Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo.

Ne risulta, dunque, un “orto” ricchissimo e odoroso, diviso in tre sezioni, dedicate rispettivamente ai Poeti del Nord, ai Poeti del Centro, ai Poeti del Sud, composta ciascuna da sette voci poetiche. Parto dal Centro, rappresentato qui da Anna Maria Farabbi, Fabio Serpilli, Ombretta Ciurnelli, Anna Elisa De Gregorio, Nadia Mogini, Antonio Madamma, Enrico Meloni per leggere insieme a Manuel Cohen alcune di queste voci. Prendo le mosse da Ombretta Ciurnelli, le cui poesie in dialetto hanno una partitura caratterizzata da passaggi da maggiore a minore e viceversa, soluzioni originali e aderenti a un paesaggio urbano – quello perugino – animato da dislivelli, scosso dal vento e frastagliato. Anche perché esprime al meglio le caratteristiche fin qui elencate, mi appare centrale il testo Scaline, dalla raccolta La città del vento:

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette – Salgono lente / le scalette sul colle / che da secoli / chiamano del Sole / piegate come fossero / un organetto disteso / dalle mani di un suonatore / (o immagina se no / ventagli grandi / trine ormai dimenticate / e diventate pietra) // Appoggiata sui tetti / una ringhiera / con la tramontana / che si burla dei sogni

Di Anna Maria Farabbi mi preme mettere in rilievo il solido e vivace duettare tra poesia in lingua e poesia nel dialetto di Montelovesco, tra Umbertide e Gubbio. In tal senso la sua raccolta Abse rappresenta una tappa particolarmente significativa, anche ad esaltare la miscela coloratissima tra mente viscere e radici:

ldialetto ldiceva lmi babbo e lmi babbo
ce lò ncorpo

si fò cadé la lengua nterra
m’esce

il dialetto lo diceva il mio babbo e il mio babbo/ce l’ho in corpo//se faccio cadere la lingua in terra/mi esce

Sempre tra i Poeti del Centro è Enrico Meloni, che lavora con mezzi linguistici molteplici e complessi, senza paura di rischiare l’osso del collo, dal momento che sul dialetto romanesco di Belli,  Trilussa e Zanazzo, con una sapiente rete per pesca a strascico, innesta gergo giovanile e “parole del tempo”:

A scroccasole

A scroccasole vojo sta leggero
e svaporà de bbrume a pprimasera.
Ma sta notte d’Itaja me s’accora
che smorza puro er zole caccianuvole
ne li tiggì no strazzio de strappone
e na maestà marpiona che smiracola
fora lavoratori a ppezzi in piazza
Marchionfuttuto er fonno dei puzzoni!
No: maggico patron de li mercati!
Steccamolo sto samba de sparambi!
Sottopagati der sapé pe ttetti
stormi de coccoccò neri da sbrocco
e l’immigranti ’n goppa a li tralicci.
Hasta la vista, professò, t’abbasta?
Scole cascheno a scaje scassabbanchi
aule aulenti sgarrupate a ttocchi
strabbocheno de taji scassacazzi
e dde ’nfornate de bburocaccrocchi.
Notte caimana de le rattatuje
de caste taroccate mai satolle
regazzi-libbro inondeno le piazze
venturo principià de Rinascenza
Cor ciufolo a crisi la steccamo!
Accanna i 
gheim! abbasta le bbuatte!
O vedi che vve tocca a vvotà Ggirdo!?
Sò risucchiati ner zilenzio e bbusse
luce der davenì che sse sconquassa.
A scroccasole vojo sentì er mare
smiccià nell’ale libbero er penziero.

Senza ombre – Senza ombre voglio essere leggero / e al crepuscolo svaporare di brume. // Ma questa notte d’Italia mi assilla / spegne anche il sole che rimuove le nubi / nei tg un tormentone di donnine facili / e una maestà marpiona che miracoleggia / fuori lavoratori a pezzi in piazza / Malnato Marchionne, il peggiore dei puzzoni! / No: eccezionale patron dei mercati! / Condividiamolo questo samba di tagli! / Sottopagati del sapere sui tetti / stormi di precari sul punto di perdere la testa / e gli immigranti protestano sulle gru. // Hasta la vista, professore, ti basta? / Scuole cadono in frantumi banchi sbilenchi / aule aulenti fatiscenti a pezzi / traboccano di tagli inopportuni / e ammassi di incombenze burocratiche rabberciate. // Notte caimana di inciuci e baruffe / di caste truccate mai sazie / ragazzi-libro inondando le piazze / venturo auspicio di rinascenza / Noi la crisi non la paghiamo! / Rinuncia ai tuoi piani! Basta con le fandonie! / Vedete cosa vi tocca a votare Gildo!? / Sono risucchiati nel silenzio e busse / luce dell’avvenire che si dissolve. // Senza ombre voglio sentire il mare / cogliere nelle ali libero il pensiero.

Proseguo con i Poeti del Sud (Vincenzo Luciani, Vincenzo Mastropirro, Salvatore Pagliuca, Dina Basso, Sebastiano Aglieco, Giuseppe Samperi, Biagio Guerrera). Manuel Cohen sottolinea  nelle poesie nel dialetto di Ischitella sul Gargano di  Vincenzo Luciani il ponte, solido e continuamente rinnovato nel corso del tempo e nell’arco di oltre trent’anni,  che unisce le sponde della tradizione orale e della tradizione letteraria. Forme e rime nitide, “popolari” nel senso della fusione di autenticità e bellezza, si coniugano con l’ampiezza e la profondità dei temi affrontati:

Parole

Ji notte e gghjurne vaje secutanne
parole. A une a une
i cape e i accragne
peje nu macerare che na macere
adda reje bella tese quatre e squatre
pe mantenè dda poca terre
che fa campà, ché pe gghjesse
campàme…

Ji accumponne e scumponne i parole
cume ce accumponne e scumponne nu joche,
na vote amice e n’ata vote allite.

Jucanne p’i parole
ji retorne guaglione.
Nu sciate avaste a scumugghjà
sotte a cènere u foche
d’u tempe de na vote…

PAROLE – Io notte e giorno inseguo / parole. Ad una ad una / le scelgo e le accatasto / come un maceraro che una macera / deve ordinare dritta e squadrata / per sostenere quella poca terra / che fa campare / ché per essa / campiamo… // Io compongo e scompongo le parole / come si compone e si scompone un gioco, / una volta amici e un’altra volta nemici. // Giocando con le parole / io ritorno bambino. / Un fiato basta a scoprire / sotto la cenere il fuoco / del tempo di una volta…

Giuseppe Samperi, che ha al suo attivo anche la scrittura “in lingua”, compie un lavoro di grande interesse con il dialetto di riferimento, quello della provincia catanese, perché non teme di coinvolgere e prendere di petto i temi e gli ambiti più disparati – le radici, i legami, gli inganni e le illusioni, la vita, la morte, le “considerazioni inattuali” e le speculazioni filosofiche – nel suo idioma poetico, Dialettuttu,  dall’inusuale forza creativa (anche di numerosi neologismi):

Prima o ppoi quarcunu ti cunta
di stu mmernu fittu, ti ncucchia
ca foru annati mbarsamati,
bumma fitusa ca mpistau
menzumunnu, u celu niurumi
senza cchiù culura e stinciuta
tutt’a vita dintra l’occhi
ppi na frevi furastera e nfamia.

Tû dicu jù, nnâ mo gnuranza
cchi successi: l’omu ca vinni prima
s’âva mmuccatu tuttu a picca a picca,
pigghiatu dâ lupa, dô vermi tagghiarinu
n’âva lassatu nenti ppê so figghi,
i so niputi. Cu nnappi nnappi…

Ô rrestu nun cci cridiri,
su’ sulu manciamidudda ’i filosufi
e puisii affarati.

Prima o poi qualcuno ti racconta / di questo inverno fitto, t’imbroglia / che furono annate imbalsamate, / bomba fetida che ha appestato / mezzomondo, il cielo nerume / senza più colori e stinta / tutta la vita dentro agli occhi / per una febbre forestiera e infame. // Te lo dico io, nella mia ignoranza / cos’è accaduto: l’uomo che è venuto prima / si è mangiato tutto a poco a poco, / preso dalla lupa, dal verme taglierino / non ha lasciato niente per i suoi figli, / i suoi nipoti. Chi ha avuto ha avuto… // Al resto non credere, / sono soltanto scervellamenti [elucubrazioni] di filosofi / e poesie affumicate.

Con la poesia di Vincenzo Mastropirro sbarco in terra paterna e torno ad ascoltare il ruvese della mia infanzia. Un suono aspro, per le orecchie ‘forestiere’, che viene modulato come per accordarsi su un’esecuzione per voce e flauto, lo strumento di Vincenzo Mastropirro musicista e compositore, fa tesoro di una tradizione letteraria che supera i confini nazionali, oltre che quelli temporali, e unisce riso e lacrime, sublime e ironia, il fiore azzurro romantico e quello di carta, una sorta di irriverente e serissimo alter ego:

U fiaure de carte

Me vaite inde a nu fiàure de carte
forte e coloròte.

Stoche chiandòte inde a la tìérre
‘nanze a la  tòmbe d’attàneme
ca se sté a pisciò sòtte da re resòte.

L’addemanne: “peccè stè a réire?”
ed idde la spicce subete.

Sènza parlò vogghje sdradecamme e scappò
ma m’arrecùorde ca nan pùozze.

U terrène me mange a picche a picche
la paghiure me pigghje ma
pe fertìune m’arrecùorde d’èsse nu fiàure de carte
e nan pozze meréje.

Mò capisce re resòte d’attàneme.

Il fiore di carta Mi ritrovo in un fiore di carta/ forte e colorato.// Sono piantato nella terra/ davanti alla tomba di mio padre/ che si sta scompisciando dalle risate.// Gli domando: ”perché ridi?”/ e lui smette immediatamente.// Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare/ ma mi accorgo che non posso.// Il terreno mi ingoia a poco a poco/ il terrore mi assale ma/ per fortuna ricordo di essere un fiore di carta/ e non posso morire.// Ora capisco le risate di mio padre.

Risalgo tra i Poeti del Nord scelti da Manuel Cohen: Fabio Franzin, Paolo Steffan, Davide Ferrari, Azzurra D’Agostino, Francesco Gabellini, Laura Turci, Annalisa Teodorani. La poesia di Azzurra D’Agostino, sia in lingua, sia nel dialetto dell’Appennino Emiliano, ha radici e rami, tornanti, raggi, nebbie e squarci di buio in un paesaggio che porta con sé un perenne «inverno indifendibile»:

Mi’ nòn am’ dsgiva:
“al sèèt tè, che mé
san stè in tì partisèèn?”
“nòn, mé ed politica
an capiss mja gninta”- disiva me
“ma infàt ai’n’era mja d’la politica;
a’i eren dì bosc negher
indovv ti stèvi òr e dé e setmèni
con ‘na fèm un bùr e ‘na pòra
e’d mòrìr adòss
comm’ i’ han sulament al bésti”
-am rispondeva lù.

Mio nonno mi diceva/ “lo sai tu, che io/ sono stato nei partigiani?”/ “nonno, io di politica/ non capisco niente” – dicevo io/ “ma infatti non c’era della politica;/ c’erano dei boschi bui/ dove stavi ore e giorni e settimane/ con una fame un buio e una paura/ di morire addosso/ come hanno soltanto le bestie”/ – mi rispondeva lui.

Davide Ferrari scrive sia in italiano, sia in dialetto pavese e di quest’ultimo sa sfruttare al meglio sonorità e gioco di vibrazioni soprattutto tra monosillabici e bisillabici per dare voce al dialogo con lo scorrere dell’esistenza e alla danza dell’io con la morte:

«Mi son vün che vün me mi gh né mia
perchè m’inventi un num divers un dì
par l’altar che quand, ad not, la mort l’am
ciama la tröva sempr’un àltar
in dal mè pigiama.»

«Io sono uno che non c’è un altro come me/ perché mi invento un nome diverso un giorno/ per l’altro che quando, di notte, la morte mi/  chiama trova sempre un altro/ dentro il mio pigiama.»

Fa bene a parlare di mescidanza, Manuel Cohen, nel presentare la poesia in dialetto veneto di Fabio Franzin. L’idioma si intreccia qui a nomi propri, a termini storici, a nuovi ingressi nella lingua nazionale; si intreccia, sì, perché Franzin va tessendo, con un lavoro che della manualità della fabbrica e della maestria di un artigiano ha tutte le qualità, un arazzo di grandissime dimensioni, in continua progressione e in crescente complessità sia per i nodi esistenziali sia per le diramazioni nella storia e nel presente:

Paura, cavéi
(Otobre 2013)

Stanòt el mé fioét l’à paura.
I ‘o ‘à portà in gita al Vajont,
daa diga, tii posti dea straje.
No’ l’è pì bon de ciapàr sòno,
inpressionà da l’aqua che se fa
scura cascata, da tuti chii morti
sepoìdhi tel paltàn. Cussì son
qua co’ lù, tel só letìn (in càibrio
anca mì, a franàr un tòc al dì,
come chel monte, sora i parché
de ‘sta vita senpre pì dura e scura,
nassù l’istesso àno de chel splonf,
po’), qua che ghe parle dee stée,
lo ‘carezhe, ghe sgarùfe i cavéi
e po’, co’ i déi verti, ghii pètene
indrìo, daa front fin al grun dei só
pensieri. E petenàndo i sui, mori,
lissii, longhi co’fà i mii, co‘ncora
li ‘vée, da tosàt, me perde via, fra
‘dèss e ‘l passà, ciape sòno anca mì.

Paura, capelli (Ottobre 2013) Stanotte il mio figlioletto ha paura. / L’hanno portato in gita al Vajont, / dalla diga, nei luoghi della strage. / Non è più capace di prendere sonno, / impressionato dall’acqua che diventa / buia cascata, da tutti quei morti / seppelliti nel fango. Così sono / qui con lui, nel suo lettino (in equilibrio / anch’io, a franare un pezzo al giorno, / come il monte Toc, sopra i dubbi / di questa vita sempre più dura e scura, / nato lo stesso anno di quello splonf, / poi), qui che gli parlo delle stelle, / lo accarezzo, gli scompiglio i capelli / e poi, con le dita aperte, glieli pettino / all’indietro, dalla fronte sino al groviglio dei suoi / pensieri. E pettinando i suoi, mori, / lisci e lunghi come i miei, prima / della calvizie, da ragazzo, mi perdo via, fra / questo attimo e il passato, e mi addormento anch’io.

© Anna Maria Curci

9 comments

  1. Tutte belle, complimenti per la scelta.
    Molto apprezzata la tecnica, a tratti virtuosismo, del mio conterraneo Meloni

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  2. Arricchisce molto questo entrare nei dialetti di altri attraverso la poesia e la tua lettura, Anna Maria. Grazie.

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  3. A riprova che la creatività letteraria è infinita. Per chi credeva che tutto fosse già stato detto e scritto…

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  4. Impigliato intrappolato e quant’altro nella rete del quotidiano amato/odiato, sempre meno poso lo sguardo sui lavori appassionati di quanti (pochi) come Anna Maria, continuano a credere che non sia sprecato il tempo per occuparsi dei piccoli verseggiatori come me (parlo, ovviamente, a titolo personale).
    Ecco allora che solo adesso vengo a conoscenza dell’articolo. Grazie ad Anna Maria e grazie (ancora) a Manuel.
    Col cuore
    Un abbraccio
    Giuseppe S.

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