Novità. Anna Bergna, “I corpi e le cisterne” (LietoColle, 2015)

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PROLOGO

 

(la solitudine del presente)

Un lunedì di maggio, a Milano,
.          venti di pianura demolivano intonaci grigi.
.          Spalancavano respiri.
.          Noi sgranavamo lungo via Borsieri
.          parole avute nel punto esatto del ritorno,
.          ritrovavamo intatte liane
.          avvinghiate ai rami più saldi del pensiero.

Aggiravamo l’essere svaniti,
.          quasi  si potesse abitare la casa demolita,
.          la stagione nuova sbocciare le medesime rose
.          e il passato trascinarsi in ciò
.          che si prefigurava:

un vano gioco di rianimazione.

All’angolo, rovesciai lo sguardo:
.          la strada sopravviveva al nostro divenire assenza

e un cane al guinzaglio pisciava
dove avevo annunciato un “ricordo che qui”.

.

da Parte Prima – Corpi

.

I –

Domande insolubili annegano
in un’amara colazione.
Gigli sulle dune del pensiero,
alla mercé dei predatori,

relitti di tempeste lessicali
e sabbia attorno alla visione:
sogni di Altri estremi e prodigiosi,
grondanti chiavi di interpretazione.

La luce di un amato separato dal pensiero,
guado per le mandrie esauste,
vento salmastro rivelato
dal vibrare di un calice bianco.

Concentriche possibilità verticali,
estasi di una domenica mattina.
Cadute sulle ginocchia nude e preghiere
a un padre che non ha
sostanza umana,
padre mentre lo stiamo generando.

Eppure la vita è priva di un disegno,
nata nel fondo di depositi gravitazionali
umili abbracci su terrazze esposte a eventi stagionali,
misura dei racconti e guardia
delle sorgenti fonde.

Polifonia che sgorga da un vento passeggero,
giocoso nella pieghevolezza di un canneto.

.

IV –

Su questa terra recintata, siamo fragili animali
dal pesante cervello e dal breve intestino.
Dal breve destino di chi declama l’irreale
e un luminoso pascolo dove ritrovare.

Per i morti dell’ultima stagione
si coltivano fiori:
crisantemi e gladioli
dalla terra dei loro giardini,
perché dissolvano sapendo di tornare.

Rose in lattice,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il desiderio d’Orfeo per Euridice,
ma il lamento sopravvissuto al mondo
dell’ultimo migrante che saluta
la casa vuota e nudo
dirige al mare sconfinato.
Quando l’inverno
si è fatto troppo freddo
per trafficare con gli annaffiatoi.

E quale canto d’addio
nelle perenni relazioni
ingabbiate in video colombari,
richieste d’amicizia accettate
dopo le fiamme dell’incenerimento:
avanzi immateriali,
spettri senz’ombra incatenati
a un mondo che indossa
maschere di un’infanzia
che non potrà ingiallire?

Sull’orlo della fossa
gli oggetti scongiurano
lo smantellamento esistenziale.
La scia olfattiva,
le rughe dell’impronta:
la superficie che non schiude
il sigillo della proprietà,
non riduce, né piega a noi.
Angeli del ricordo e della nostalgia,
non più grandi di una sciarpa
o di un bottone.
Consunte e inviolabili alterità:
scie di polvere e colore
che insieme a noi diradano.
La Venere di Willendorf,
l’uomo leone di Stadel.

Angeli vasti come panorami,
animali che mutano
continuamente aspetto.
I sempre cari nascosti alle spie satellitari:
solide ali prive di lingua nazionale.

Luoghi e sentieri tracciati
nella boscaglia a colpi di machete.
Il racconto di un mito comune
che affolla di indizi i nostri sogni:

tracce del breve volo di coscienza
nell’infinita valle dell’addio.

.

X – 

Volverán las oscuras golondrinas
[…]
aquellas que aprendieron nuestros nombres,
esas… ¡no volverán!

(Gustavo Adolfo Becquer)

Non mi arrampicherò
verso le belle costellazioni della notte per divenire un angelo,
non implorerò eterni lievi per eludere la gravità,
né chiederò all’infinito il permesso di transitare oltre i confini.
Non costruirò il senso in un altrove.

E se, soffiando l’ultimo fiato, guarderò al cielo,
sarà con la certezza di abbracciare l’umidità di questa arcata.
Qui, nella scintillante betoniera
scioglierò i legni della palafitta,
nel brulichio che genera la breve apparizione
tra piume di gallina e gusci d’uovo
dove ogni corpo cade e l’arcobaleno, sorgendo, muore.

Nuovi stormi verranno alla grondaia
a riparare i nidi con il fango.
Aggrappate a reti per i tonni
o nascoste nel vano di un motore,
volverán las oscuras golondrinas.

.

da Parte Seconda (1)  – Cisterne (l’Adda).

.

II – (Cigni)

Accanto al traghetto, cigni reali immergevano il collo,
altri inseguivano correnti ascensionali.
Uccelli acquatici,
pesci volanti,
l’ossimoro felice d’essere l’Uno e altro,

Plotino,
– suggerì l’uomo mentre camminava –
il frammento di luce in noi e il sole.

Un cigno batteva le zampe sopra l’acqua,
agitava le ali e sollevava mescolanze,
mentre qualcosa nel ragionare s’addolciva
e le gemme verdi dei tigli vestivano
l’intreccio armonico dei rami.

.

V – (Nunc stans, l’eterno ora)

 

Da poco finita la notte,
la bruma ascendeva in nubi verticali:
sogni, sfuggiti al mormorio della memoria,
si sperdevano nel cielo bigiognolo.

Un drappello di folaghe traversò l’Adda, correndo, sulla superficie inquieta, a un groviglio di rami abitato da aironi cinerini e cormorani.

Ricordai di averle osservate un giorno d’estate stare col becco avorio alla sorgente, alle vaste rovine della storia, ed ora, questo andare trasversale verso la quiete dei grandi uccelli, mi suggerì di nuovo il tempo e il suo granuloso apparire dentro il caos.

Eppure,
nonostante il fiume occupasse un universo spazio temporale,
nonostante gli a priori del pensiero e del linguaggio,

si insinuò,
liberando i piedi dalla fanghiglia di una gora,
il fantasma di un presente scevro
dalle macerie e dalla ricostruzione:
epifania di un galleggiamento.

Allora vollero prenderlo sulla barca
e la barca rapidamente toccò
la riva alla quale erano diretti.

Vangelo secondo Giovanni (6, 21)

.

.

da Parte Seconda (2) – Cisterne (il Magra)

.

II – (Il centro della ruota)

 

Seduti su una pietra a Fiumaretta,
si tornò a ragionare della vita:
io sostenevo l’assenza di un significato, lui ne derivò la tragica evidenza.

.          Questo – spiegava – questo interrogarsi, mentre l’invisibile fiume si
.          congiunge al mare e la visione della vacuità allaga ogni pensiero.
Questo svanire sommesso, queste assenze:

vuoti che danno forma al mondo.

Il centro della ruota, il buio che genera la costa illuminata.

.          C’era poco distante un pescatore,
.          solo udivamo lo schiocco della lenza
.          e un galleggiante acceso tremolava.

.

__________

Anna Bergna vive e lavora sul lago di Como. Ha pubblicato presso Lietocolle Crocevia (2011) e Palafitte (2012).

One comment

  1. È davvero caro questo tema dell’ addio.
    Questa estrema richiesta di pietà.
    Questo vuoto pieno:
    “perché dissolvono sapendo di tornare”
    Questo spazio da preservare, la poesia,
    “sostanza umana”.

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