La Domenica (la peste, la pelle e Napoli) e Curzio Malaparte

william kentridge video - foto gm 2013

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della PBS, Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in Via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di esser liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, batter le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma, nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano in tutta Napoli che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo. Era fuori di dubbio che l’Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni,  non tutti son capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto. Era questa, senza dubbio, una grave mancanza di tatto. Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto.

© Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi

2 comments

  1. Il bellissimo libro di Malaparte, se non erro l’ho letto 50
    e più anni fa. Ho avuto la fortuna, mi pare nei primissimi anni cinquanta
    del secolo scorso, di incontrare per ben due volte, Malaparte,
    ricordo che si fermava a Firenze in un bar del Viale dei Mille
    a giocare a carte (era una sua passioncella) io abitavo in
    quel viale. Ricordo anche che la prima volta non lo riconobbi,
    mi fu detto poi che si trattava del noto scrittore, è un ricordo che
    serbo con piacere.

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