Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete (recensione di Martino Baldi)

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Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Adelphi, 2006 (prima edizione Neri Pozza, 1950); € 17,00; ebook € 8,99

Di tutti i meriti letterari che si possono ascrivere all’eclettico Neri Pozza – partigiano, scrittore, editore, artista, collezionista e grande protagonista della cultura veneta del dopoguerra – uno dei maggiori è stato sicuramente il coraggio con cui ha condotto la sua casa editrice. Un’indipendenza che ci ha regalato opere grandi ed anomale che forse non avrebbero visto la luce senza di lui, come Il primo libro delle favole di Gadda o la Farfalla di Dinard, esordio in prosa di Eugenio Montale. Ma fra tutti i regali di Neri Pozza il più grande è stato, probabilmente, quello di averci donato dal nulla uno scrittore tra i più indipendenti, poetici, innovativi della letteratura italiana del dopoguerra quando, nel 1950, prese in considerazione la proposta di pubblicazione giuntagli da un ventenne assolutamente sconosciuto e fin troppo spavaldo che qualunque altro editore avrebbe sicuramente rifiutato. Il ventenne si chiamava Goffredo Parise e il libro era Il ragazzo morto e le comete.

Il testo di Parise era quanto di più “fuori tempo” si potesse immaginare nell’Italia degli anni Cinquanta, soprattutto nell’ambito letterario, dominato dalle esigenze sia tematiche sia stilistiche del cosiddetto neorealismo: l’antifascismo, l’impegno politico, le tematiche sociali, la narrazione piana, una lingua oscillante tra la neutralità e il localismo, un’ideologia di fondo di stampo populista, l’inclinazione dell’opera d’arte a farsi documento, ecc. In nome di questo “clima generale”, come lo definì Calvino, furono molti gli artisti sottovalutati, ignorati o addirittura contestati apertamente e accusati di essere reazionari e conservatori (come capitò notoriamente ai pittori non figurativi, presi di mira dal violentissimo anatema di Palmiro Togliatti e Renato Guttuso contro “gli scrabocchi, le cose mostruose, gli errori e le scemenze”).

Il ragazzo morto e le comete, nonostante tematicamente potesse sembrare un figlio dei tempi (in fin dei conti si racconta di un gruppo di ragazzi che vagabondano tra le macerie della Vicenza del dopoguerra), era però un romanzo sconclusionato e surreale, in cui il protagonista – lo dice il titolo stesso – non esiste; è un morto, un buco intorno a cui si compie il girotondo di una serie di vicende e di personaggi quantomeno anomali, portatori di comportamenti ai limiti dell’assurdo e agghindati in fogge stravaganti e demodé. Sono i vecchi amici del protagonista che non si arrendono alla sua scomparsa e continuano a cercarlo (uno di loro, Fiore, ci riuscirà).

Il romanzo, apparentemente naive, scritto – dirà poi Parise – “con l’animo con cui a quell’età si scrivono poesie”, è pieno zeppo di riferimenti culturali e stilistici a un milieu ben più internazionale ed aggiornato di quello delle opere italiane coeve. Non sarà per puro orgoglio che Parise rifiuterà ogni proposta di correzione da parte di Neri Pozza, che si vide costretto a pubblicarlo (caso più unico che raro) accompagnato da una avvertenza in cui prendeva le distanze dalle scelte stilistiche dell’autore e dalle sue “ingenuità”. La rappresentazione spazio-temporale è agli antipodi della facile linearità richiesta dal neorealismo letterario: lo sguardo che ci guida nel racconto divaga, si ferma ai margini della scena, gira intorno a qualcosa che non c’è, compie salti di spazio e di tempo. I personaggi appaiono e spariscono dalla scena come fantasmi. I morti parlano con i vivi. I vivi viaggiano nel cielo su misteriosi palloni aerostatici come protagonisti di favole esotiche su tappeti volanti. Gli animali – per esempio il barbagianni che vive in una cantina col costruttore di barche Squerloz – sono dotati di anima e portatori di una densità simbolica perturbante. I ricordi sono deformati, eccessivi, debordanti, come in un quadro espressionista. Sembra di assistere a un Germania Anno Zero in cui siano saltati dentro all’improvviso a stravolgere e colorare tutto i personaggi più sognanti di un Fellini che però era ancora tutto da venire. Malinconia e immaginazione stringono un abbraccio inedito per l’epoca, come un documentario in bianco e nero sul dopoguerra in cui Chagall si sia divertito a sovraimprimere nel suo stile una vicenda parallela e alternativa, assolutamente onirica.

Il libro di Parise condivide con Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino il merito di aver provato a tracciare un sentiero di uscita verso i diktat stilistici del neorealismo, eppure il risultato fu esattamente opposto. Un’indifferenza pressoché generale accolse il libro di Parise (che divenne popolarissimo soltanto con Il prete bello, normalizzando il suo “cubismo” originario), mentre il primo romanzo di Calvino divenne in breve quasi un emblema della nuova letteratura italiana, grazie soprattutto all’intervento in extremis nella narrazione di una ragione politica ben più avvertita, quando invece Parise era, in questo sì, decisamente tanto ingenuo da credere solo alle ragioni dell’anima e della poesia. E così si è sempre mantenuto, se è vero che proprio in nome della poesia, una ventina d’anni dopo, tirò fuori dal cilindro i sorprendenti Sillabari, con un movimento analogo a quello degli anni Cinquanta, ovvero sempre in controtendenza rispetto alle parole d’ordine dell’epoca, ma stavolta – i tempi per fortuna cambiano – con maggior fortuna.

Questo è stato Parise: uno scrittore-scrittore, fedele soltanto alla propria intelligenza, alla propria ispirazione e alla propria coscienza; troppo poco italiano come attitudine per essere riconosciuto profeta in patria e, forse, proprio per questo ancora oggi Il ragazzo morto e le comete, pur essendo uno dei gioielli più meravigliosi della letteratura italiana del dopoguerra, va inserito nella scatola su cui è incollata l’etichetta “capolavori misconosciuti”.

© Martino Baldi

Nota: le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in accordo con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

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