Una frase lunga un libro #2 – John Williams, Stoner

stonerUna frase lunga un libro #2
JOHN WILLIAMS – STONER – FAZI EDITORE (2012; trad. di S. Tummolini; € 17,50, € ebook 9,99)

 

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.”

Questo paragrafo si trova nella seconda parte del libro di John Williams. Stoner, il capolavoro scoperto tardi da quasi tutti e amatissimo. Un libro che è corso di bocca in bocca, di scaffale in scaffale. Fatto girare con quella prudenza con cui si dice della meraviglia, quando accade, e non si conoscono le parole per descriverla, né i come, né i perché. Il paragrafo scelto, come detto, sta nella seconda parte del libro, ma è bello e significativo come un incipit. John Williams avrebbe potuto cominciare a scrivere da lì, Durante quel decennio… e poi avrebbe potuto tentare un percorso all’indietro, giocare con i flashback, chissà. Mi domando che romanzo sarebbe stato. Un libro, probabilmente, molto bello ma non un capolavoro. Non il capolavoro che Stoner è.

Ho scelto questa frase per l’oggettiva bellezza e perché, secondo me, sintetizza bene lo spirito del romanzo e contiene, poi, quella cosa sfuggente da tutti sottolineata, cioè come possa diventare un capolavoro un romanzo in cui non accade praticamente nulla. Questa frase ci spiega, però, che in assenza di azioni e in presenza di molti silenzi quasi tutto può accadere. E tutto in Stoner succede in un’apparente immobilità dei protagonisti e del paesaggio. Proviamo a leggerla, a scomporla.

Parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso.

E chi contempla William Stoner? Contempla i proprietari di quei visi, così segnati come solo una sconfitta, come quella grande crisi economica fece, può fare (la storia si svolge tra gli anni dieci del novecento e gli anni cinquanta), e contemplando loro vede se stesso.

abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino.

L’espressione, i segni dello sconforto, sono anche i suoi. È una storia che gli appartiene fin da quando era piccolo. Una storia fatta di tristezza e di pochi accadimenti, di rari cambiamenti di percorso, una storia in cui sono comparsi rari, rarissimi, momenti di felicità. E anche quella felicità non è mai stata goduta in pieno, perché non completa, non pienamente avvertita. Se cammini tutta la vita su un sentiero sempre uguale, che segni lascerà su di te l’unica volta che cambi strada? Oppure, meglio ancora, l’unica volta che lasci che qualcosa di diverso segua il tuo percorso? Ti salva il ricordo o la rinuncia?

Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente.

Quegli uomini seppur in apparente, diversa condizione, con motivi di disperazione diversi dai suoi, sono lui. Sono la cosa che conosce meglio, rappresentano la sua vita. Sono il volto grigio che egli sente come suo. Sono le facce di chi ha perduto tutto. E Stoner, che una vita –apparentemente – più che decente ha, si riconosce in quella disperazione. Le disperazioni si somigliano tutte. La sua è quella della mancata soddisfazione, è quella della malinconia mischiata alla percezione di una mediocrità, che in fondo non è vera. Gli altri vedono in lui una realizzazione che lui non vede. Non lo ha mai illuminato la gioia della famiglia, non lo ha reso felice il suo unico amore, non lo hanno mai veramente raggiunto le gratificazioni lavorative, che pure, come stimato professore universitario,  sono arrivate. William Stoner si trascina in fondo, nemmeno la passione che ha sempre messo nello studio lo salva, a suo avviso. In realtà, ed è poi il motivo perché il romanzo è così bello, lo salvano, agli occhi del lettore, una profonda dignità, una chiara evidente onestà. Ma ciò che è vero per il lettore non è vero per il personaggio.

Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.

Il modo in cui si trasforma è, però, ben visibile al lettore ed è chiarissimo a John Williams. La sua scrittura che procede senza strappi, senza sensazionalismi, scuote, porta chi legge a domandarsi quale sia il senso profondo dell’esistenza. Ci troviamo davanti a una prosa miracolosa, così come è un miracolo la storia del libro, scritto nel 1965 e rimasto, nei fatti, ignorato per quasi mezzo secolo, di tutta questa – meritatissima – gloria Williams non saprà mai nulla, tutto è accaduto molti anni dopo la sua morte. La sua scrittura, invece, tutto fa accadere senza far muovere una foglia, in un luogo in cui, se si guarda di notte la neve cadere, si pensa alla morte. Morte che William Stoner pare scontare già in vita, come accade a tutti. La differenza è che a noi pare che lui lo sappia.

 © Gianni Montieri

3 comments

  1. L’ha ribloggato su gianni montierie ha commentato:

    “Una frase lunga un giorno” #2 – la mia nuova rubrica su Poetarum Silva. Oggi ho raccontato Stoner di John Williams

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