Marianna Garofalo – Pietà

San Paolo foto gianni montieri

San Paolo foto gianni montieri

Pietà

 

Omar non riusciva a dormire. Le finestre e le porte erano aperte per creare corrente, aveva appena fatto una doccia ma le lenzuola continuavano a intrappolarlo in una morsa calda che dai talloni arrivava alle tempie passando lungo l’arco della schiena. Dormire in mutande non serviva a niente. Si alzò per andare verso il frigo a bere del succo fresco imprecando in arabo qualcosa di incomprensibile anche per sé.
L’unica cosa che lo consolò fu l’attimo in cui gli arrivò in faccia l’aria fresca del frigorifero aperto.
Rimase qualche secondo fermo, chiuse gli occhi, tirò la testa indietro e abbozzò un sospiro di sollievo spezzato dall’afa. Maria se n’è andata da due settimane.
Gliel’ha detto con un messaggio sul cellulare, ha preso tutte le sue cose mentre non c’era ed è sparita lasciandogli giusto qualche foto da bambina ancora alle pareti e qualche giacca dismessa e per quanto puoi comprendere le motivazioni di una separazione, le modalità anche più spietate, capita sempre che di notte, con quaranta gradi, lo stomaco protesti fragorosamente e la gola si secchi fino a levarti la forza di ingoiare.
Arrivato a Napoli, il cugino gli aveva offerto un lavoro nel suo ristorante arabo e un alloggio vicino alla stazione centrale. Maria andava raramente al ristorante arabo con le sue coinquiline, ma da quando Omar ci lavorava, trovava un pretesto per andare almeno una volta la settimana. Poi una sera, prese il solito kebab in orario di chiusura, rimase a parlare con Omar fino a tardi e si fece riaccompagnare a casa.
In quella casa avevano condiviso una stanza doppia per tre anni, fino a quando gli spazi divennero troppo stretti, i soldi troppo pochi, la differenza culturale troppo grande. Omar nel frattempo aveva lasciato il lavoro al ristorante e si era messo in proprio al mercato di piazza Garibaldi. Comprava vestiti all’ingrosso dai cinesi, e li rivendeva nello spazio che gli era stato assegnato. Escluso il periodo in cui i negozi mettevano i saldi, l’attività risultava piuttosto redditizia.

Omar in Italia non esiste ma si alza tutte le mattine alle sei per andare al mercato con il motorino non registrato; non ha il permesso di soggiorno, non paga le tasse allo Stato ma deve pagare il pizzo per la merce che compra, per lo spazio che occupa con la bancarella e perché nessuno gli dia fastidio. L’economia nel quartiere gira e Omar mette qualche cosa da parte per la sua famiglia in Algeria.

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– Vince’ è che qua ci sta troppa gente, è questo il problema – fu la prima frase che gli rivolse Nicola quella mattina in macchina mentre pattugliavano la stazione di piazza Garibaldi.

Vincenzo Capone era entrato in polizia a 18 anni, dopo che un infarto in 2 minuti scarsi, aveva stroncato suo padre nel cuore della notte. Viveva con la madre, già debole di nervi, che dal giorno della morte del padre perse parte di lucidità che le restava e quasi tutta l’autonomia. Fosse stato per Vincenzo l’avrebbe volentieri rinchiusa in qualche clinica ben attrezzata e se ne sarebbe andato fuori Napoli, magari all’estero, ma i soldi non bastavano e la catenina con il Volto Santo che era stata di suo padre gli batteva ad ogni minimo movimento sul petto e gli ricordava l’infarto e ciò che era giusto fare.

– Ma poi dico io – continuò Nicola – questa città già sta tanto inguaiata che c’è bisogno di tutti questi extracomunitari inguaiati? No, Vince’, io non so’ razzista, ma questi portano solo merda in un posto già di merda.-

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Omar prese il succo d’ananas dal frigo, vide la scadenza, lo odorò e lo rimise dentro. Poi continuò ad aprire e chiudere lo sportello del frigo per farsi aria. Serviva a poco perché dopo un po’ ci si abituava e il getto non aveva più lo stesso effetto refrigerante. Allora prese a far trascorrere degli intervalli di tempo più lunghi tra un’apertura e un’altra e rise pensando a quello che stava facendo. Era solo in casa per tutto il mese di agosto e nessuno avrebbe potuto beccarlo in strani atteggiamenti notturni. Gli altri ragazzi erano tutti studenti fuori sede ed erano ritornati dalle famiglie per le vacanze. Omar erano sei anni che non tornava a casa e questo mese non avrebbe nemmeno potuto spedire parte del guadagno. Questo mese, sua madre e le sue sorelle avrebbero avuto solo una cartolina di saluti e molte scuse.

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Se avesse avuto la possibilità di scegliere un lavoro per sé Vincenzo Capone avrebbe fatto il falegname. Amava l’odore del legno e della colla, i trucioli che si accumulano sul pavimento, le grandi assi informi appoggiate alle pareti della bottega di Ninuccio, il falegname del quartiere. Quando giocavano a pallone nel vicolo, Vincenzo faceva sempre in modo che la palla finisse nella bottega, così aveva una scusa per entrare, respirare l’odore del legno e chiedere a Ninuccio cosa stesse preparando. Ninuccio l’aveva capito e per questo non bestemmiava più quando il Supersantos entrava nel negozio. Un pomeriggio gli bucò il pallone, gli regalò un coltellino e un pezzo di legno e disse:”vrimm’c’ saj fa”. In una settimana Vincenzo fece un crocifisso come quello che la madre aveva sul comodino ma quando lo portò a Ninuccio tutto quello che ricevette in cambio fu un “fa schifo”, tanto che non ebbe più il coraggio di lavorare il legno e non entrò più nella bottega.

Tutte le volte che ci pensa si incazza ancora. Non si dovrebbe mai dire a una persona che fa una cosa per la prima volta “fa schifo”; perché nella vita bisognerebbe avere pietà per le cose fatte per la prima volta e per le cose che fanno schifo.

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Omar non si sentiva un uomo. C’erano gli uomini, quelli che hanno una casa e un lavoro normale, un Paese, una lingua e una collocazione. Poi c’era lui e quelli come lui: dei ratti messi al margine di una stazione, tra un cassonetto e il vomito di qualche povero disperato, con quattro lire nel portafogli perché il resto lo mandi a tua madre, che ha messo al mondo altri sette ratti come te sparsi chissà dove che scrivono cartoline e lettere ingiallite che hanno tutte quell’odore insopportabile di spezie misto all’umido e alla muffa perché un ratto non può permettersi che una stanza piena di muffa. Aveva perso l’incasso della settimana , la merce che aveva già pagato, i poliziotti l’avevano colpito allo stomaco e buttato a terra, sputato in faccia nel caso non avesse capito che posto ha nel Mondo, in quella parte di Mondo che di per sé già fa schifo ma poi arriva lui e quelli come lui e lo schifo diventa troppo e non riesce ad essere riassorbito e invade i margini dei marciapiedi ma lui prega Allah perché abbia pietà per quelli come lui, per Maria che lo abbandona con un messaggio sul telefonino, per quei due poliziotti con le facce da ragazzini e per tutto lo schifo del Mondo, perché anche lo schifo merita pietà, magari non da subito, ma a un certo punto sì.
Spinse con forza la porta del frigo. Non l’avrebbe più riaperta. Gli occhi si riempirono di lacrime e solo una non riuscì a trattenerla, così scese fredda sul viso riscaldato.
Tornò in camera da letto e puntò il ventilatore addosso, esattamente come Maria non voleva. Si sdraiò e pensò che non si sarebbe dato per vinto e che Dio – il suo Dio – era dalla parte dei giusti. Poi si rigirò tra le lenzuola.
Sì, ma che vita era questa?

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– Vince’ io mi sono scocciato di girare a vuoto. Ci pagassero bene –
– Si, Nicola e che vuoi fare?-
– Non lo so. Te la vuoi alzare una cosa di soldi in più? Io m’ so’scucciat’.
– E come ce li alziamo? Facciamo una rapina?
Nicola rise. Ci pensò su.
– No Vince’, meglio. Mo’ prendiamo a uno di questi immigrati con le bancarelle illegali e lo facciamo cacare sotto. Gli chiediamo il permesso di soggiorno, quello ci dice che non ce l’ha. Allora noi gli sequestriamo la merce e ci prendiamo l’incasso se no lo rispediamo al suo Paese.
– Sì, e che ce ne facciamo della merce, ce la teniamo?
– No, la rivendiamo a qualche disperato come lui. Qui è pieno. Fidati, già l’ho fatto una volta.
– A me sembra una stronzata.-
– Senti Vince’, noi un extra ce lo meritiamo; ma ti rendi conto che vita facciamo in questa città? Poi non è manco possibile tenere tutta questa gente! Già non facciamo il nostro dovere e gli facciamo un favore che non li denunciamo tutti e li rimandiamo ai Paesi loro.
Vince’, già te l’ho detto, io non so’razzista, ma c’vita è chest’?

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Se avesse potuto scegliere, Omar avrebbe lavorato la terra dietro casa dei genitori. Avrebbe piantato degli ulivi, magari degli aranci, vissuto dei suoi prodotti, respirato i suoi profumi; poi si sarebbe sposato, avrebbe fatto un figlio, si sarebbe preso cura della madre, della sua terra, avrebbe imprecato per la siccità e festeggiato un raccolto abbondante con del buon vino. La terra per Omar era un miracolo e i frutti non erano solo il risultato di un buon lavoro ma era l’amore di Dio che si compiva attraverso le sue mani. Che ci faceva lui su un marciapiede a vendere vestiti a poveri disgraziati che indossavano maglie puzzolenti di acido tra le macchine, lo smog, i barboni, il vino rancido, il piscio di cani?
Ci sono luoghi e persone di cui Dio si è dimenticato. Ci sono posti così bui che nemmeno Dio vuole abitare perché fanno schifo. Forse lo schifo è lì, dove Dio non abita. Ma forse stava pensando male ed era peccato, perché non possono esserci dei posti in cui Dio non c’è, forse si è solo nascosto, come fa un cane spaventato dietro i cassonetti e se gli uomini non mostrano pietà, non esce allo scoperto. Ma stava dando del cane a Dio? Chiese perdono chiudendo gli occhi e si addormentò pregando.

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Vincenzo si accende l’ultima sigaretta della giornata, la fuma fuori al balcone che da nel cortile interno. È pieno di macchine e motorini parcheggiati alla meglio, qua e là il resto di qualche aiuola, il ricordo di una pianta e delle erbacce sporche e velenose che si arrampicano sul muretto. Quelli come lui e Nicola assomigliano proprio alle erbacce velenose e sporche, attaccate a qualcosa con tutta la forza, resistenti alle intemperie più per dispetto e avidità che per una forza reale; più per sfida che per amore.
Ha derubato un povero disgraziato per quattro spiccioli, lo ha anche colpito allo stomaco quando ha provato a implorare pietà, perché davvero non riesce ad accettare che qualcuno implori pietà, perché la pietà non è di questo Mondo e se proprio devi perdere tempo a chiederla a qualcuno allora chiedila a Dio che forse è l’unico in grado di provarla ma non di certo a uno come lui o Nicola, due poveracci che rubano a gente che vive tra la spazzatura e che non ha niente.
Butta il mozzicone ancora acceso nel cortile, cercando di centrare le erbacce con la speranza che prendano fuoco una volta per sempre, ma tanto non accadrà perché sono sempre umide del piscio dei cani del palazzo. I cani sono gli unici ad avvicinarsi ancora a quel muretto e a quelle erbacce, forse perché i cani ne hanno pietà, forse sentono l’odore dei cani che ci sono andati prima ancora e allora si fidano, riconoscono il luogo, un luogo che non è mai stato abbandonato. Allora forse anche i cani provano pietà. I cani e Dio.
Vincenzo sorride per quel pensiero assurdo, fa un respiro profondo come per imprigionare dentro il torace quanta più aria possibile di quella serata calda. La ricaccia con la stessa forza fuori. Forse per quelli come lui c’è ancora speranza. Come per le erbacce.
Domani smetto di fumare.
Anzi, no, così muoio prima.

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© Marianna Garofalo

One comment

  1. il tempo è sempre lo stesso tempo, si misura in gesti che qualcuno scambia per gesta e non gestiscono che il fratricidio, lo stesso con cui governa l’antica stirpe di Caino, un seme solo disperso ovunque. Grazie. ferni

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