Le cronache della Leda #24 – Le cose al proprio posto

fiume Connecticut - fonte Wikipedia

fiume Connecticut – fonte Wikipedia

Il pomeriggio, quando tornava dalle sue lezioni, Stefano mi portava a passeggiare lungo il Connecticut, che scorre a qualche chilometro di distanza da casa sua. Quello era il modo che aveva scelto per il nostro ipotetico riavvicinamento. Come se madre e figlio potessero mai veramente allontanarsi. Abbiamo passeggiato in riva al fiume tre, quattro pomeriggi alla settimana per quasi due mesi, a volte a braccetto, altre con lui che camminava qualche passo più avanti, e io a guardargli la schiena, a riconoscerne le somiglianze con quella di Saverio. Le passeggiate duravano un’ora, più o meno. Per ogni pomeriggio saranno stare pronunciate, al massimo, quattro o cinque frasi, mai particolarmente lunghe, ma non era necessario parlare. A parlare ci pensava il fiume e il suo scorrere diventava il nostro. Quello di cui avevamo bisogno era di camminare sulla stessa sponda, così ci si riavvicina, così abbiamo fatto. Stefano, ogni tanto, mi guardava e sorrideva. È bello mio figlio quando ride, ha sempre sorriso poco, brillante ma serioso. Ha sempre portato sulle spalle il peso della malinconia, dell’assenza. Non sono la sola ad aver perso qualcuno. Un pomeriggio mi ha detto che sono bella, ho scosso la testa, e ci mancherebbe altro ho pensato, e poi glielo ho pure detto. Abbiamo parlato dell’avvocato di tanto in tanto, ha detto che gli ho rubato l’amico, poi abbiamo riso entrambi, di gusto. Nel tratto di passeggiata che facevamo non passava mai nessuno eppure mi sentivo tranquilla, mio figlio mi portava a camminare in un posto che lo rispecchiava, solitario e silenzioso. Durante quelle ore ho avuto spesso la sensazione che l’acqua ci guidasse e che si mischiasse a noi. Diventavamo, in quei momenti, un flusso unico, così si mettono le cose a posto, goccia dopo goccia.

Mi perdo in questi pensieri mentre guardo fuori dalla finestra, domani è ottobre, di nuovo, di già. Il cielo del pomeriggio è bianco, totalmente lombardo, quelli che vedo passare pare abbiano tutti voglia di indossare qualcosa di più pesante, ma non fa freddo, mi pare un dolcissimo autunno almeno per il momento. Autunno, com’è strana questa parola, quanta nostalgia riesce a emettere solo il sentirla pronunciare, quanta bellezza che riesce a creare quando si manifesta, quando cammini e senti i tuoi passi sulle foglie secche, attraversi il parco nel giallo e nel rosso, e pare che nemmeno il vento possa venire a scuoterti. Bisogna godersi questi giorni, prima che tutto precipiti, prima che il gelo venga di nuovo a cercarci.

Alle cinque vengono le ragazze, sono contenta di rivederle e di riprendere la nostra tradizione dei martedì pomeriggio. La novità di  oggi è che la torta la porterà la Luisa, l’ha fatta lei, o almeno così dice, ma non ho voglia di indagare. Arriveranno lei, la Wanda e l’Adriana, mamma mia mi sono proprio mancate. Mi rendo conto di essere diventata romantica e malinconica, sembro io stessa l’autunno. Ma che volete? Non sono ancora pronta a parlare di politica, di quale politica poi?

Dopo le passeggiate tornavamo a casa e io facevo la nonna a tempo pieno, sono brava, sapete? Mio nipote mi prendeva in giro per il mio inglese e io per il suo italiano. Ho partecipato anche a dei Barbecue, chi l’avrebbe mai detto. Certe sere mio nipote chiedeva se potesse dormire con me. Rispondere di sì significava tornare a scoprire la felicità.

Il citofono, eccole.

Leda

3 comments

  1. Gianni, hai una componente femminina che ti permette di scrivere questi camei. Complimenti di cuore. Gianfranco.

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