Emilio Isgrò: da “I funerali di Corrao”

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Emilio Isgrò, I funerali di Corrao, Nino Aragno editore, 2013

 

Sono venuto a chiudere questo occhio
Questo occhio che vide le rose, ma non l’assassino.
Quest’altro è semichiuso, non lo tocco.

 

Sono venuto a parlarti, amico mio,
delle rondini nere, non di Dio;
e come e perché e quando, e in quale luogo,

 

la grandine ti prese in faccia in un mattino
d’agosto, mentre ti svegliavi e c’era il fuoco
nell’aria, come nei versi arabi del tuo destino.

 

Destarsi all’alba non è colpa grave.
Destarsi per morire è imperdonabile.
E tu mi appari desto, senza lacrime,

 

eternamente chiacchierato e muto
come se niente fosse mai accaduto
di quello che sappiamo e che tu sai

 

mentre sale la bara col tuo cappello a falde
posato sul coperchio lucidato a mogano;
e preti e frati con la stola e con il saio

 

ti accompagnano tutti al suono del tamburo
per queste gradinate e queste scale al buio
faticose per me che non ti seguo nella morte.

 

Perché seguirti, poi, se posso vivere per te?
Perché morire se mi chiedi di restare?
Io resto qua per chiuderti almeno un occhio.

 

L’altro è mezzo aperto e non lo chiudo
perché tu veda questo figlio scuro
– scuro come uno di Gela o di Marsala –

 

venirti addosso con la lama bianca.

 

Sono venuto a chiudere l’altro occhio.
Non perché tu dorma, ma solo
per impedirti di vedere il mostro

 

e tu ti possa illudere, da morto,
come da vivo ti squassasti l’anima
per quella verità che non sapevi

 

e gli altri paventavano atterriti.
E ti tappo le orecchie e te le blocco
perché tu non ti irriti ai discorsi

 

di commiato, e a tutte queste chiacchiere
che fanno su di te per il rimorso
d’averti abbandonato al tuo destino.

 

Sei tu il vero Oreste che rifonda il vuoto.
Sei tu l’avventuroso cittadino
che dà la voce al niente per esistere.

 

Sei tu l’onesto Pericle dei pastori
che offre l’arte alle pecore e alla capre
perché essa non resti un privilegio

 

di borse e portafogli e penetri nei cuori.
Io ti lego le mani perché tu
non le faccia andare a casaccio nell’aria,

 

magari per la rabbia, e al sacrilegio
non si sommi la rendita e l’oltraggio.
Io ti serro la bocca perché oggi

 

il tuo silenzio pesa più del tuono.
E del resto lo sai amico buono,
mia titubanza storica, mia carità infinita.

 

Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria.
T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia.

 

Emilio Isgrò: biografia
Notizie su Ludovico Corrao

4 comments

  1. Bellissimi e commoventi questi versi. Scrivo soprattutto per quelli che non hanno mai potuto visitare Gibellina. Si tratta di un paese a suo modo visionaro, nel bene e nel male, ricostruito per intero dopo il terremoto (con strade larghissime, anti-sismiche, anche in centro). Corrao, sindaco di allora, volle che la rinascita fosse sancita dall’arte, e convocò molteplici artisti di fama mondiale affinché esponessero le loro opere dentro lo spazio urbano, o poco fuori. Oggi è un grande museo a cielo aperto, che in gran parte ristagna nell’abbandono (la maledizione della Ruggine, per usare il titolo del grande libro di Marilena Renda, sembra ritornare) e nell’indifferenza. Quello che resta (a parte alcune opere veramente pregevoli, fra le tante) è la grande scintilla utopica di Corrao, che più di quarant’anni fa provò a far risorgere dall’arte un paese massacrato, in una Sicilia ancora arretrata e per lo più contadina. La forza di quell’idea, di quella visione, è percepibile ancora adesso a Gibellina, malgrado le condizioni che ho detto. Quella terra secca ogni tanto manda ancora il vento fresco dell’utopia.

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  2. Ad un uomo come Corrao non si può che essere riconoscenti, siciliani oppure no.
    Questi versi commuovono e smuovono, non conoscevo la poesia di Isgrò. Grazie Gianni.
    c.

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