Poeti a scuola #1: intervista a Elio Pecora e Franco Buffoni

Questa che segue è la prima di due interviste doppie in cui quattro poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui vi capita, nei vostri incontri con le scuole, di rapportarvi più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Elio Pecora

Elio Pecora

Elio Pecora: Da trent’anni vado nelle scuole. Ho cominciato dai licei  e sono stato poi chiamato in molte scuole elementari e medie. In tutta Italia, da Sondrio a Catania. In tutte ho trovato e trovo attenzione, ragazzi e ragazze particolarmente dotati, insegnanti a volte increduli ma presto entusiasti. Dai primi anni Ottanta, prima come consigliere poi come presidente dell’Unione Lettori, che peraltro gestiva un premio annuale di poesia, sono andato nelle scuole a parlare di poesia contemporanea e dei poeti che annualmente proponevo alla lettura e alla votazione di cinquanta fra istituti superiori ed elementari. Non ho visto né usato differenze di tono o di metodo. Con i giovani e giovanissimi è sufficiente uscire dagli schemi scolastici e avvicinarsi ai testi come a organismi vivi e prossimi.

Franco Buffoni: La mia ultima esperienza è stata con una classe terza, la III I del Virgilio; ero convinto sarebbe stata una classe di maturità, e invece si trattava di giovanissimi sedicenni. Io, che ho insegnato per trent’anni all’università, ho dovuto complicare e semplificare, sentirmi un nonno che viene a trovare e parla di Coleridge, Wilde, Cardarelli, Montale, e di ritmologia, del confine in poesia tra la musica e la prosa. Nell’ultimo incontro abbiamo letto Jucci, e lì è stato gratificante: si è vista la presa di un libro che è quasi un romanzo sul cuore di un sedicenne.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

E.P. Presentandomi, come da sempre mi presento in carne e ossa, ovvero privo di maschere e di atteggiamenti, ma certo di quel che do, non ho avvertito sorpresa, piuttosto un’ammirazione impastata di affetto e di vero interesse. Non andavo e non vado coronato di alloro, pure è accaduto in più di una scuola che uno e più alunni riferissero all’insegnante, o addirittura mi scrivessero, di avermi visto circondato da una luce. Tuttora sorrido di simili dichiarazioni, ma rimane che i più giovani, privi come sono di pregiudizi e di stretture mentali, riconoscono la poesia quando  e dove si palesa.

F.B. Si è avvertito molto. Una ragazza, ad esempio, ha commentato: “È entrato imponente come Farinata degli Uberti, all-black-dressed“. E poi Farinata nero è diventato un nonno.

Avete una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

E.P. Non ho modalità. Per lo più parlo per un poco della poesia come educazione ai sentimenti, come parola esatta, distillata, destinata a durare, e come possa la poesia, e la memoria della poesia, giovare alla conoscenza di noi stessi e del mondo. Rispondo in tutte le scuole, minori e maggiori, a molte domande tutte vive e vitali, chiarisco come una poesia va letta rispettandone i versi e il ritmo, chiamo gli studenti a leggere. Niente di più.

F.B. Ci sono vari modi, dipende dai tipi di scuola e dal bagaglio culturale dei ragazzi. Ma a volte meno bagaglio vuol dire anche essere più naïf, e qui si può arrivare più direttamente al sentimento. Bisogna tornare a un linguaggio comune in base alla scuola di appartenenza, quindi ai programmi, e all’età. 

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Vi viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

E.P. Ripeto anche qui quello che vale per ogni arte e anzitutto per la poesia e per la musica. La poesia non va capita, va sentita. Per questo viene ritenuta difficile da chi pretende di spiegarla e di interpretarla. Ho assistito a molti esiti felici di questa mia visione della poesia. In molti casi sono stati gli studenti, anche i più piccoli, a dimostrare quanto un verso e un’immagine potessero dare di emozione e di percezione. Il poeta, se è tale, non è mai incapace. Troppo spesso l’incapace è chi legge e non possiede gusto ed è stretto nelle sue stretture.

F. B. Vexata quaestio: il testo è autosufficiente o per conoscere è necessario sapere la biografia dell’autore o addirittura una spiegazione della poesia? Tutti questi atteggiamenti possono essere condivisibili se non portati all’estremo. Che il testo sia dogmaticamente autosufficiente è un’illusione. Per contro, dovrebbe essere autonomo. Ma è necessaria, specie a una certa età, una mediazione.

Chi avreste voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

E.P. Negli anni del mio liceo non usava invitare a scuola autori di nessun genere. Comunque erano numerosi i poeti che avevo conosciuto e amato nei libri e che leggevo anche fuori dei programmi scolastici. Allora poi, oltre che  da Leopardi, ero preso- e dura ancora- dai poeti greci e latini: e quelli mi visitavano  di continuo nel silenzio della mia stanza ogni volta che tornavo ai loro testi.

F.B. Pasolini, che ho conosciuto più tardi, negli anni ’70. A scuola ci avevano portato a vedere il suo Vangelo secondo Matteo. Ma anche Sereni, e la Rosselli.


Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936) è poeta, saggista, traduttore e autore di testi teatrali, racconti, romanzi e letteratura per l’infanzia. Ha collaborato con diversi quotidiani, riviste e programmi Rai. Tra le sue ultime raccolte figurano Tutto da ridere? (Empiria 2010), Nel tempo della madre (La vita felice 2011), In margine, congedi ed altro (Oedipus 2011), Dodici poesie d’amore (Frullini edizioni 2012). Sue anche numerose curatele ai poeti Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza (quest’ultima per Poesie 1971-1996, Mondadori 2002). Dirige la rivista internazionale Poeti e poesia.

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è saggista (L’ipotesi di Malin, Marcos y Marcos 2007), traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori 2005), narratore e poeta. Presentato su Paragone nel 1978 da Giovanni Raboni, tra i suoi ultimi lavori figurano Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). Ha insegnato per trent’anni letteratura inglese e letterature comparate. Nel 1989 ha fondato e dirige Testo a fronte. Il suo lavoro è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012).

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