Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… Due note di lettura e un’intervista.

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Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… (Newton Compton editori, 2014)

Due letture e cinque domande…

… da una fuorisede innamorata (Giovanna Amato)

Tranne poche eccezioni che non hanno mai fatto amicizia con la città (e per lei provano astio, ma mai indifferenza), il fuorisede arrivato a Roma per l’università – o poco più tardi, per lavoro – è un turista permanente e assieme un romano fino al midollo. La famiglia arrivata in visita può fidarsi ciecamente del fuorisede: può esprimere un desiderio su qualcosa da vedere e ritrovarsi, nel giro di un minuto, sul giusto autobus che faccia il percorso più breve fino a quel qualcosa su cui il fuorisede avrà comunque di cui parlare. Il fuorisede è come l’innamorato che si sente in ritardo e chiede alla sua bella i dettagli della sua vita fino a quel momento.

Sono a Roma da dieci anni. L’ho lasciata per pochi mesi, l’ho rivoluta. È per questo innamoramento ininterrotto che non mi stanco mai di passeggiare, frugare tra le guide, chiedere, e quando mi capita tra le mani un libro delizioso come Forse non tutti sanno che a Roma…, di Ilaria Beltramme, non riesco a staccare gli occhi dalla pagina e lo riempio di segnalibri per ripromettermi di andare sul posto. Nei suoi settantacinque capitoli che è riduttivo chiamare “episodi”, nei suoi settantacinque blocchi di storia raccontati con la leggerezza di una conversazione, il libro è una guida cronologica per aneddoti serratamente documentati, e il discorso innamorato di una romana alla sua città (per la gioia anche di questa fuorisede).

L’elemento che più mi ha colpito nel tuo libro è il tuo ripetere che la luce è uno dei monumenti di Roma. Per questo, dici e rendi improvvisamente chiaro, il nostro occhio non riesce bene ad assorbire un monumento come il Vittoriano in un luogo che pure si fonda sulla sovrapposizione; per questo il tramonto di Roma mozza il fiato e non è mai lo stesso da quartiere a quartiere. Mai come qui si sente la doppia spinta di questo libro: la competenza, in questo caso sui materiali da costruzione, e l’amore, il tempo di girare per i luoghi e guardare le gradazioni di luce da cui sono investiti durante la giornata. In che momento della tua vita hai iniziato a coltivare questa doppia spinta?

A Roma la luce è un elemento costruttivo, al pari dei mattoni, del travertino e del marmo. La luce come catalizzatore dei raggi di sole, tra l’altro, credo sia uno degli strumenti che ha questa città per farti innamorare. Non si “legge” immediatamente, ma ha un peso durante una passeggiata, un peso specifico notevole che agisce emotivamente sull’osservatore e poi rimane, sedimentata nella memoria, nel ricordo del piacere che si prova a fissare il Palatino al tramonto (per esempio). La passione per la luce di Roma è cominciata da piccola per me. E devo ringraziare mio padre, che non mi portava alle giostre, ma mi faceva passeggiare in centro. È stato lui a farmi scoprire per la prima volta il cortile dell’Archivio di Stato a corso Rinascimento. Mi promise uno spettacolo di magia. Era la lanterna di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Borromini. Ci arrivammo poco prima del tramonto, all’improvviso il cielo è diventato rosso: le curve, le volute, ogni singolo centimetro di quella lanterna a forma di conchiglia si sono accesi e sono diventati prima rosa e poi rosso intenso. Non ho mai smesso di cercare quelle sfumature su ogni monumento bianco. Più tardi, anni dopo, sempre mio padre (che era uno storico dell’arte), mi ha fatto conoscere la storia di Borromini e l’architettura del bianco. A Roma quindi c’è stata una scelta “razionale” da parte di alcuni artisti del passato di giocare con la luce. Quella scelta è alla base della nostra meraviglia di oggi. Andavano riportati entrambi gli approcci. Perché è vero che la luce di Roma è un fatto principalmente emotivo e deriva da condizioni naturali (l’acqua, le montagne, la rifrazione), ma è vero pure che chi è intervenuto artisticamente su questa città ha deciso di utilizzarla con competenza non soltanto per ottenere risultati “funzionali”, ma pure per sostenere una reazione emotiva. E noi oggi ancora godiamo di queste scelte che solo apparentemente sono minime.

 

Il tuo libro non si ferma a quelle che possono essere le notizie gustosissime su una Roma passata, ma apre a questioni in cui siamo ancora immersi e che ci trovano spesso divisi: la dignità della street-art, il problema dei ritrovamenti archeologici durante gli scavi per le metropolitane, le rivendicazioni da parte di chi vive in periferia. L’eternità, dici del resto, non è una linea che si ferma al presente.

 

L’eternità è un concetto che implica il movimento. A Roma spesso invece l’eternità è stata contemplata come “scusa” per un immobilismo ingiustificabile che non fa bene alla città. Se Roma è Eterna lo è perché schiere di artisti, di Cesari, di papi hanno aggiunto strato su strato in una narrazione continua. Oggi mancano gli strati che ci parlano della nostra contemporaneità, si ha quasi paura ad aggiungerne. E invece bisognerebbe ragionare meglio su che cosa sia veramente Roma, quanto sia fragile e quanto si può ancora partecipare alla sua narrazione, per continuare a contribuire alla sua eternità. Gli strati dell’eternità romana, però, devono obbligatoriamente essere coerenti con la “natura” segreta della capitale. Devono parlare di lei, non violarla. Per questo amo la street-art. La forza della decorazione pubblica, “stradale”, gli artisti che tornano in città da tutte le parti del mondo, la bellezza come cibo per tutti, a ogni livello. Queste sono caratteristiche antiche e nello stesso tempo modernissime. Eterne, appunto.

Allo stesso modo, ritengo che si debba aprire una discussione seria su un tema arci-noto per i romani: che cosa ne facciamo dell’immenso patrimonio ancora da scoprire? Quale epoca di Roma vogliamo privilegiare, il suo passato o il suo futuro di capitale europea? Come vogliamo porci noi contemporanei rispetto al passato di Roma? Non ho risposte anche perché non sono una tecnica, ma mi piace sollevare la questione. L’esercizio di riflessione su questi argomenti – una riflessione seria, amorevole, libera – fa bene a noi cittadini e alla città.

 

Torno molto indietro e mi concentro su un personaggio che mi ha folgorata: Locusta. Le sorti di un intero periodo erano in mano sua, eppure non è scontato incontrare il suo nome. Non tutti sanno, insomma, che a Roma. Com’è possibile?

È il destino delle donne nella storia. Non compaiono. Locusta è stata il primo sicario documentato della storia di Roma. È lei che ha fornito i funghi che hanno ammazzato l’imperatore Claudio ed è lei quella che ha ucciso Britannico, facendo posto a Nerone. Eppure, senza Tacito a rivelarci qualcosa di questa donna temibile, la druida del Palatino (aveva una bottega sul colle dei patrizi), non ne avremmo saputo nulla. Di Locusta ho ammirato la professionalità, la solidità dei suoi studi di “chimica” e l’attaccamento al suo mestiere, nonostante il carcere e le persecuzioni. Era evidentemente una donna che – seppure strappata alla sua terra d’origine (la Gallia) e alle sue tradizioni – rimaneva salda nella sua storia personale. A Roma ha trovato la fortuna e la rovina. Mi pareva opportuno ricordarla a un pubblico più vasto dei soli lettori di Tacito.

… da una nativa che rinnova le promesse d’amore (Anna Maria Curci)

Avere in dono uno sguardo nuovo, ovvero, per essere più precisi , più paia d’occhi per esplorare una città carica di secoli e sulla quale da secoli si scrive, senza peraltro esaurirne i segreti: questa è la prima fortunata conseguenza della lettura di Forse non tutti sanno che a Roma… di Ilaria Beltramme.

Articolato in 75 capitoli che abbracciano un arco cronologico molto ampio – dalle origini radicate nel mito all’agosto 2014 – il testo-viaggio non va letto come una semplice raccolta di curiosità, anche se chi va a caccia di ghiottonerie e scoperte non resterà deluso. C’è un filo conduttore, molto tenace ancorché agile, non solo nel muoversi tra spazi e tempi diversi, ma anche nello stabilire collegamenti, nel costruire ponti tra l’uno e l’altro. Nasce dall’unione di amore e studio, questo filo; ciò che lo rende insieme agile e robusto è la passione etica: amare Roma profondamente non significa farlo ciecamente, ed è così che caratteristiche e fatti del passato vengono letti e presentati a chi legge, non già come impigliati, prigionieri di un cameo, sublime sì, per le vette raggiunte dal  bello o dall’orrido, ma comunque irreversibile, bensì piuttosto in un dialogo perenne con il presente e con il futuro, con piglio di volta in volta interrogativo, appellativo, propositivo. Su questo punto Ilaria Beltramme non esita a rivolgersi non solo a semplici cittadini che pure con il loro vivere la città possono contribuire in misura significativa, nel bene e nel male, ma anche ai responsabili di decisioni di politica urbanistica, dei trasporti, della gestione dei beni culturali.

Amore e studio, passione e ricerca, sì, ma con le idee molto chiare, verso una terza via, quella che intende conciliare ciò che i pigri bollano indolentemente come inconciliabile: viabilità e archeologia, rapidità negli spostamenti e rispetto per i beni culturali, immenso patrimonio dell’umanità nell’Urbe.

Si può scegliere, dunque, di compiere il percorso di lettura, e, di conseguenza, il percorso di scoperta e riscoperta di Roma sulla scorta di questo prezioso vademecum, privilegiando ora l’una, ora l’altra tematica, ora l’uno, ora l’altro protagonista. Possiamo cambiare la collocazione dei punti-luce, le angolazioni, l’equilibrio tra luci e ombre, tra tinte nette e impreviste sfumature: l’effetto sarà comunque quello di un vigoroso sì, un sì all’incanto, all’entusiasmo, al rispetto, all’esplorazione della città di Roma. Per alcuni sarà l’occasione di un grande innamoramento, per altri, come è accaduto a me, quella del rinnovo delle promesse d’amore per la città natale, per altri ancora, ed è per questo motivo che auspico la traduzione in più lingue di Forse non tutti sanno che a Roma…, l’opportunità, che la cronaca recentissima ha reso drammaticamente urgente, di scoprire, apprendere, sviluppare la cura per il bene comune.

Si può leggere Forse non tutti sanno che a Roma… come una storia delle donne che vi hanno lasciato una traccia profonda, sia di quelle note e immortalate da cronache magari mendaci, sia di quelle meno note, rappresentanti significative di gruppi o singole protagoniste, provvidenziali ‘forestiere’, come Tanaquil, Aldegarda, Cristina di Svezia, maldestre romane d’adozione, come Maria Casimira, anonime e vocianti lavandaie, eversive (la scelta per l’onestà, come accadde alla suora Gertrude Ravalli, poteva costare questo marchio infamante) punite a vita con la rieducazione durissima nel Buon Pastore a via della Lungara, e incarnazioni, per quanto di origini umili, del sogno eterno di bellezza, come Lina Cavalieri, per la quale D’Annunzio usò l’espressione “la testimonianza di Venere in terra”. È solo una mia impressione che qui il tuo sguardo si faccia particolarmente acuto, sollecito, non di rado amorevole?

E come non amarle, queste romane spudorate, libere, coraggiose, cialtrone, eroiche, coltissime? E come non raccontarne la storia in un libro che ha la pretesa di far conoscere un’altra Roma, sovrapposta a quella “storica”, assoluta, magnifica? Citi giustamente suor Gertrude Ravalli: se pensiamo alla sua vita sfortunata – fu rinchiusa al Buon Pastore per non aver voluto favorire l’incontro fra un prelato e una ragazza protetta della suora – e più in generale al ruolo dei reclusori femminili (come appunto il Buon Pastore), si capisce la fatica che hanno fatto le donne nella storia. Al contrario degli uomini, infatti, per cui è “prevista” la possibilità di violare la legge e, di conseguenza, essere puniti e quindi rientrare nella società, per le donne, la “devianza” (che sia criminale oppure no non ha importanza) viene punita in quanto eversiva. Cioè la donna che si sfila dalla parte che è stata scritta per lei nega il suo ruolo imposto di attrice muta, partoriente e amorevole e mette in pericolo la società intera. Fra le molte recluse in questo tipo di istituzioni del passato, c’erano infatti ragazze madri, donne povere che si prostituivano, donne maltrattate. C’erano le pericolanti, cioè le figlie delle prostitute che – secondo la società dell’epoca – erano “in pericolo” di finire come le loro madri, in base chissà a quale legge genetica. La donna che usciva dal suo ruolo metteva in crisi i fondamenti della società. Quella stessa società ha poi scritto la storia. E le “mie” donne, in questa storia non hanno trovato posto proprio in quanto schegge impazzite di una costruzione sociale che le vuole miti e silenziose. Non si piegano alle aspettative, loro. Non accettano compromessi. Le donne di cui ho voluto parlare nel libro hanno come tratto comune di volersi concedere la libertà di essere ciò che vogliono, senza chiedere permesso a nessuno. E creano miracoli, svolte, truffe fantastiche, studiano, commettono errori marchiani, amano, odiano, uccidono, perdonano e nutrono ambienti culturali ai livelli più alti della Roma del passato. Insomma, era da tempo che volevo parlare di romane. Sono molto contenta di averlo fatto e di condividere oggi le loro storie con i lettori.

 

A chi ha letto i tuoi libri precedenti, per esempio 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita e i due romanzi, La società segreta degli eretici e Il papa guerriero, non sfugge la quantità notevole di indizi che rimandano dai libri dedicati esplicitamente a Roma alle opere di narrativa e viceversa. Penso in particolare ad alcuni episodi bizzarri o drammatici, centrali o secondari nell’economia delle vicende narrate, che compaiono anche qui, in Forse non tutti sanno che a Roma.., testimoniando un lavoro molto accurato e approfondito sulle fonti. C’è un criterio al quale ti affidi per distinguere, nell’enorme raccolta documentaria che vai allestendo da anni, tra materia per un volume di illustrazione di ‘romanità’ varie e base per una narrazione vera e propria?

Non faccio una vera e propria distinzione. Studiare Roma in questo modo per me è come passeggiare. Raccolgo tracce di storia “ufficiale” e inciampo su curiosità, dettagli solo apparentemente trascurabili. E tratto tutto con rispetto, perché tutto è “materiale costruttivo” (mi riallaccio alla prima domanda dell’intervista, quella sulla luce). Così, quando mi metto a pensare a un romanzo, in realtà lascio affiorare liberamente il patrimonio di informazioni e conoscenza sul periodo di cui intendo scrivere e cerco di ricostruire un contesto entro cui far muovere i personaggi. Del resto, sono gli episodi apparentemente insignificanti che ti precipitano nel “verosimile” di un romanzo storico e ti ancorano a una realtà che non conosci direttamente, consentendoti finalmente di vederla, di respirarla. Poi approfondisco, inciampando su altre storie curiose, su altri dettagli che vanno a completare la mia “passeggiata” nella storia. Invece, quando racconto una storiella minima in un titolo di varia ci tengo che quell’episodio sia sempre “determinante” a modo suo, oppure sia simbolo di un momento più generale e vasto per la storia della città. Che la descriva in modo onesto, in profondità, svelando la quotidianità di una vita avventurosa come quella che ha fatto Roma per quasi tremila anni. Anche la più piccola curiosità contribuisce al quadro generale e quasi sempre questi “fatterelli” custodiscono il senso della Storia con la S maiuscola. Se ci pensi sono mini-ruderi di un passato che sarebbe difficile “percepire” altrimenti.

Ilaria Beltramme al "Villaggio Cultura - Pentatonic" di Roma il 13 febbraio 2015. Foto di Spartaco Coletta.

Ilaria Beltramme al “Villaggio Cultura – Pentatonic” di Roma il 13 febbraio 2015. Foto di Spartaco Coletta.