Una frase lunga un libro #10 – Mario Benedetti: Grazie per il fuoco

Una frase lunga un libro #10

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Mario Benedetti, Grazie per il fuoco, LaNuovafrontiera, 2011 (trad. Elisa Tramontin; € 17,00, ebook €10,99)

 

 

È più probabile che un giorno un operaio che ho licenziato o insultato, perché a me piace insultarli, torni a casa rimuginando, rimugini un altro po’ mentre beve il mate, compri più tardi una rivoltella, ritorni in fabbrica e mi spari un colpo; è più probabile che un giorno accada questo piuttosto che, invece, accada una cosa così inaudita e insolita per cui i tuoi sinistroidi da bar si mettano d’accordo, risolvano finalmente il rompicapo dei loro scrupoli e delle loro sfumature, e decidano di mettermi una bomba nell’Impala. Per ammazzare un uomo bisogna essere cornuti, o avere le palle, o essere ubriachi. E voi bevete Coca-Cola.

Edmundo Budiño e suo nipote Gustavo stanno discutendo di politica. Il dialogo è serrato e brillante. Edmundo è uno dei cinque uomini più potenti dell’Uruguay. Simbolo del dominio di pochi, del controllo totale sulle vite. Freddo, glaciale, sempre lucido. Non esita mai quando c’è da liquidare un avversario. Contolla la stampa, i politici, il denaro. Gustavo è un ragazzo che va all’università, ha voglia di rivoluzione. Discute con suo nonno, ma l’ultima frase, quella riportata qui in testa, è di Edmundo. L’uomo che per tutta la vita ha sempre avuto l’ultima parola. L’uomo che non ha paura. Tra Edmundo e Gustavo troviamo Ramón, il vero protagonista del romanzo. Ramón è uno dei due figli di Edmundo, quello più intelligente, quello che critica suo padre apertamente ma che non riesce a liberarsene. Ramón che non può considerarsi un uomo libero, perché la sua stabilità economica ha origine da un aiuto di suo padre. Un prestito che non è soltanto un fatto di denaro (denaro che Ramón restituirà), ma è un’apertura di credito nel mondo che conta a Montevideo e in Uruguay. Grazie per il fuoco è, secondo me, il capolavoro di Mario Benedetti, forse superiore a La tregua (Nottetempo, 2014). La prosa di Benedetti qui raggiunge vette che pochissimi scrittori sudamericani hanno raggiunto. Uno dei mille esempi, apro una pagina a caso:

Voglio andare via senza fare colazione, senza parlare, senza che nessuno si accorga che sono uscito. Ho la bocca amara, i muscoli rigidi, la testa pesante. Non ho neanche voglia di parlare con Gustavo. Ma lui arriverà. I nostri brevi dialoghi mattutini si sono trasformati nella nostra unica conversazione. Sono stanco. Di cosa? È un peccato che il cielo sia sereno, che soffi una brezza così piacevole, che il mare sia tranquillo. Pensare che siamo in pieno aprile e sono ormai tre giorni che resiste questa temperatura estiva. È un peccato. Oggi avrei avuto bisogno di un cielo grigio. Se potessi scoraggiare il paesaggio. Ma non posso.

La storia è l’angoscia di Ramón. Le sue paure, le sue scelte, le sue rinunce. Le sue sconfitte. Un amore a cui rinunciare. La voglia e il timore di essere libero. L’odio per suo padre, che pur ha amato in passato, lo porterà a desiderarne la morte; apparentemente l’unica maniera di regalare un futuro più libero a Gustavo e all’Uruguay, ma non è tutto. Ramón vuole la morte di suo padre per garantirsi un minimo di presente senza rimpianti. Ammazzare Edmundo sarà come restituirgli tutti i debiti e riguadagnare credito con se stesso. Tra  l’idea e la voglia di ammazzare un uomo c’è tanta strada; e tra la voglia di ammazzare un padre e farlo può passare anche una vita intera. In mezzo scorrono le vite, quelle di alcuni meravigliosi personaggi che entreranno in scena di capitolo in capitolo, alcuni di questi commoventi, tutti splendidi. Mario Benedetti sceglie un padre e un figlio e racconta l’umano, la vita con i suoi mille e contrastanti pensieri, la vita che non viene come vorremmo, la vita che va. Ma fa di più. Benedetti scrive anche un libro sul potere, sul suo fascino e sul timore che incute. Scrive un libro su un uomo che in fondo è solo, come erano soli il protagonista de La tregua e quello di Fondi di caffè (La Nuovafrontiera, 2013); il grande tema di Benedetti è quello dell’esilio. In esilio si sta da soli, e se viene a salvarti un amore lo farà per poco. Scrive, infine, un libro sull’Uruguay, negli anni in cui tutto era consentito, dove il popolo già sembrava abituato e rassegnato a tutto, dove la democrazia era soltanto una parola. Attraverso la storia di poche persone si racconta un paese. Si racconta di donne che amano e rinunciano, ma poi decidono e si ribellano, si racconta di chi sa tenere la testa alta, di chi pensa di controllare tutto, di prevedere tutto. Tutto vale, ma tutto può cambiare da un momento all’altro. Ramón ed Edmundo sono due personaggi ai quali dobbiamo riconoscenza. Mario Benedetti è uno scrittore che va letto, oggi più che mai, è morto, abbiamo tutto il tempo di recuperare, così come per Eduardo Galeano, suo conterraneo, fratello nelle stesse lotte e scomparso pochi giorni fa.

© Gianni Montieri

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