Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

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AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

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AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

POR VALLEJO

Ya todo estaba escrito cuando Vallejo dijo: -Todavía.
Y le arrancó esta pluma al viejo cóndor
del énfasis. El tiempo es todavía,
la rosa es todavía y aunque pase el verano, y las estrellas
de todos los veranos, el hombre es todavía.
Nada pasó. Pero alguien que se llamaba César en peruano
y en piedra más que piedra, dio en la cumbre
del oxígeno hermoso. Las raíces
lo siguieron sangrientas cada día más lúcido. Lo fueron
secando, y ni París pudo salvarle el hueso ni el martirio.
Ninguno fue tan hondo por las médulas vivas del origen
ni nos habló en la música que decimos América
porque éste únicamente sacó el ser de la piedra más oscura
cuando nos vio la suerte debajo de las olas
en el vacío de la mano.
Cada cual su Vallejo doloroso y gozoso.
No en París
donde lloré por su alma, no en la nube violenta
que me dio a diez mil metros la certeza terrestre de su rostro
sobre la nieve libre, sino en esto
de respirar la espina mortal, estoy seguro
del que baja y me dice: -Todavía.

PER VALLEJO

Già tutto era scritto quando Vallejo disse: -Ancora.
E gli strappò questa penna al vecchio condor
dell’enfasi. Il tempo è ancora,
la rosa è ancora e anche se passa l’estate, e le stelle
di tutte le estati, l’uomo è ancora.
Nulla è passato. Però qualcuno che si chiamava César in peruviano
e in pietra più che pietra, azzeccò la cima
dell’ossigeno bello. Le radici
lo seguirono insanguinate ogni giorno più lucido. Riuscirono
ad asciugarlo, e neppure Parigi poté salvargli le ossa né il martirio.
Nessuno fu tanto profondo nel midollo vivo dell’origine
né ci parlò nella musica che chiamiamo America
perché solo lui tirò fuori l’essere dalla pietra più oscura
quando ci vide la fortuna sotto le onde
nel vuoto della mano.
A ciascuno il suo Vallejo doloroso e gioioso.
Non a Parigi
dove piansi per la sua anima, non nella nube violenta
che mi diede a diecimila metri la certezza terrestre del suo volto
sopra la neve libera, bensì in questo
di respirare la spina mortale, sono sicuro
di colui che scende e mi dice: -Ancora.

CARTA DEL SUICIDA

Juro que esta mujer me ha partido los sesos,
porque ella sale y entra como una bala loca,
y abre mis parietales, y nunca cicatriza,
así sople el verano o el invierno,
así viva feliz sentado sobre el triunfo
y el estómago lleno, como un cóndor saciado,
así padezca el látigo del hambre, así me acueste
o me levante, y me hunda de cabeza en el día
como una piedra bajo la corriente cambiante,
así toque mi cítara para engañarme, así
se abra una puerta y entren diez mujeres desnudas,
marcadas sus espaldas con mi letra, y se arrojen
unas sobre otras hasta consumirse,
juro que ella perdura, porque ella sale y entra
como una bala loca,
me sigue adonde voy y me sirve de hada,
me besa con lujuria
tratando de escaparse de la muerte,
y, cuando caigo al sueño, se hospeda en mi columna
vertebral, y me grita pidiéndome socorro,
me arrebata a los cielos, como un cóndor sin madre
empollado en la muerte.

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LETTERA DEL SUICIDA

Giuro che questa donna mi ha spaccato il cervello,
perché lei esce ed entra come una pallottola impazzita,
e apre le mie parietali, e non cicatrizza mai,
sia che soffi l’estate o l’inverno
sia che viva felice seduto sul trionfo
e lo stomaco pieno, come un condor sazio,
sia che soffra le sferzate della fame, sia che vada a dormire
o mi alzi, e affondi di testa nel giorno
come una pietra sotto la corrente cangiante,
sia che tocchi la mia cetra per ingannarmi, sia
che si apra una porta ed entrino dieci donne nude,
le spalle marcate con la mia scrittura, e si gettino
le une sulle altre fino a consumarsi,
giuro che lei perdura, perché lei esce ed entra
come una pallottola impazzita,
mi segue ovunque vada e mi serve da fata,
mi bacia con lussuria
cercando di scappare dalla morte,
e quando cado nel sonno, alloggia nella mia colonna
vertebrale, e mi grida chiedendomi aiuto,
mi strappa al cielo, come un condor senza madre
covato nella morte.

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