Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 3 Alberto

Amsterdam, 2014 foto GM

Amsterdam, 2014 foto GM

Paolo Triulzi: I me medesimi. N. 3 Alberto

Alberto è grosso. È sempre stato grosso, non è un problema. Sono le camicie il problema. Ste fottute camicie, che per quanto grandi le prenda gli strizzano sempre il collo. Alberto non è grasso, è proprio grosso. Ha un grosso stomaco prominente ma è anche alto, con un grosso collo, grandi spalle e gambe. Un cristone, gli diceva suo nonno. Quando si incazza fa paura, ma è un bel po’ che Alberto non si incazza più.
Alberto si sveglia la mattina e inizia ad asciugare le sue sigarette. Con metodo, come fosse un lavoro artigianale. In tre quattro tiri ha finito una sigaretta. Uno che guarda, vede quel cilindretto bianco scomparire come per magia. La sigaretta si rattrappisce, secca e si polverizza fra le labbra di Alberto. Con le prime due sigarette Alberto si alza e fa la barba. Poi si deve mettere la camicia. Quasi tutta una sigaretta Alberto la dedica ad allacciarsi i bottoni della camicia. Il primo soprattutto. Alberto trattiene il fiato e nei polmoni il fumo. Di solito fa due o tre tentativi. Poi la cravatta, la giacca e il resto.
Se non era per sua madre, con quella corporatura Alberto poteva fare molte cose. La madre voleva che lui studiasse e così Alberto ha studiato e adesso lavora a una scrivaniuccia, a buttare numeri dentro un computer. Ma Alberto non ci si incazza più, con quel lavoro ci paga la badante ai suoi e la madre ci aveva visto giusto. È andata così, si dice Alberto. Non si incazza e asciuga le sue sigarette.
Anche vestito da ufficio Alberto non riesce di sembrare elegante. Lui comunque non ci si impegna. È come se i vestiti gli si spiegazzassero addosso appena indossati. La cintura la deve portare sotto la pancia che così sembra diventare enorme, soprattutto con le camicie a righe.
Me ne fregasse, pensa Alberto mentre cammina per le vie del centro. Sono i primi caldi. Alberto suda subito. Ha la fronte costantemente imperlata con i capelli davanti un po’ appiccicati. Il ritmo delle sigarette non cala. Così cammina con la tracolla su di una spalla e la sigaretta nell’altra mano. Enorme, incede sul marciapiedi con passo apparentemente affaticato. In realtà sono le scarpe a strizzargli i piedi. Anche le scarpe: vai a trovare la taglia, bisognerebbe farsele fare su misura ma chissà poi quanto vai a spendere.
Alberto cammina e vede tutti questi ragazzini in giro per il centro. Ma questi non hanno un cazzo da fare? Si domanda Alberto. E poi come si vestono? Pantaloni su, pantaloni giù, scarpe assurde, pettinature ridicole. Oppure tutti trasandati che sembra che dormano sulle panchine, però in mano il sacchetto di qualche negozio ce l’hanno sempre.
Alberto muove un po’ il collo nel colletto della camicia, asciuga la sua sigaretta, si passa una mano sulla fronte e tira dritto. In mezzo ai ragazzini. Poi si ferma ad aspettare il tram e sente un peso salirgli sul piede. Si volta di lato e vede ‘sto ragazzino magro. È vestito tutto di nero, pieno di borchie di metallo, due anellini infilzati a una narice. È quasi giugno ma questo ha i guanti a mezzo dito, neri. I capelli fonati un po’ in su, gellati un po’ in giù, con ciocche viola. Alberto dice solo, attento piccolo. Il ragazzino risponde.
Vai a fare in culo, dice il ragazzino con gli occhi mezzo nascosti sotto ai capelli. Cosa cazzo hai detto? Domanda Alberto che invece ha capito benissimo. Cosa cazzo hai detto? Ripete Alberto. Il ragazzino apre appena la bocca che una mano di Alberto gli si abbatte sulla faccia come una sassata. Un pezzetto di metallo vola nell’aria e brilla.
Nel vociare della strada piena di gente c’è un gruppo di ragazzini vestiti di nero che guardano Alberto, enorme, strizzato nella camicia, col suo ventre prominente e la faccia sudata. Alberto deglutisce ma il bolo non va giù, si impiglia nel primo bottone. Il ragazzino che è a terra si tiene la faccia e piagnucola. Gli altri amichetti guardano fisso. Alberto sente pulsare le tempie e gli occhi schizzargli fuori dalle orbite, poi una campanella suona alle sue spalle. Si gira e vede il tram con le porte aperte. Getta la sigaretta, sale su e va via.

© Paolo Triulzi

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