Festivaletteratura: Rondò #FestLet

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Ecco, parlerò in prima persona, e sarò intima e anche brutale.
Ieri ho fatto poco i compiti, ve lo devo confessare. Mi ero data molti appuntamenti, ma mi sono limitata a soffermarmi su Florence Delay e i suoi portacenere (i frutti li vedrete presto qui), ad ascoltare Covachic parlare di Pippa Bacca e dell’artista che si mette in gioco rischiando che gli si dica che se la va a cercare, a lottare contro le api (e io sono allergica come la metà dei personaggi di Stephen King) che si erano affezionate ai miei riccioli di zucca.
Sono animali superiori, io l’ho sempre detto.
Tutto il resto del tempo l’ho passato a riflettere su un incontro che pensavo festoso e vivace, dimenticando dove affondava la mia passione per il tema affrontato. Fin da bambina io ho la fobia dei vulcani: ero cucciola quando ho gironzolato per i Campi Flegrei, visitato le zone dell’Averno, passeggiato per Pompei, e fin da bambina ho capito che la Natura aveva un amico per ignorare la nostra sopravvivenza mediante tutti e quattro gli elementi in contemporanea. Da allora ho un terrore profondo e un grande amore, e ascoltare Alberto Angela parlare di un evento potente quanto cinquantamila bombe di Hiroshima, con colate di fango e venti da burrasca che hanno inghiottito in tre giorni una città, è stata un’esperienza bella e disturbante.
Potrei tenerla per me, direte (giustamente) voi. Sono io che mi sto godendo questo ritorno all’infanzia, proprio nella città dove è nato quel Virgilio che ha vissuto dove io vivo ed è sepolto dove sono nata. Sono io che chiudo i cerchi (sepoltura a Mantova a parte).
Invece voglio collegarmi a quanto detto ieri sull’esattezza, sulla testimonianza e sul senso di umanità.
Esattezza. Qualche mito da sfatare. 1) Il vulcano che conosciamo non esisteva il giorno dell’eruzione; al suo posto, un “monte basso” coperto di verde che nessuno sapeva conservasse una bomba. 2) In compenso c’erano stati segnali: case già piene di calcinacci per le continue scosse di terremoto, acquedotti che non portavano acqua (niente terme, quindi, né aristocratici né banchetti). 3) C’erano sempre stati segnali: si sa che nel ’79 d.C. mancava un’intera generazione, quella degli adolescenti, perché i potenziali genitori erano morti sotto il più violento dei terremoti precedenti all’eruzione, circa sedici anni prima. 4) Nessuno sta rimproverando i pompeiani del tempo di non aver colto i segnali; stiamo rimproverando le majors di Hollywood di non aver colto il tempo dei pompeiani. 5) Anche a postilla del punto 4, non è mai arrivata una goccia di lava.
Ora, Angela è un divulgatore; Alberto e suo padre Piero sono per molti persone di famiglia, con cui si cena ascoltando scampoli di realtà di altissimo spessore raccontati come in una chiacchierata. C’è un’enorme generosità nel lavoro del divulgatore. E Alberto Angela, ieri, ha parlato di una virtù dell’homo sapiens, l’empatia, e di come possa essere attivata attraverso i canali di divulgazione come libri e tv.
Nessuno di noi ha trovato truculento, né soltanto scientifico, sapere che una mattina di (probabilmente) ottobre i pompeiani si svegliano vedendo una nebbia seduta sul “monte basso”, con una polvere bianca e tuoni sordi e uno strano rumore di fondo. È andata così: a ora di pranzo, il vulcano apre il camino con una cannonata di polvere e gas che raggiunge i 14 Km di altezza (un aereo vola a 10), una nuvola nera attraversata da lingue rossastre. Il fornaio corre fuori lasciando il pane, il restauratore copre l’affresco con la calce per non farlo seccare convinto che una volta uscito a controllare tornerà al lavoro; non avevano finestre, semplicemente erano stati spaventati dalla rottura del muro del suono. Nessuno ha trovato gratuito sapere che la pomice non fa male ma fa affondare nella fuga, né che le rocce sfondano, e che a stare fuori ci si graffia la gola respirando vetri ma chiudersi in casa vuol dire finire sepolti. Nessuno ha trovato macabro sapere che quando la colonna arriva a 32 Km collassa: il suo nome scientifico in quel momento, magnifico, è “nube ardente”, e al suo cadere gli uomini di Ercolano, fuggiti sulla spiaggia, cadono all’istante come burattini.
Alla sesta valanga di fango il vulcano si svuota. Tito non vuole ricostruire la città, che resta un bosco fino al suo ritrovamento casuale. Una delle prime cose a essere trovate sono state i corpi.
Durante l’intero racconto, dettagliato, rispettoso e corretto, abbiamo provato la più ferma empatia verso «uomini come noi che hanno vissuto un momento terrificante.»
Ecco, conclude Angela: sapere che l’anidride solforosa a contatto con le mucose diventa acido solforico può aiutare, prima di farsi un selfie con quelli che un tempo erano uomini.

© Giovanna Amato