Quando arrivarono gli alieni

di Gherardo Bortolotti

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A testa bassa, nella minima estensione del nostro concetto di vita e di realtà, ci concedevamo alle lunghe sedute di connessione ai server del distretto che costituivano il nostro impiego, per il quale, chiusi gli occhi e inserito il cavo nello spinotto craniale, abbandonavamo i nostri brevi giorni alle maree dei dati e dei contenuti. Riaffioravamo dopo decine di ore, quasi ripagati dal solo tempo perduto, dallo iato prodotto nella nostra vita, ma comunque anche realmente pagati, dotati di un salario che proliferava i propri ricatti nel tessuto di ciò che ritenevano reale, come radici filiformi ed estesissime che, dalla superficie dell’ovvio, della giornata qualunque, arrivavano al nero cuore di ciò che non sapevamo più dire.

Dalle distanze della periferia, risuonavano gli allarmi antiaerei e si vedevano i fumi di alcuni incendi in corso, isolati, tra i condomini ed i parcheggi dei centri sportivi. bgmole sapeva che alcune cellule di estrema sinistra avevano iniziato una campagna di guerriglia nei quartieri, assaltando uffici decentrati, piccole filiali di crediti cooperativi e di finanziarie minori. Ogni tanto, il pomeriggio, vedeva arrivare di corsa, da dopo la rotatoria, drappelli informali di giovani con il volto coperto e un tascapane a tracolla. C’era chi si fermava, una mezz’oretta, a prendere a sassate la vetrina di un’agenzia di lavoro interinale. Più spesso, proseguivano verso le uscite della tangenziale, in attesa delle prime colonne di blindati delle forze dell’ordine.

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Nelle stazioni orbitali più esterne, alcuni anni prima, le colonie avevano dato luogo a sperimentazioni molto avanzate di socialità mista uomo-macchina in cui alcuni ologrammi, generati secondo modalità aleatorie di configurazione fisica e schematizzazione caratteriale, convivevano con gli abitanti delle sterminate cubature dei corpi residenziali. Gli ologrammi conducevano delle vite in parte riferibili a quelle degli umani ed in parte sceneggiate da processori dedicati alla generazione e proliferazione di trame di genere. Nella maggior parte dei casi, le comunità miste davano luogo a sottoculture fortemente settarie organizzate attorno a uno o due ologrammi di riferimento, che si dedicavano alla memorizzazione di singoli messaggi prodotti dai restanti ologrammi e dai componenti umani. I messaggi venivano poi riprodotti casualmente, nel corso del ciclo diurno, eventualmente strutturati in sistemi di strofe, peculiari alla specifica comunità.

Ci accampammo per lo più nei quartieri periferici, dove le tracce degli alieni erano ancora forti e, sui muri esterni delle banche e delle concessionarie di automobili, apparivano le scritte che avevano lasciato. Passavamo spesso davanti ai loro manufatti asimettrici, abbandonati nei parcheggi dei centri sportivi, e sentivamo quella sensazione di sconforto e di dolore che ci avevano donato.

Alcuni entrarono nell’equipe Madonna e abbandonarono la fede in un domani migliore, implementato da nuove generazioni di social network e di dispositivi per la comunicazione personale. Producevano contenuti per canali tematici dedicati all’hobbistica, all’autoibernazione o alla coltivazione biologica, senza che la sera, guardando in streaming qualche serie lo-fi canadese, si ricordassero di quando assaltavano i supermarket e guidavano azioni di guerriglia urbana, mentre la polizia isolava le reti umts dei quartieri e caricava gli spezzoni dei cortei a bordo di camionette scoperte.

*Fonte della foto: a-lifewithoutmeaning