Anna Maria Carpi: L’animato porto

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Anna Maria Carpi: L’animato porto, La vita felice, 2015. €12,00

Scrissi qualche mese fa una nota di lettura intitolata Tutti passanti. La nota accompagnava due testi (allora inediti) di Anna Maria Carpi; testi poi inseriti ne L’animato porto, nuovo libro della poeta milanese. È questo il libro che proverò a raccontarvi oggi. In quella nota tentavo un riepilogo dei temi che affronta (e che ha affrontato) la poetica di Anna Maria Carpi. Adesso che il libro è uscito, libro molto bello, diciamolo subito, il riepilogo diventa quasi obbligatorio. Lo diventa per me, che mi sono occupato di quasi tutti i suoi libri, e lo diventa per i lettori, perché il percorso della Carpi si arricchisce di raccolta in raccolta, di domanda in domanda e, arricchendosi, si compie. L’animato porto è composto da poesie inedite, accompagnate da alcuni testi che facevano parte di Quando avrò tempo (Transeuropa, 2013), proviamo a leggere e a capire.

 Avessi avuto fratelli scatenati / a giocare con me finché vien buio / una madre che mi stringe al petto / avi e padri in battaglia / e camini accesi in ogni stanza / e sui camini stemmi di una stirpe / che non ha fine. // Avere avere. A che serve l’essere? / Non lo vedi? È perduto. / E il dire? O è già detto o indicibile / ed è ben poco contro la paura.

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L’etica della comprensibilità

La poesia qui riportata è a pagina 12, quindi all’inizio del libro, eppure è un riassunto. In soli undici versi troviamo tutti i temi di Anna Maria Carpi: la solitudine, la nostalgia, la ricerca di compagnia, l’ironia, le continue domande. La Carpi dice tutto e scrive che “il dire…o è già detto o indicibile”, si fa lei stessa ossimoro. Non serve a niente essere, e lei è più che mai, e noi con lei. Esiste e manifesta, nei versi, tutta la sua smania di vivere e l’ansia di comunicare. Noi queste poesie le capiamo ma le sentiamo col nostro io, con la nostra storia. L’etica della comprensibilità, per Carpi, non vuol dire solo farsi capire ma (come ho già scritto in passato) includere, contenere. La storia di chi legge, seppur diversa, non può che essere (non solo empaticamente) quella di chi scrive, perché la tragedia /commedia del vivere è una sola, la stessa per tutti.

«Quando avrò tempo» dico / e so che non l’avrò: / mai lo afferro o lo fermo, / non mi sta in mano il tempo, / palpita stride becca vola via. // E io che intanto / ingombro questa casa come un bimbo / che sparge intorno i suoi giochi / e di far ordine non è mai il momento / e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

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Il senso del tempo

Questa poesia è forse una delle più amate e citate della produzione della Carpi. E come si potrebbe non amare una poesia che comincia in maniera così perfetta e inevitabile. I primi due versi sono un pensiero che tutti avremo fatto almeno una volta, ma scriverlo è un’altra cosa. Scrivere è dichiarare e, nel caso di Carpi, è estendere quel concetto privato (così come privato sembra tutto il prosieguo di questa poesia) a tutto il Tempo, e quindi renderlo universale. Le ore delle piccole faccende, delle incombenze, che sfuggono di mano, sono la miniatura di tutte le ore. Tutte quelle passate, quelle buttate, quelle rimpiante e quelle che restano, sempre meno, si capisce, e non è così per tutti? E non vorremmo ritornare indietro, ogni tanto? Come in quella bellissima poesia di Giovanni Raboni, riguardare tutto, a cose accadute. Tentare di capire il senso del tempo non può che portare a domandarsi della morte. In Quando avrò tempo tentare di comprendere la morte era un’urgenza, raccontata in un misto di ansia e di curiosità. Nelle nuove poesie quest’urgenza pare superata, la morte è già accettata e la Carpi si permette di giocarci: “e l’ultima mia gioia è made in China, / pantofole di panno colorate. / È con queste che andrò / davanti al Padre eterno.”

Accanto a me nel letto / un fruscio una spalla. Tre di notte. / Dormi non dormi? / Non glielo chiedo. Forse torna il sonno. / Se non fosse / quest’ansia senza meta, / l’inferno delle cose, / diverso il suo dal mio / così di poco che non vale la pena / di parlarne. / Tutto sappiamo tranne cosa fare.

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I compagni corpi (ora e sempre)

Gli altri, gli amati altri, i compagni, le persone e i loro corpi, cercarli, averne il bisogno: non c’è una sola parola scritta da Anna Maria Carpi che non riconduca a questa ricerca, a questo bisogno. La Carpi racconta l’umano per capirlo e per necessità. Soltanto attraverso la comprensione dell’umano possiamo arrivare a definire il tempo, a colmare (ogni tanto) le nostre solitudini, a tentare un equilibrio tra le sconfitte e le passioni, a immaginare una sopravvivenza. L’umano non può essere solo. Carpi lo scrive anche nella nota che chiude il libro: l’io c’è […] fra gente e paesaggi svariati in tutte le sue poesie ma, più lieto e più che mai solidale con i compagni, in quest’ultima visione. Il compagno è chi ci dorme accanto, il compagno è l’amico, ma è anche lo sconosciuto; e proprio a quest’ultimo, a mio avviso, si rivolge la poesia di Anna Maria Carpi. La continua ricerca dell’altro non può esaurirsi nella cerchia degli affetti, la parola è quindi lo strumento per raggiungere e toccare chi non conosciamo, e ciò che non conosciamo è sempre una parte di noi.

© Gianni Montieri

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Qui per leggere altre due poesie da L’animato porto

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