Luciano Mazziotta – Previsioni e lapsus: Racconto del libro (in)seguendone il ritmo

PREVISIONI E LAPSUS - copertina solo prima

Luciano Mazziotta, Previsioni e lapsus, Zona – Collana level 48, 2014, € 10,00

Racconto del libro (in)seguendone il ritmo

Parliamo di geometrie “SI SCELGA UNA FORMA”. Parliamo della loro assenza. Proviamo a dire di spigoli e angoli, della volontà di smussarli e di quella di girar loro attorno. Non dimentichiamo, però, dell’altra volontà, quella che sull’angolo vuol giocare di sponda, quella che cerca il rimbalzo, la fuga, la buca. Facciamo quadrato nel senso di farlo, e poi rettangolo, esagono, trapezio, di tutti i triangoli; calcoliamone l’area non la loro, la nostra. Di che perimetro siamo, di quanta e quale superficie. Di cosa trattiamo e a questo punto di come ci risolviamo. Guardiamo ai blocchi di marmo, ai pilastri, e oltre la loro vista pensiamo allo spazio. A tutto lo spazio, teniamone conto, trattenendo il respiro. Tentiamo il controllo. Togliamo ogni bordo dalla cornice e domandiamoci di quanto controllo abbiamo bisogno, di quanto bisogno di perderlo abbiamo. Teniamone conto e teniamone i conti. Troviamo il poeta, l’unità di misura, ma quale misura?
Il poeta si guarda da dietro, si prova la giacca e poi perde la sfida indossando una felpa. Una doppia vita riflessa, uno scarto in avanti, un dribbling riuscito se solo il poeta a calcio sapesse giocare. Lo scarto/scatto in avanti avviene comunque, avviene scivolando nel verso, tenendo la penna inclinata di lato. Allargandone il metro, cercando il respiro che fuori non c’è. L’ipotesi dunque qual è? Prevedere (e trovare) la particella d’aria che manca, e dei lapsus di quelli che farne, si chiede il poeta, ma lo scrive e dunque ci chiede: “…e dei lapsus, che farne dei lapsus? / Se ogni volta che inciampi interrompi / un tuo ciclo vitale, è per perdere il filo / per riprendere fiato e iniziare / da un indizio non valutato”. Di quante mancanze/distanze, inciampi, scivolate d’affetto, cadute, dove la causa, dove l’effetto? Leggiamo del tempo di quale e di quanto, e di dove sta il tempo, è qualcosa che ha fine e principio o è soltanto un fatto di clima. Il clima non è comunque lo stesso, ma poco cambia da Berlino a Palermo, quando viene l’inverno è comunque sgomento, e se cade la neve sentine il peso, traccia una linea che contorni il bianco, e torniamo allo spazio e veniamo all’assenza. Mazziotta ragiona, sta in piedi il poeta, prova a segnare un netto percorso, prova a inventare un sentiero, ma il sentiero è una curva continua, è costruito sull’ansia, e ogni poesia è un bivio, un punto messo e poi tolto, è una meraviglia che mette paura.
Veniamo all’età che è quella sui trenta, veniamo al dubbio di chi ha tanto studiato, ha studiato qualcosa, qualcosa che è classico che è fondamenta, che non copre le spalle, che non concede parete dove appoggiarsi né soluzione alla quale aggrapparsi. Veniamo alle borse, veniamo al viaggio, città che durano il tempo di un transito. Veniamo al momento di scegliere cosa diversa dal cosa di dove si parte, arriviamo alla grande domanda: Diventare cosa: “Insistere per diventare / cosa che cosa?” Se il divenire non viene con il controllo, se non si compie nel  lasciarsi andare, allora forse si trova nel ritmo, nel battito. Il poeta lo indovina, lo mette nel verso, a perdifiato, lo allarga quando concede la prosa, lo stringe di nuovo quando vuole restringere il campo. E veniamo ai passi che muove il poeta, un piede che viene dal classico, la tradizione, l’altro che è il cosa diventa, che sperimenta. Un piede dal come e un piede nel Chissà, come quello di Mesa che non cito per caso, perché quando incede Mazziotta un po’ mi ricorda quel modo. Mazziotta e il suo mondo che sta tra Platone e i Nirvana, dove ogni fatto è domanda, la sua spiegazione e la sua negazione. Così come coglie il senso Andrea Inglese in postfazione, segnando il punto preciso dove Mazziotta fa centro: il caos trascritto. L’angoscia personale si fa angoscia storica, il disagio personale e quello collettivo si fondono, si confondono, c’è un momento dove potrebbero ballare insieme lungo una linea che un confine non è, ma è una possibilità. E da lì che il poeta ci scrive: “Con noncuranza però / per arrivare al finale”.

© Gianni Montieri