Donald Barthelme – La vita in città

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Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax – 2013 – traduzione di Vincenzo Latronico – € 11,00 – ebook 5,99

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Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

Una poesia non prevista, come spesso accade con le poesie. Del resto non prevedevo che smontassero il cantiere dal cortile, mi pareva, anzi, che i lavori non fossero terminati. In un racconto di Barthelme potrebbe esserci un cantiere dove non ci sia niente da riparare o costruire, apparentemente. Potrebbe esserci un operaio che tira su un muro per proteggersi il cuore, per ripararlo da una mancanza. Oppure potrebbero comparire delle vecchie adidas laddove ti aspetteresti dei gerani. Adidas che ci starebbero da dio, esattamente come i gerani. A questo ho pensato mentre cenavo, più tardi ho scritto una recensione.

Chi è il narratore dei racconti di Donald Barthelme? Chi è il soggetto e qual è l’oggetto della storia? Quello che leggiamo è quello che accade nel racconto? Oppure è la via per farci vedere ciò che l’autore ha immaginato?

Queste sono solo alcune delle domande che viene da porsi quando si finisce di leggere una storia di Barthelme. Lo scrittore americano, l’uomo al quale dare del postmoderno equivale a semplificare, perché lo si potrebbe definire classico con la stessa facilità, non sbagliando, questo scrittore in grado di divertirti e commuoverti nello spazio di un paragrafo, di una frase, senza che tu sappia il perché, è un genio assoluto dell’arte del racconto. Perfino la nazionalità gli sta stretta: Barthelme è russo quanto americano. Qual è il filo conduttore che lega tra loro i racconti di Barthelme e, nello specifico, i tredici raccolti qui in La vita in città? Il silenzio, verrebbe da pensare. Un taciuto che conta esattamente quanto lo scritto. Badiamo bene, non parlo del molto noto (e spesso abusato) “non detto” poetico, piuttosto di qualcosa di molto presente, di fondamentale per lo sviluppo della storia, qualcosa che non appare.

Troveremo il racconto in cui uno farà domande alle quali un altro darà risposte. Ma non ci sarà detto chi sia il primo e chi il secondo; eppure leggendo noi li vedremo, sapremo perché stanno lì, quale sia il loro motivo e, contemporaneamente, scopriremo che conoscerli o meno non avrà alcuna importanza. Conterà il modo in cui la storia verrà fuori, e, dei due personaggi, il non essere al di fuori di una “D” (domanda) e “R” (risposta). Un uomo (ma chi?) scalerà la parete di un grattacielo (ma perché?) e mentre lo farà, una frase per ogni piano, noi saremo con lui, non avremo mai dubbi sull’esito dell’impresa: sappiamo da subito che arriverà in vetta, anche se l’autore non ce lo ha detto. Condivideremo la sua solitudine, le domande che si porrà, i commenti di chi sta sotto ad assistere alla scalata, e poi la cima, l’inizio o la fine di un sogno con quella frase che chiude come un epitaffio alla realtà: “Neanche le aquile sono plausibili, certo che no, neanche per un istante.” Quale sarà il sentimento che animerà gli angeli rimasti orfani per la morte di Dio? Sarà lo sconforto o la paura? La curiosità o il rifiuto? O forse l’incapacità di agire? Barthelme ci mostrerà gli angeli molto simili all’uomo: piccoli, spaventati, meschini, perduti perché privati del loro leader.

“Ci sedemmo a piangere al Museo Tolstoj. Dai nostri occhi sgorgarono stelle filanti di carta. Il nostro sguardo vagò verso i quadri. Erano troppo in alto. Suggerimmo al direttore di abbassarli di una quindicina di centimetri almeno. Con aria infelice disse che se ne sarebbe occupato. La collezione del Museo Tolstoj consiste principalmente di circa trentamila ritratti del conte Tolstoj.” Così apre uno dei più bei racconti del  libro, un attacco che è una specie di miracolo. Devono essere così i miracoli, la meraviglia che non ti spieghi, una cosa tipo i racconti di Donald Barthelme, tipo i gerani.

 © Gianni Montieri

4 comments

    1. grazie Francesco, del resto proprio i libri di Barthelme sono impossibili da raccontare in maniera canonica

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