Quattro passi #3 – Paura

Pietro Annigoni, "Su 'Libertà' di GIovanni Verga"

Pietro Annigoni, “Su ‘Libertà’ di GIovanni Verga”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la paura”. Buona lettura.

Qui sta il punto. Mi credete pazzo. I pazzi non sanno quello che fanno. Avreste dovuto vedere me, invece. Avreste dovuto vedere la saggezza con cui mi comportai, e la cautela, la preveggenza, la dissimulazione con cui mi misi all’opera! Non sono mai stato tanto gentile con il vecchio come la settimana prima di ucciderlo. E ogni notte, verso mezzanotte, giravo la maniglia della sua porta e l’aprivo, piano piano. Poi, quando lo spiraglio era sufficiente, introducevo una lanterna cieca, schermata in modo che non ne filtrasse neppure un raggio di luce, e poi mettevo dentro la testa. Avreste riso, certamente, a vedere con quanta destrezza mi affacciavo! La muovevo lentamente, molto lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un’ora per infilare la testa nell’apertura, in modo da riuscire a vederlo disteso sul letto. Potrebbe un pazzo essere tanto prudente?

(E. A. Poe, Il cuore rivelatore, traduzione di Mariarosa Mancuso, Feltrinelli 1998, I ed. or. 1839)

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«Non è a un favore che sto pensando», disse Lopaka. «Si tratta solo di vedere il diavoletto. Non ci sarebbe nulla da guadagnare, e quindi nulla di cui vergognarsi, e poi, se lo vedo una volta, sarei sicuro dell’intera faccenda. Accontentami, e lasciami vedere il diavoletto; dopodiché ecco i soldi pronti, e la comprerò.»
«C’è un’unica cosa di cui ho paura», disse Keawe. «Il diavoletto potrebbe essere orribile a vedersi, e se tu gli posi gli occhi addosso potresti non volere più la bottiglia.»
«Sono un uomo di parola», disse Lopaka. «E questo qui è il denaro.»
«Molto bene», disse Keawe. «Anch’io sono curioso. Allora forza, lasciate che vi diamo un’occhiata, signor Diavoletto.»
Ora, appena dette queste parole il diavoletto sgusciò dalla bottiglia, poi vi si rinfilò, rapido come una lucertola; e Keawe e Lopaka restarono lì, seduti, fermi come pietra. Era quasi notte prima che uno di loro trovasse che dire o la voce per dirlo; poi Lopaka spinse il denaro e prese la bottiglia.

(R. L. Stevenson, Il diavoletto nella bottiglia, I ed. or. 1896, traduzione mia)

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Flora continuava a fissarmi con la sua piccola maschera di ostilità, e in quell’attimo pregai Dio di perdonarmi perché mi parve, mentre era lì e si reggeva al vestito della nostra amica, che la sua straordinaria bellezza infantile improvvisamente venisse meno, svanisse del tutto. L’ho già detto: letteralmente indurita, in modo ripugnante, era diventata volgare, quasi brutta. «Non so cosa vuoi dire. Io non vedo nessuno. Non vedo niente. Non ho mai visto niente. Sei crudele, non ti voglio bene!» Poi, dopo questo sfogo che avrebbe potuto essere quello di una bambina di strada volgarmente insolente, si strinse di più alla signora Grose e nascose nelle gonne di lei il suo orribile visetto. Da quella posizione lanciò un lamento quasi di furore. «Portami via, portami via… oh, portami lontano da lei!»
«Da me?» ansimai.
«Da te… da te» gridò lei.
Perfino la signora Grose mi guardò costernata, e a me non restò altro da fare che comunicare di nuovo con la figura che, sull’altra sponda, senza un movimento, rigidamente immobile come se, oltre lo spazio che ci separava afferrasse le nostre voci, era chiaramente lì per rovinarmi e non per aiutarmi. La sciagurata bambina aveva parlato esattamente come se ricevesse da una fonte esterna ognuna di quelle parole che mi straziavano, e nella mia disperazione per tutto ciò che mi toccava accettare non potei far altro che scuotere tristemente la testa verso di lei. «Se mai avessi dubitato, tutti i miei dubbi adesso sarebbero svaniti. Ho vissuto con la miserabile verità e adesso mi stringe solo troppo da vicino. Naturalmente ti ho persa: ho voluto intromettermi e sotto la sua guida» con queste parole affrontai di nuovo, al di là del laghetto, la nostra infernale testimone «tu hai scoperto il modo facile e perfetto per porvi rimedio. Ho fatto del mio meglio, ma ti ho persa. Addio.»

(Henry James, Il giro di vite, traduzione di Gioia Angiolillo Zannino, BUR 1997, I ed. or. 1898) 

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(il sole brucia come un vetro che scotta era nei suoi capelli mi ricordo perfettamente la luce la luce estiva
(la luce estiva del)
pomeriggio.
Randy stava piangendo.
Stava piangendo perché ogni volta che tentava di sedersi, la cosa scivolava sotto la zattera. Non era così stupida, del resto; pensava o sentiva che una volta che si fosse seduto avrebbe potuto afferrarlo.
«Vattene», piagnucolò Randy all’enorme neo che fluttuava sull’acqua. A una cinquantina di metri, come per scherno, uno scoiattolo scorrazzava avanti e indietro sulla capote della Camaro di Deke.
«Vattene, per favore, vattene da qualunque altra parte, ma lasciami solo. Non mi piaci.»
La cosa non si mosse. I colori cominciarono a turbinare sulla superficie.
(devi devi amarmi)
Randy staccò con violenza gli occhi e si mise a scrutare la spiaggia, in cerca di aiuto, ma non c’era nessuno, nessuno. I suoi jeans erano ancora lì, con una gamba dei pantaloni alla rovescia, la parte interna della tasca ben visibile. Non sembravano più in attesa di qualcuno che li indossasse. Sembravano reliquie.
Se avessi una pistola mi ucciderei.
Era in piedi sulla zattera.
Il sole tramontò.
Tre ore dopo la luna fece capolino.
Più tardi le gavie cominciarono a stridere.
Poco dopo Randy tornò a guardare la chiazza scura sull’acqua.
Non poteva uccidersi, ma forse la cosa poteva essergli di aiuto e forse non avrebbe sofferto; forse per questo c’erano i colori.
(devi amarmi)

(Stephen King, La zattera, in Scheletri, s. t., Sperling & Kupfer 1996, I ed. or. 1981)

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