Andrea Longega: Primo lustro

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Andrea Longega, Primo lustro, Nervi edizioni, 2015

*

Spesso il lavoro del poeta è paragonato, a volte giustamente a volte meno, a quello dell’artigiano; paragone che si potrebbe estendere anche a certi scrittori di racconti brevi. Il lavoro sul foglio, la scelta di ogni parola, la decisione di lasciarne fuori qualcuna. Riguardare il foglio, modificare ancora, oppure fermarsi, accorgendosi d’aver finito. Cose per le quali occorre del tempo, come per le cose fatte a mano. Ho sempre pensato che Andrea Longega fosse un poeta di quel genere, uno che cura le parole, che pensa a un doppio suono, quello del dialetto e dell’italiano, che anche quando parla, parla poco. Sarà la sua indole, sarà la Laguna, dove è nato e vive, un posto dove comanda l’acqua è un posto che ti ridimensiona, ti ricorda la tua piccolezza, ti tiene lontano dal mondo, e allora tu impari a mantenere le cose alla giusta distanza, e a lavorare sulle parole e sulla memoria, lentamente, come fa l’acqua che lambisce le fondamenta. Longega lavora così, è un poeta sul serio ed è bravo. Primo lustro è il suo libro più recente, da poco uscito per Nervi Edizioni, invito tutti a entrare nel sito per scoprire il progetto di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa; la tiratura di ogni volumetto è di cento copie, bella la lavorazione, bella la scelta della carta, così come lo è quella grafica. Il libro ti arriva come un pacco regalo perché la cover lo avvolge e sembra proprio un pacchetto, poi lo apri e devi separare la parte superiore delle pagine con un tagliacarte, o un coltello, faccenda molto emozionante e divertente, anche per un imbranato come il sottoscritto. Finito il taglio, visto il cucito si arriva alle poesie e torniamo a Longega.

E no ti ga più domandà
no ti te ga più angustià
per le parole che fora messa
te riservava in coro la comunità
«ma na morosa no la ga?»
no ti ga avuo più curiosità
par quel anèlo che da la fine
de l’ista portavo al déo…

e sfavilava quel argento
in mezo al to tormento.

[E non hai più domandato / non ti sei più angustiata / per le parole che finita messa / ti riservava in coro la comunità / «ma una fidanzata non ce l’ha?» / non hai avuto più curiosità / per quell’anello che da fine / estate portavo al dito… // e sfavillava quell’argento / in mezzo al tuo tormento.]

La perdita e il dolore, cui la mancanza conduce, sono stati i grandi temi di Andrea Longega, pensiamo a El tempo de i basi (D’if edizioni, confluito poi nel meraviglioso Finìo de zogàr, uscito per Il ponte del sale), lo struggente racconto del dolore, dell’amore verso la madre, l’accompagnamento verso la fine, ora dopo ora. Perdita e dolore che in Primo lustro si ricompongono e che insieme alla memoria raccontano il passato, le conseguenze del passato e il presente. Longega rielabora il dolore, ogni verso è una malinconica carezza, e (soltanto per la sua bravura) noi proviamo la stessa nostalgia. Ci si riaggiusta dopo una perdita, ci si ricorda, e con l’occhio affettuoso si guarda al tempo andato in altro modo, e si accenna un sorriso. Longega compie anche un elogio alla lentezza, ci sentiamo raggiunti da un lungo ragionamento, noi lettori siamo la fine di un percorso, i versi che il poeta scrive sono solo una parte del lungo gesto d’addio che non potrà mai compiersi del tutto. Ogni poesia è un saluto, e con la poesia Longega può salutare tutte le volte che vuole. Un’altra cosa va detta, quando leggiamo le poesie di Andrea Longega, capita una cosa bella e rara, si sente proprio una musica, un bel suono che ci contagia ancora prima del contenuto.

Ah, Elvira, che no ti pensi,
nissuni più
gà lustrà i argenti.

[Ah, Elvira, non illuderti, / nessuno più / ha lucidato l’argenteria.]

*

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

4 comments

  1. “un posto dove comanda l’acqua è un posto che ti ridimensiona…”
    Sì, è proprio così, io che ci vivo da appena un anno mi accorgo che tutto questo è vero, e vivendo qui a Venezia capisco anche di più il sentimento che sta dietro, anzi “dentro”, la poesia di Andrea Longega.
    Avevo cominciato a leggerlo tre anni fa, ma allora vivevo ancora a Roma e certe cose mi sfuggivano, cose impercettibili ma che fanno la differenza, come si suol dire… Grazie a Gianni Montieri per queste parole così precise e profonde, e ad Andrea Longega per i suoi versi che cantano dentro il cuore.
    Maria Amata

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