Daniele Bellomi, Dove mente il fiume – Recensione di Roberto Batisti

di Roberto Batisti

Bellomi

Daniele Bellomi, Dove mente il fiume, Prufrock spa, 2015 – € 12.

Daniele Bellomi – prima ancora d’ogni giudizio sugli esiti da lui raggiunti – è certamente uno dei nuovi autori italiani più interessanti, potenti e originali nella loro proposta: ben venga dunque la notizia d’una sua nuova pubblicazione, che prosegue con coerenza il discorso già impostato da Ripartizione della volta (Anterem/Cierre Grafica 2013) e dal recenziore Cordature (qui). In Dove mente il fiume Bellomi rifonde, fra gli altri, alcuni testi già circolati negli ultimi anni, incluso quello – assai notevole – che al libro fornisce il titolo, e nello spazio di 80 pagine riesce a dare una gamma convincentemente ampia delle possibilità di modulazione della sua voce, senza che per questo venga meno quella compattezza un po’ ossessiva di sguardo e di tecnica che lo contraddistingue.
La quantità d’intelligenza, di tensione linguistico-conoscitiva, di soluzioni formali riversata in questi densissimi testi rende proibitivo cercare di dire qualcosa d’adeguato in poche righe. Un esercizio cognitivamente più utile e moralmente più edificante sarebbe cercare anzitutto d’evitare tamquam scopulum alcuni equivoci a cui può condurre la scrittura bellomiana (incidentalmente: quale status deve aver raggiunto un autore prima che si possa derivare un aggettivo dal suo cognome senza suonare ironici?). L’alternativa è cozzarci contro apposta, per saggiarne la consistenza, prima che si coagulino in stereotipo critico.

1) Poeta arduo, sperimentale, cerebrale? Certo, assembla testi di difficile approccio, ripidi, tetragoni (Daniele Poletti, per Cordature, ha riscontrato in essi la figura geometrica del quadrato; qua, l’autore ha pensato a ogni buon conto d’inserirne uno vero e proprio nella grafica delle pp. 66-67). Pesca a piene mani (anche) nel lessico tecnico-scientifico, ama la polifonia d’inserti multilingui (e un po’ troppo spesso li mette in corsivo, come usa nella scrittura saggistica). Tutto ciò può puzzare d’avanguardismo epidermico, deteriore: non però in questo caso. Il tentativo di Bellomi, quale che esso veramente sia, può darsi che fallirà (nessuno può dirlo ora; pure sento di capire cosa intendeva Davide Castiglione accennando a poetiche non del tutto condivisibili), ma sarà stato un tentativo pienamente sincero e consapevole, per nulla ingenuo. Insomma, anche chi resti perplesso davanti a certi aspetti dell’operazione non potrà negarne l’onestà e la determinazione.

2) Poeta muscolare, fisico, ipertecnico? Senza dubbio, un’eccezionale macchina linguistica; un motore dal ritmo imperterrito e imperturbabile – i suoi testi danno l’idea di poter proseguire indefinitamente senza che venga meno l’energia che li sorregge, non decidesse il poeta di fermarsi, di ritagliarne per noi dei campioni – al punto che avvertivo, qualche tempo fa, il rischio che questo formidabile motore fosse lasciato a ruggire in garage più che lanciato a sbranare la strada. “Un’abilità non comune – annotavo – che rischia paradossalmente di divorare la pur ricca e problematica materia a cui si applica polverizzandola e livellandola e come facendola passare in secondo piano rispetto al timbro incomparabile della pronuncia”. Se tutt’ora ritengo fondata questa osservazione, non sono più del tutto convinto che si tratti d’un difetto.

Occorrerà comunque ammettere che sì, entrambe queste impressioni sono fondamentalmente vere, e no, non spiegano (ancora) niente.
Intanto, gran parte del fascino della poesia bellomiana nasce proprio da come riesca a conciliare e direi far coincidere da un lato l’espansività incontenibile della mente che tutto abbraccia, la sacra missione d’attraversare e sviscerare il cosmo; e, dall’altro, i meccanismi perfetti e un po’ circolari da macchina celibe autocontenuta.
Secondariamente (ma è un punto a cui tengo), sarebbe un peccato che la fluvialità lasciasse in ombra le doti di Bellomi come facitore di ottimi versi e d’immagini intensissime, che funzionano egregiamente in quanto tali (rintraccio le mie sottolineature: “lacca che si avvita in fiamme rampicanti”, “il sangue / in aspersione al punto in cui si chiude la vocale”, “seguendo un’isola volatile e sottile”, “mentre la luce appare quasi disboscata”…). Di tali iuncturae la raccolta offre abbondante casistica. Con ciò non si vuole indulgere a una superata poetica del frammento: il tutto funziona (e va valutato, anche qualora non funzionasse) nel suo contesto; in cui, peraltro, parole come “trasmettere la scia dei sepolcri / dentro il vano addominale”, che altrove potrebbero apparire una degenerazione nonsense di certe discutibili poetiche grandguignolesche, suonano invece irreprensibili e devastanti.
Poi, se la tassonomia ci dice orientativamente – faute de mieux – che l’area a cui apparentare il Bellomi è quella ‘sperimentale’ o ‘di ricerca’, quella nella cui prassi e riflessione il ‘linguaggio’ occupa una posizione centrale; e se in quest’area alligna una tendenza, una tentazione diffusa e trasversale, cioè la poetica dell’afasia, dello sciopero linguistico, dell’autosabotaggio comunicativo; e se è giusto (ma è, a sua volta, troppo facile!) porsi contro questa tendenza, in virtù di svariate considerazioni che non posso svolgere qui; ecco, Bellomi non corre questi rischi, e non è il pregio minore della sua scrittura: egli supera il problema del linguaggio per eccesso e non per difetto; non per afasia ma per mirabile logorrea.
Tanto che pure alcuni limiti che gli si potrebbero additare sono difetti di generosità, d’abbondanza, soprattutto certo lasciarsi trascinare dall’annominazione gratuita: per citare nuovamente Poletti, “la densità di questa scrittura potrebbe fare a meno di alcune marcature anaforiche, paronomasie e iterazioni”, è vero – peraltro, dalla nuova silloge parrebbe che di simili critiche sia stato tenuto debito conto, e con piacere constatiamo un dosaggio che mescola le tecniche suddette a strategie più oblique. Si possono infatti apprezzare diverse gradazioni: certi testi procedono davvero a mò di Panzer, inanellati al loop delle assonanze, sospinti da un continuo rilancio della posta paretimologica, in un universo ubiquamente affaccendato alla terza persona singolare del presente indicativo (chi sarà il grande soggetto sottinteso?); altri testi mostrano un respiro più misurato e/o una progressione discorsiva più lineare. La speranza è che possano catturare anche chi trovasse deterrente il Bellomi più cingolato.
Un punto che resta aperto, almeno per me (osservatore interessato ma ‘ingenuo’, digiuno come sono di espliciti confronti in tal senso con l’autore), è se e quanto Bellomi voglia dire, o meglio voglia voler dire: c’è un senso profondo che il lettore acuto e paziente saprà svellere dall’intrico linguistico a tutto prima ottundente? O il senso sta nella prassi stessa? È questo un falso problema? Che il senso, a uno o entrambi di questi livelli ci sia, e forte, mi pare fuor di dubbio; per dirla con Rimbaud, “cela ne veut pas rien dire”.

5 comments

  1. Ottima nota di lettura, molto meglio di quanto mi trovai a scrivere io per “Cordature”!! Eppure, non capisco il paragrafo finale, nè l’idea della poetica dell’afasia… Ormai tutti gli afasici sono logorroici e nessun afasico ammette ormai di non essere anche, e più o meno, “lirico”, “piano” o “comunicativo”… Se non è un gioco di maschere, dunque, come io credo… In che “senso”?

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    1. grazie, Lorenzo, per l’apprezzamento e soprattutto per segnalarmi punti effettivamente poco chiari del mio scritto.

      il paragrafo finale è volutamente ‘aperto’ (tutto un punto interrogativo, non a caso) e problematizzante; potrei aggiungere che nasce da una discussione con Luca (Rizzatello) in cui, se ben ricordo, emerse proprio il dubbio se e quanto preoccupazione di Bellomi sia davvero – con bisticcio di parole – “voler voler dire qualcosa” nel senso d’un contenuto ricavabile, decrittabile (per quanto indirettamente) dalla forma per via logico-linguistica, o piuttosto (anche) qualcos’altro (un’operazione metalinguistica e metacognitiva? certo non, e questo mi premeva puntualizzare, un mero ‘gioco’ di significanti).

      ma qui sto davvero cominciando a sparare termini un po’ a caso: banalmente, non ho studiato lettere moderne né filosofia, e questo lo sento come un handicap ogni volta che provo a fare ‘critica’. è per questa ragione che le mie osservazioni, alla fine, si aggrappano da un lato a un generico buonsenso (e buon gusto, spero), dall’altro a notazioni formali.

      perciò, quelle mie domandi finali non sono assolutamente retoriche, ma un effettivo invito a lettori con strumenti più specialistici dei miei a rispondere in vece mia.

      sulla questione afasia/logorrea hai ragione, dovrei spiegarmi meglio. in realtà volevo farlo, fra qualche mese auspico di trovarne il tempo.

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      1. Grazie per la risposta, Roberto. Pur avendo studiato lingue\lettere, non presumo a mia volta di essere un “critico” e cerco di avanzqre le mie riflessioni con una prudenza simile alla tua… La questione di senso mi interessa, sinceramente, un po’ meno di quella che riguarda afasia e logorrea, tema sul quale spero di rileggerti presto! Grazie ancora, Lorenzo

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