Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa

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Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa – La Nuova Frontiera, 2013 (trad. di Francesca Lazzarato)

 

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Chi è Alina Cerunda? Non sappiamo nulla di lei, eppure ci pare, subito, di conoscerla. Anzi, ci pare di ricordarla, così come la sta ricordando la protagonista de La promessa di Silvina Ocampo. Qual è l’idea che abbiamo dei vecchi? Intanto, qual è l’età giusta per dire vecchio? Non certo, non più, quella dei settant’anni di cui scrive la Ocampo. Il vecchio per noi è, forse, un’età più avanzata, ma noi vediamo perfettamente Alina, e la vediamo vecchia, vecchia di quel tempo, nel tempo per lei pensato dalla scrittrice argentina. Vecchio che ci appare magico e, addirittura, logico. La Ocampo fa, molto spesso, in tutta la sua opera, il gioco di mettere e togliere, di verità e finzione, caro a lei e al suo grande amico ed estimatore Borges. Ci dice che Alina è vecchia e bella, ma sottintende che qualcuno sostiene il contrario, mentendo. Nega, un momento dopo, la bellezza, I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti. La loro rovina. Sono i volti o sono gli abiti? La protagonista sta ricordando: con che occhi ricorda? Quelli da bambina o da adulta? Dove finisce il ricordo e dove comincia l’immaginazione? La Ocampo prosegue, un’altra voce (è un pettegolezzo?) sostiene che Alina non facesse mai il bagno, e un attimo dopo ritorna il ricordo che è l’opposto: Impeccabilmente pettinata… anche quando dormiva, sembrava pulita. E chiude con ciò che chiarisce o confonde del tutto: Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro. La Cerunda non è più soltanto una persona, ma un’immagine dipinta in un quadro, e in quel quadro, in quello spazio, tutto è vero. Possono coesistere il non lavarsi e il sembrare pulita. Il verbo sembrare potrebbe dirsi il preferito da molti scrittori sudamericani. La bellezza e la rovina del travestimento.
Tutto La promessa è fatto di volti che riaffiorano nella mente della voce narrante che, caduta in mare da una nave, alterna lunghe nuotate alla posizione del morto. Ricorda le persone che ha incontrato, l’esercizio di memoria serve a mantenerla in vita. I nomi e i volti (Leandro, Irene, Gabriella) sono microracconti che si incrociano e si intrecciano andando a formare un romanzo molto particolare, uscito postumo, un libro al quale la Ocampo lavorò per moltissimi anni. Tutti i protagonisti sono osservati sotto una doppia luce, c’è sempre l’immaginazione che si sovrappone al ricordo. Ognuno è la notte e il giorno, due cose diverse. Silvina Ocampo è una scrittrice meravigliosa, una delle poche capaci di trascinare il lettore altrove. È capace di partire dalla realtà e poi sottrarla alla vista, inventandone un’altra. I personaggi, come in tutti i suoi bellissimi racconti, hanno qualcosa di magico, qualcosa che sembra venire dal mondo delle fiabe. Brutti e belli nel giro di una frase. Cattivi e irresistibili, docili o sfrenati, delicati o terribili, nell’arco di un paragrafo. Leggere la Ocampo somiglia a non smettere di sognare, la condizione ideale.

© Gianni Montieri

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