Fernando Della Posta, Gli aloni del vapore d’inverno. Saggio di Plinio Perilli

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DERAGLIARE PER UN MONDO NUOVO

 

(a Fernando Della Posta,
sorprendente e brioso poeta
che non demorde, ed è severo in dolcezza,
effuso ragionando, temprandosi “lirico”)

Dribblando tra ignominie e banalità, fritture e rifritture scontate o lacrime da coccodrillo sulla grande Crisi dell’Occidente, anche la stagione letteraria offre per fortuna delle sorprese gradite, taluni inaspettati doni d’eccellenza… In tema di poesia, poi, l’incanto è doppio, ridotta essa com’è, e da anni, a maldestre sclerotizzazioni delle poetiche in auge (in auge, mentre la Poesia, in realtà, smotta, crolla, si annulla dismessa o svenuta al suolo).
Gli aloni del vapore d’inverno, prima densa raccolta di Fernando Della Posta, promessa oggi senza dubbio mantenuta (poco più che trentenne!, classe 1984 – l’anno dell’anticipata, romanzesca precognizione futuribile di George Orwell, che uscì in realtà nel ’49), è una raccolta splendida, balda e giovane… ma assai matura, piena di tenerezza e insieme integrità, fervore sensibile ma anche ineludibile, inusitato rigore etico:

Poni l’assedio
alle mie strade immobili
che percorro stando fermo
sul ciglio degli anni.
Una storia fatta di sogni
ti attende ai contrafforti
e mille notti in ostaggio
appostate dietro ai merli.

Il suo sguardo è agile, acre temprato. Ma l’effusione non è mai archiviata, né tanto meno rinunciata:

Di stragi nel cuore t’ho vista
messa a nudo e dimenticata:
una buccia di mela caduta,
nitore appassito di zucchero al torso.

Fernando Della Posta (che già ci aveva convinto, e qua e là anche ammaliato con la sua prima elegante, incisiva plaquette, L’anno, la notte, il viaggio, nata nel 2011) frantuma, rinnega anzitutto ogni banale rischio di retorica, o peggio piaggeria sentimentale; perfino i consueti, sbruffoni orgogli generazionali comuni a tante “voci nuove” che nuove però non sono.

Ascolta le mie parole:
già conosci questi affanni;
aspettami là nel piano:
dove il sole è più potente,
ed ogni piega si distende:
la nostra noia
sarà un sentiero in ombra
che si spingerà lontano:
si spegnerà nel sole
lì dove muore il cardo.

Libro fulgido, estroso, onesto – ultima talèa o felicissima, umile sopravvivenza di radici antiche, linfa sana e insomma una vena aurifera che credevamo rimasta ferma, rottamata, ahinoi, con certe lungimiranti, polverose ma fiorite elegie di Libero De Libero (Ascolta la Ciociaria, Di brace in brace), coi pellegrinaggi (e gli esili) antropologico-culturali di Carlo Levi, e perfino del Carrieri più “novecentista”, angustiato e assolato insieme (quello, per intenderci, del Lamento del gabelliere).
Soprattutto, una vocazione immaginativa inopinatamente infibrata, e trasfusa, forse con l’ermetismo “loico”, sapiente e scientista dell’Ingegner Leonardo Sinisgalli, un lucano di mondo, illuminista di radice agreste ma respiro europeo, volterriano (e oraziano) nel medesimo spirito di una mordace, eterna interrogazione esistenziale:

La luce ha la tua statura
E regge il gesto
Precisa, anche la pietra
Dà il petto al sole.
La tua voce questa mattina
Ci cresce nelle ossa,
In questo sangue
Che si ordina come le foglie.
E il giorno prende in terra
Misura dal tuo passo.

(Leonardo Sinisgalli, Vidi le Muse, 1943)

.

*********

Davvero una tradizione preziosa – di cui oggi in Della Posta, inopinatamente, ritroviamo tracce ammirevoli… Come di una saggezza agreste, arcaica ma assoluta, che diventa invece parabola, enzima d’ogni caparbio, distillato modernismo: esigendo per la propria poesia, come si fa con l’olio, una verace spremitura a freddo.

La mola riprende il suo giro,
polverizza i chicchi d’oro più fini.

L’olio sapiente disvelle gli scoli
in rii d’annegamento viscoso.
La luce sapiente imbratta di nitido
i frantoi abbandonati nei canti.

E comunque, ben pochi poeti, oggi, in Italia, giovani o meno, saprebbero giustificare e accompagnare uno splendido esergo di Tommaso Landolfi (“Assicurami che non v’è ritorno e forse avrò la forza di partire”), con la forza gnomica di una lirica secca, affilata, incorrotta perfino nello stile, come è “Riviere”:

Il vento chiaro fodera le piume
di contorni arruffati, visibili.
Il silenzio tra le frasi scolpisce
metafore di fuoco.

Germoglia l’animo di pochi.
Altri, solo il presentire li sfiora.
Gli agnelli intonano risposte.
Docile qualcuno si sveglia.

E pochissimi poeti, ancora, saprebbero intonare, riportarci ad una concreta idea d’Infinito, a un fervente bisogno e languore di dio (dio con la minuscola – attenzione – come già invocava e gloriava Antonio Porta…), partendo dall’immagine, umile, scissa, sbilenca, di quegli “spolpati nòccioli d’oliva ammonticchiati nel piattino”.

Si vive raggranellando i giorni
.                     alla si – ma – na – ta:
spolpati nòccioli d’oliva ammonticchiati nel piattino
che sempre metto in palio al gioco con me stesso
a ricacciare in gola i dardi che si schiantano
nel fare e smantellare del mattino:
grani di rosario recitati con fervore:
borghese oppure no chiedete a dio:
in nessun altro luogo, in nessun altro tempo
ho trovato alternativa per tradurmi.

O raccontare un paesaggio e insieme un’anima, un’eredità, un dna, un popolo, un radicato nascimento; fermare come un paesaggista olandese del ’600, o magari l’estro rapinoso, il genio folleggiante d’un Salvator Rosa, le “Anime barocche”, i capricci con vedute da cui veniamo:

L’anello di nubi e di foschia
che incornicia le pendici
delle montagne e i colli
e l’anello di neve
che si dispone a macchia sulle cime
– corona e velo da sposa
che tante donne non vedono
se non sul loro capo e delle figlie,
in questa terra –
celano un microcosmo
che vive a modo proprio
il migrare dei coralli in acqua
sotto poca luce benedetta

Per non parlare di quell’incipit strepitoso a una poesia che ruba il titolo al famoso romanzo di Buzzati, Il deserto dei tartari, ma conduce la scena e diremmo la cinepresa in una plaga strana, rara e complessa, ultrametafisica – che è forse l’orizzonte insieme, rigorosamente restituito in modernissimo 3 D, di Io, Es e Super-Io, la nostra unica e somma trinità implosa, emotiva e innata:

Un essere umano è i mondi che si sceglie,
alcuni li percorre, altri li oltrepassa.

.                         “Accetta gli scompensi dei pesi
.                          e le bilance sempre in mancamento!
.                          Sono l’equilibrio, che più ha di vero!”

Insomma, scegliamo o siamo scelti? – dico anche in poesia!
Scriviamo la poesia che vogliamo, o siamo scritti dalla poesia che ci abbisogna? E il bisogno è reciproco, sia ben chiaro, ci scrive la scrittura che ci necessita, perché noi le confermiamo, testimoniamo, singolarmente e insieme, Poesia & Destino:

Quest’eterno contraddire il senso,
che con la parola di rado si accorda,
l’ho trovato nell’essenza del fiore
che di continuo si apre, di continuo avvizzisce.

.

*********

Talento, in primis. E poi talento, ancora talento: anche dove talvolta Fernando sembra cedere o, come un pur buon motore, batte in testa, o va magari in fuorigiri per eccessivo accelerare… (è il caso di un testo grintoso e sgassante, come “Termini Metrocaos”):

E tutti quei bambini estivi
dell’est e di Germania
che affollano le due metro’ a x.
Tutta colpa del Papa
se mi faccio ’sta sudata
stando fermo sul sedile cencioso
di questo treno grigio topo.

Anche sbanda, qua e là, perché negarlo?, tra delizioso incantamento sentimentale, e incanto maldestro, reo confesso (leggi: svendita all’asta) di idealità o ideologie, viatici etici e diritture (talvolta, smagliature!) civili per transiti “epocali”:

Non so se è più irreale
la mia stradina o il fondoschiena
di quella ragazza
ungherese / spero… – che ho visto,
lei sopra io molto sotto
alla sua gonna
sulla scala mobile del Terminal.

Comunque sia, Fernando ha sempre coraggio – e talento, appunto – da vendere, in questo affastellare alibi e ragioni (una canzone di De Gregori, intonava, in dinamica di coppia: “i miei alibi e le tue ragioni”…), delusioni e agnizioni (cioè, riconoscimenti, consapevolezze di una nuova, disvelata identità) sempre schiette e fiere:

Prendete il poeta come un avventore
che paga da bere a tutti.
Conosce tutti i suoi compari
– non li conosce – ma ci parla –
compagni di bevute e shortini
di sambuca – ma ci parla
con versi viscosi come alcolici
oleosi – sierosi – quasi purulenti.

Intriga, a tratti anche commuove, rubricare la fitta rete di prestiti, allusioni, citazioni, celate o esplicitamente richiamate, farcite, in questa alacre summa giovanile che vuole insomma trovare un tono, assegnarsi un empito, una missione espressiva, e omologare in dettato stile e ispirazione. Fernando Della Posta – annota Silvia Denti prefandolo, e con sincero trasporto – ha però «un fondo diverso e riconoscibilissimo, soltanto suo, con i mille arzigogoli un po’ barocchi, che incontrano spesso aggettivi personali, quasi inventati, denotandone l’inquietudine, prima di tutto, e l’attaccamento forte alla lirica piena ben fornita e forbita, pur se in una certa arrischiante modalità libera. Talmente libera che sfiora l’assoluto, il suo principio di volo, il rifugio che si ritrova nelle nostalgie che egli racconta con la pacatezza di chi è già giunto oltre.»
Qua e là – appuntiamo infatti in ordine sparso – non manca nulla di una sorta di vigile, documentato Canone o Museo del ’900 da cui veniamo. Museo ripercorso, rivisitato sul filo di agili innamoramenti e/o sprezzature: insomma un provvido parafrasare, contaminarsi!
Parte insomma, il nostro Fernando, da una smaccata, endecasillabica parodia crepuscolare, sonettistica autoironia gozzaniana: «Arazzi, infiorescenze tra le case, / argenti di suono lampeggiante, / tronfio il lampo, rimbombante, / che candisce le annerite cimase.»
C’è poi un caustico ribaltamento montaliano: «Le occasioni d’aggregazione / son sempre più corrose, erose / dal vento che nulla dà / e nulla toglie.»
Ora uno squarcio di poesia/racconto, ereditato come diceria o lessico famigliare, a metà tra dialetto ed esercizio “in lingua”:

Mazzappìv’s’ e la sc-còla
fanciulle canagliette e ragazzacci
le campane, due quaderni e ’nu libbrètta…
M’ad otto anni avevo solo guerra:
gli aeroplanini erano pesanti a tonnellate.

Ancora, un perfetto calco ultra-realista alla Rocco Scotellaro (il poeta-contadino!): «La madia era, del mobilio più banale / nella casa là sul colle dello zio. / Lo chiamavamo zio ma non lo era / il papà ci obbligava e ci diceva: / “rispetto per lo zio, è un uomo anziano / e tante cose sa…”.»
Ma anche il gesto forte del Pavese sliricato raccontatore in versi, quello indimenticato di Lavorare stanca:

La segala. Il miglio. La crusca. Il loglio.
Tutte in una cesta per le paste e per le zuppe,
per gl’infusi lenitivi e per le danze vigorose,
per i gesti lenti e ondulatori dei braccianti
sotto gli ulivi vorticosi, o sulle spighe mosse.

«[…] Ho voluto sottolineare la magia che risiede in queste cose apparentemente senza valore ma basilari,» – confessava Fernando già nel 2011, al tempo della sua collaborazione a La Versione di Giuseppe, preziosa antologia creaturale di “Poeti per don Tonino Bello” – «in quanto da queste nasce tutto, sono il seme, la terra e il nutrimento che danno vita a qualsiasi pianta, qualsiasi vita umana.» Della Posta parlava di liriche appunto come La madia, o La chitarra, Il cofanetto (quest’ultima un’esplicita, candida poesia per bambini).
Ma non basta. Ecco bell’e pronto un certo strascico da neorealismo educato, da garbato impegno barricadero nella Realtà, tipo il primo Elio Pagliarani, quello forse irripetibile ( tardi anni ’50) di Inventario privato:

Dai finestrini oscurati oblò
passo agli occhi alle grondaie
sui perimetri dei muri,
massicci e polverosi,
e sui recinti mai passati
dai pazzi del quartiere;
che passano inosservati
indifferenziati,
o troppo enfatizzati
nei momenti di rivolta
dalle signore schizzinose
o dai padri incravattati.

Poi una citazione anche per il primo Calvino (“scoiattolo della penna”, diceva Pavese recensendogli Il sentiero dei nidi di ragno – la Resistenza nei boschi, vista da un bambino, cultore in erba della scienza botanica, sulla Via dell’Anima!): «Vaga l’anima forte / sulle vie degli uomini. / Come a Pin sul sentiero dei ragni / i rammendi delle suole le s’inzuppano / nell’acqua che cola via dalle grondaie.»
Ancora, un goccetto di elisir sereniano; riordinare insomma Gli strumenti umani: «Ogni giorno scamparla la mano di Dio / a redimere tutte le colpe / con un unico taglio netto.»
Una moralità illuminista alla Erba o Risi, tagliata magari alla Cattafi in aspra facezia d’aforisma: «la polvere si fa bella / dell’oggetto su cui si posa.»
E finanche una divagazione “lacaniana”, uno strappo tra Idioma e Fosfeni linguistici, alla Zanzotto:

penso a tante cose
e tante cose sono ingiuste.
in questo micro/macrocosmo ingiusto
la geografia è fonte di fortuna,
il – casato – un’altra
e ognuno se li difende a denti stretti
a mali estremi: “io ti escludo
perché è sicuro! Tu, escluderai me!”.
e la speranza … dove sei sparita?

O un inappuntabile sonetto – abilmente post-verista – che potrebbe essere stato cesellato (in altri decenni, rimpianti e fervori irrecuperabili!) da un Giovanni Giudici impennato e insieme ispirato:

Viale Prenestae

A sorsi lunghi tante Menabrea e figli.
Reni sul muro e nell’aiuola pochi gigli.
Vivo i punkabbestia e il popolo dei nerd,
yuppie senz’anima and three-day beard.
Torri composite fasciate di paranchi
e cielo rosso a sera che se nuvolo dispera.
Vetri a schegge sul passo d’ubriachi
E sangue denso, da spuntoni a ciminiera.

Perfino dei testi pronti, si direbbe, ad essere “musicati”, arrangiati come begli amplessi espressivi cantautorali (e i cantautori, Fernando li ascolta e li cita, dai classici di De André ai non meno acclarati, storicizzati, ormai, CSI di Giovanni Lindo Ferretti). Ecco una gustosa, amarevole ballata potenziale, L’idea:

Ci vuole fantasia
a dare vita a una creatura
che sia per prima fiore, poi di bianco vestita
materiale eppur lontana, come la luna.

O il sempre desto bisogno d’ironia, da qui all’eternità, dal Logos all’Eros, dalla Terra alla Luna, cioè al proprio talamo, ben ospitato di fidanzate ignude o ancelle amorose, o arcignamente deserto, serico archetipo per oasi o derive oniriche, polluzioni celesti:

Disattese la promessa la luna, che mi offerse
di trasformarsi in longilinee gambe di latte
da risalire bacio a bacio fino a bocca,
nucleo infiammato di kefiah che dissipa.

.

*********

Ma la parte – il suo destino, diremmo – più originale resta per Fernando il pregio, l’accensione dell’estro figurativo, comunque e sempre fortissimo, distillato e in luce, sublimato come precipuo, sintomatico dato o scarto o campo visivo… (e anche qui, qualche nome ci piace farlo: Alfonso Gatto, lo stesso Giorgio Vigolo, Piero Bigongiari, Angelo Maria Ripellino, Roberto Sanesi, Cesare Vivaldi… – nomi che sono già, eccome, complimenti a futura memoria).
Penso a una splendida lirica come Frida (cioè la Kahlo, più che semplice pittrice, musa del Messico inteso come un intero continente d’impegno e sensuale vitalità, concretamente simbolica, carnalmente surreale, folklorica e maliosa):

Avevi le ciglia del nero dello scandalo
e d’un tratto scioglievi dal seno il cuore,
le vene degli arti fino al ventre e il mare.
Il banano dalle lunghe palme,
il macaco dalle guance rose e il riso forte,
come gli occhi fissi, sempre fissi
neri e sempre fissi, sull’anima del toro.
In coro tintinnavano alamari d’oro.

O più ancora a un componimento ammirevole, per estro e rigore effuso, come “Eppure” – avversativa tra luce e colore, pantone d’ombre in squisita cromìa psicologica, teleologica:

ogni volta che tolgo il colore ad una foto
sembra che la spogli del suo vestito più bello
– come compiere un delitto –
per dargliene un altro che non so
se sarà altrettanto bello.
E così via, manipolando di colore
luce nitidezza aberrazione
fino a che, in ogni caso, non so
se davvero avrò raggiunto la bellezza
oppure no.

Perché Fernando Della Posta, ricordiamolo, è anche un’anima perennemente en artiste, e al talento di scrittore, affianca anche quello, meritatissimo, di fotografo, visualizzatore di scorci, tempi e luoghi, tra arte e natura, più da esterni che da interni, en plein air:

L’orizzonte era un mosaico
d’indistinto arancio caldo
e subito al di sopra
l’infinito fluido azzurro.
Saranno ancora leggibili
le nostre preghiere
negli zainetti degli angeli
impigliati alle gru?

E dunque anche la sua poesia, sempre inquadra e riprende, gira una ininterrotta “soggettiva” di ambienti e cose e nomi e persone, abbracci, addii mancamenti o solitudini, ma anche affollamenti, superfetazioni, approssimazioni per eccesso (la metropoli, la grande città, un “City frame Blues”), o per difetto (l’amore, la famiglia, i rapporti basilari, quelli che mai ci bastano)… Per esemplare e consacrare totalizzanti porzioni d’affetto, smisurate ansie d’amore e/o disamore, ombre e luci reciproche, in felice coesistenza, cantabile e quindi poetata, allitterata, strimpellata, rimata:

La città che sgombra, s’ingombra s’inonda.
Mi chiedo le persone sul far della sera
che cosa si dicano in strada
tra il sole che canta l’abisso
e la luna che risponde a dispetto.

Una poesia che si perde – ma poi si ritrova… A costo di dover tornare indietro, molto indietro fino alla genetica, all’amore per una madre, alle radici che per fortuna ci decidono.
Ecco il piccolo capolavoro di pag. 143, Madre (che a Pasolini – il Pasolini magari della “Ballata delle Madri”, sì, che sarebbe piaciuto):

Esco assoldato da
un labirinto siccitoso
di cui ho perso e fuggito
l’unica fonte,
l’unica palma di ristoro.
Ma ti ritrovo all’uscita
giara di seta soffice,
ricordo di fresco concistoro,
che mi ricopri Madre,
da piede a testa.
Lascio uno spiraglio di luce
agli occhi di te li riarmo
e mi rituffo nel mondo.

.

*********

Grande merito di Fernando Della Posta è dunque questo suo continuo cercarsi, interrogarsi dentro, auscultarsi… Questo peregrinare ineffabile e sapiente tra radici profonde e utopie sorvegliate (ciociaro d’origine – nato a Pontecorvo, importante comune in provincia Frosinone – Fernando ha vissuto per molti anni a Roma, prima d’essersi, più di recente, trasferito per lavoro a Milano: dove si occupa, ci scherza egli stesso, dell’Information Technology).

L’io poeta che mi porto sulla schiena
come una granata già brillata,
graffia come un’unghia sulla guancia.
Ma non ho nessuna familiarità col male
se mi guardi bene in faccia:
non affronto il tuo guardare

Questo sparire, fuggire, scappare verso la Libertà, intesa maiuscola – come un cane che non vuol padrone, e forse neanche ama troppo i colleghi, i canizzai della poesia quella trita e ritrita; tanto corriva che accademica: ammettiamolo, fa lo stesso!

Io sono il mio cane che si chiama Libero

libero da ogni afflato
libero da ogni messaggio sussurrato
libero da tutti voi che conoscete
libero mobile e senza rete
libero da ogni intreccio
libero da sillabe e quartine
libero di dire, libero di agire
libero di prendermi i pericoli
libero di prendermi le solitudini
libero di lasciarmi in sospeso
libero di lasciarvi senza peso

Centosessanta pagine (scritte purtroppo in un carattere un po’ piccino), un vero e proprio breviario “laico”, che merita un’analisi densa e pura, argomentata per davvero. Una poesia – ecco – che ininterrottamente si mette in crisi, s’infervora come in una pigra, inesausta discussione epocale. S’autoanalizza sulla chaise-longue della pagina, comunque della sua stessa mente cogitatrice:

A volte la poesia
pare non mi basti.
L’idea si fa più ampia,
si fa discorso, divaga
aggiunge aneddoti,
dilaga. Ma resta
ad ogni modo solitaria
come un discorso scisso
comunque fuori posto
in una pagina
più fitta di parole.

Si riaccende alla scintilla dell’idea,
si fa d’un tratto più marcato
con un gesto ricorsivo
e colora del grigio che scurisce a poco a poco
dove la forma è assente.

È una poesia, questa, che va realmente annoverata, rubricata, beh, sì, storicizzata. E proprio a nome della sua giovane generazione, della sua forza – dice bene la Denti – «di saper proiettare i filmati della propria esistenza su uno schermo immaginario, immenso, laddove è possibile metterci le mani e cambiarne le fasi di sofferenza.»

Il tempo passa, le abitudini susseguono,
aumentano di frequenza. Un urlo
forsennatamente esponenziale −
la madre, il mondo, si peggiora e sporca.
E l’uomo … Già … L’uomo.
L’uomo mi sembra uguale ormai a sé stesso.
Io indefinito e nullo ormai d’almeno
trent’anni.

In una splendida “ricordanza” di Paolo Volponi su Pier Paolo Pasolini, il romanziere di Memoriale, Corporale e Il sipario ducale, Il pianeta irritabile (ma anche il poeta de Le porte dell’Appennino, e soprattutto di Con testo a fronte), dipinge il maestro carissimo nella parabola di un semplicissimo dialogo da trattoria:


“Tu – m’interruppe – tu, anche tu sei bravo
che riesci a sentire cosa pensano
quel sale e quel pepe nei loro finti cristalli.”

“Caro Pier Paolo ancora non ho tutta la pienezza
della tua mancanza, anche se cerco… ma solo crepe
arrivo a tastare di disastri, di una lurida fortezza
tutt’intorno… e solo l’innocenza del pepe
e del sale mi ravviva di una globale, demente ebbrezza,
di un solo sentimento di purezza
del pepe del sale e di ogni altra spezia
…”

Anche noi vorremmo additare a Fernando Della Posta queste virtù, oggi indispensabili per sopravvivere dentro e oltre questo nostro pianeta irritabile, o peggio: irritato: L’innocenza del pepe e del sale.


Bravi i soldatini della consuetudine!
Generazione da cui discendo, al cui capezzolo mi nutro!
Ci legano inestinguibili intrecci, fraterni e d’affetto,
ma vorrei tanto un’abitudine migliore,
un correggervi ordinato al passo, sincero e veritiero,
di quanto in voi è ormai sbagliato e non più vero,
– i vostri santuari, i vostri simulacri, vuoti di presenze
.   dovrebbero ammonire –

deragliare per un mondo nuovo, che sia di braccio,
e non disastro, per il nostro e per il vostro.

.

*********

Natura e poi natura, e ancora e sempre natura, natura naturans e natura naturata – snaturata, finanche: «sarei il mio cane / se si chiamasse Libero.»
Sentinella d’eventi, pioniera di risorse, sarcastica ambasciatrice anarchica, illusoria e però solidale:

E se ogni uomo infine trova
una sincronizzazione amica
io ascolto la cicala e tiro via
guardo la formica e provo pena:
nessun calco c’è che mi profila.

Una poesia, questa del primo, ottimo libro di Della Posta, che di continuo si apre, e di continuo avvizzisce – come i fiori veri, belli, fiori di campo, non sofisticazioni di serra. Una poesia – un’anima – sempre agilmente in fuga, ma che in continuum anche e soprattutto torna, ritorna, è fedele e profonda, dedita in cuore:

…        Atrio per atrio,
ventricolo  per ventricolo,
sinapsi violentata al ritmo,
fissità a scatti saltellante;
come i gatti che d’istinto
sospettosi s’avvicinano
o fuggono impauriti.
Fuggire è necessario,
per non appassire poi morire
come d’inverno fanno gli alberi.

.

© Plinio Perilli

3 comments

  1. Pubblico con entusiasmo e convinzione qui, su Poetarum Silva, questo ampio saggio di Plinio Perilli su Gli aloni del vapore d’inverno di Fernando Della Posta, libro che leggo e rileggo con la gioia della scoperta, ballata e blues, gouache e visione sofferta esperta e paziente, brusio animato della sagra di paese, ricordo e sosta. La luce si intesse dei colori più diversi di giorni e stagioni e tempi e li restituisce, fedele e sovversiva. Anche il passaggio dal colore al bianco e nero o al seppia non nasconde la consapevolezza di perdite e tradimenti, nel suo tradurre trasporre e trasportare i segni. Così con le parole: Fernando Dalla Posta assume la responsabilità di ogni cambio di significato, ogni singolo ricorso alla polisemia, ogni deragliamento; il suo mondo nuovo è fatto di sapienza dell’antico, ma, si badi bene, di un mondo antico che è rimasto ignoto ai più, per loro pigrizia e per l’insopprimibile tentazione del superficiale. Buona lettura!
    Anna Maria Curci

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