappresentato la differenza tra l’io e il sé con un movimento. Raggiungo l’io se, dopo aver messo le mani in basso e ampiamente in fuori, le porto verso l’alto finché si congiungono in punta. Raggiungo il sé con il movimento inverso, dalla punta in alto verso l’ampiezza in basso.

Dal suo movimento direi: osservare è focalizzarsi su di un punto. Percepire significa invece guardare nell’ampiezza dello spazio.

Esattamente. Focalizzando vedo i dettagli, ma non posso vedere l’insieme. Un ricercatore che osserva l’albero come ricercatore, non può percepire l’albero come albero. Vede i dettagli. Un pittore invece vede il tutto. O un poeta. Così io tratto le persone sistemicamente. Non osservo la singola persona, ma la vedo come intessuta in un sistema di riferimento. …]

(da: Bert Hellinger, Riconoscere ciò che è, “Dialoghi con Gabriella ten Hövel”, Feltrinelli, Milano, 2013)

Ebbene, noi ora cerchiamo, tentiamo di focalizzare ogni pregio lirico di Claudia Luisa Perin – i dettagli – : ma al contempo decrittiamo e cogliamo l’insieme. È in effetti una poesia – la sua – che esige e si presta ad essere ammirata sistemicamente, non osservato solo per la singola lirica, ma “intessuta in un sistema di riferimento” che è giustappunto l’intera raccolta.
Ecco allora la sezione “Antiqua”, poi “Verde”, gli splendidi “Ritratti”; e ancora “Come spada”, capitolo cruciale, capace di mettere perfettamente in gioco, e al contempo, come ogni brava e solerte seduta di psico-lirica… Io, Es e Super-io! Basti lo splendido autoritratto mentale de “La donna dimezzata” – che non è una riedizione post-femminista del noto Visconte romanzato da Italo Calvino, bensì una sorta di j’accuse parodiato della propria stessa identità, proficuamente ossimorica, e alfine duplicata, salvata proprio dimezzandosi:

Pistola alla nuca
cammino sul filo.
Il piede si segna
resisto al dolore.
Continuo, mi ostino.
Procedo tagliata.
Dall’arco del piede
alla volta del cranio
son già due metà
che il pensiero governa.
Pistola alla nuca
cammino sul filo.

Per chiudere coi non meno autoironici, eppure temprati, severi e consci paragrafi di “Erotika”, e infine l’intenso, ininterrotto memento di “Existentia”:

Temperato tutte le matite
riposto tutte le carte
fatto ordine sullo scrittoio.
Potessi con semplici gesti
sconvolgermi!

In realtà, con semplici gesti e temperando il malessere, riponendo le ansie e fatto ordine sullo scrittoio dell’anima, Claudia Perin sa bravamente coinvolgerci proprio sconvolgendosi memoria e afflato futuribile, antico retaggio e nuovi, nuovissimi progetti sensibili, concrete mappe d’armonia:

Ventre mio che tieni le viscere
ed i sentimenti non espressi
intestini avvoltolati oppressi
dalle dolenti pene del conoscere
che vorrebbero sciogliersi e volare
un po’ più in alto tra l’animo e ’l sognare.

È l’esito certo più bello e sano del libro: divagare e seminare saggezza proprio là dove le fondamenta pericolavano, e si temeva di non poter proprio più costruire, ascendere oltre, salire, più in alto e arioso elevare il peso:

Fare di voi una gòmena forte
per risalire lungo la mia vita
ed osservare da dove proveniva
la sorte mia che ne son stupita.
E giunta in alto
potrei forse agire
sui moti primi dell’ottuso male
che non conosce estro

*********

L’estro, invece, Claudia Perin lo conosce e lo pratica con grande dimestichezza. Raramente – nel panorama moderno della poesia in fieri – le more d’intimità o gli intrecci amorosi sono risolti con tanta verve d’eleganza, tale insondabile mistero sensibile, arcano finanche familiare, radicato lontano e nel contempo spinto, proiettato futuribile, giacché frutto e dono dell’inconoscibile che ci decide o ci guida acquietati:

Dov’eri
padre?
In quali spazi
ti allontanavi ferito
mentre ti guardavo
tracimando dentro.

Ma anche, per duplice, duplicata ma dimezzata, cioè duale radice:

Ti ho portato, madre, in sogno con me.
Volevo darti conforto.

Afflato amoroso, si diceva. Confessato e giocato con una squisita, amabile intensità. Amabile come un buon vino abboccato, liquoroso di sé. Non è un caso che qua e là Claudia ricordi (e certo anche si rammenti) addirittura dei cari lirici greci (magari proprio quelli tradotti e reinventati da Quasimodo); per non parlare poi dei nostri irrinunciabili elegiaci latini. E infiamma tutto il suo gesto poetico in una breve sequenza o movenza che ci bacia di parole, carezzando suono e pensiero in un’unica voluta dolcissima, sensuale di luce:

Se di rose
petali avessi
sul letto
ne farei pioggia.

“Frammento della rosa” – titola Claudia. Frammenti della Rosa, chiosiamo noi, che è insieme mistica e botanica, fisica e sublime, alchemica e dolente, irreale e incarnata:

Di Eros ineffabile presenza
il vento muove.
Lo canto tra i doni
ed anche il ricordo vien grato
trascorse le sue gioie.
Impaziente, avvolgente
vuol dappertutto entrare
ovunque seminare.

È il fulcro che le spetta e che onora a vivere, a temperare d’esperienza. Fino a L’arte della misura! Costruire armonia – lo ripetiamo – come un architetto che squadri e ricomponga il cielo in ogni bianco, marmoreo cerchio di luce, in ogni colonna d’intensità (dorica, ionica o corinzia, è analogia preziosa della sua cultura, metafora interiore scanalata di stupore, Beltà resa lieve d’essenza):

L’arte della misura
insegni, accennando appena.
L’imprudenza di un di più si paga
l’hai appreso… in qualche tempo.
Perfino i risentimenti hai scordato.
Scivoli sui discorsi, i fatti

E torniamo a quel punto di luce che la rafforza, a quella risorsa od oasi nella sfera d’ombra che ci affligge, addentro al vortice del quotidiano, che anche con la poesia Claudia Luisa Perin libera, disàncora in un fertile, carezzevole snodo poetico. Impaziente, avvolgente. Come un antico mito che ci chiami, reclami a sé, c’intrida, ci pesi archetipo ma solo per lievitare altre gemme, per rinnovarci:

Bella, la stagione
Proserpina aleggia ovunque.
La vita e la morte duettano
con inconsistenza.
Resistere allo scempio?
Resistere e testimoniare
il proscenio ridondante
di corpi?

Nel buio, fantasmico, bianco come il suo mandorlo fiorito – che dunque la rispecchia, le assomiglia, e già docile, nobile, ci risveglia cuore.

Plinio Perilli

.

*

LA GÒMENA

Ventre mio che tieni le viscere
ed i sentimenti non espressi
intestini avvoltolati oppressi
dalle dolenti pene del conoscere
che vorrebbero sciogliersi e volare
un po’ più in alto tra l’animo e ‘l sognare.
Farei di voi una gòmena forte
per risalire lungo la mia vita
ed osservare da dove proveniva
la sorte mia che ne son stupita.
E giunta in alto
potrei forse agire
sui moti primi dell’ottuso male
che non conosce estro
ma sì come sulla terra il sale
secca le zolle ed i germogli brucia.

*

IL MANDORLO FIORITO

Stanotte, sulla strada di casa
il mandorlo si staglia fiorito
nel buio, fantasmico, bianco.
Mi appari
tra le sue radici deposta
dando a lui linfa,
e lui a te, Gatta,
conforto di bellezza…
Mentre fra me così travedo
Un maschio si avvicina
annusa l’aria… rapido alza la coda
vibra un segnale,
si dissolve nella notte…
Forse ti ha sentita lì
e come me
ti ha reso omaggio.

*

MENDICANTE

Chiedo
come un mendicante
coraggioso.
Forte,
non so di cosa.

*

LA DONNA DIMEZZATA

Pistola alla nuca
cammino sul filo.
Il piede si segna
resisto al dolore.
Continuo, mi ostino.
Procedo tagliata.
Dall’arco del piede
alla volta del cranio
son già due metà
che il pensiero governa.
Pistola alla nuca
cammino sul filo.

*

LEZIONI DAL CINEMA

Catturata
dai suoi giovani occhi
si pone il quesito.
“ Concedersi
il gusto
o dileguarsi?
Non vorrai giocare
ad Harold e Maude!”

*

BIGIA CIPRIA

Che fare che dire,
Quanto resistere,
ri-esistere? Esistere due volte?

Decidi che non ne puoi più
che repetita non iuvant
che sei pronta per il viaggio.

Impalpabile cipria
delicata e grigia
senza profumo.
Cipria bigia per te, Pierrot,
che guardi un’urna.
Hai ben poco da dire
con l’occhio stranito all’ingiù.