Nina Cassian: C’è modo e modo di sparire

c'è modo e modo

Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire (poesie 1945-2007). A cura di Ottavio Fatica; traduzione di Anna Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica, Adelphi, 2013

***

Cedere il posto agli anziani e agli ammalati

Viaggiavo in piedi
eppure nessuno mi offrì il posto
anche se ero di almeno mille anni più anziana,
anche se portavo, ben visibili, i segni
di almeno tre gravi malanni:
Orgoglio, Solitudine e Arte.

*

Tirata del penultimo atto

Vi lascio, vi lascio, non vi toccherò mai più.
Io non ho più nulla da dimostrare.
Non vedo dunque il motivo di rinviare ancora
questo naufragar di cellule
chiamate mani, occhi o bocca
nell’argilla paziente, nell’argilla che
non mi aspetta né mi reclama,
stanca ormai della certezza
che le appartengo, nell’orizzonte nullo.
Ho detto quasi tutto quello che sapevo,
persino la menzogna ho pronunciato con devozione
poiché l’ho vista esister, prender corpo,
farsi viva come una foglia
o una lepre – e io non sono riuscita
a ignorare, mai, creatura alcuna.
Vi lascio – anche perché sono estenuata
nel vedere come ogni secolo si rovescia
in quello precedente, come se
il latte succhiato dal neonato ritornasse
nel seno della madre o, ancora peggio,
come se la fronte di un filosofo
si assottigliasse tesa verso estinte,
irsute e rampicanti specie.
Qualcosa ho imparato, lontano tuttavia
dagli studi e da quella sacra minuziosità
degli affidabili in-folio – ma piuttosto
dal freddo e dal calore, dalla nascita, dalla morte,
da tutto quello che – ahimè! – non si ripete
e dunque non può essere usato
come esperienza. Sono rimasta altrettanto
vulnerabile, ho conosciuto da vicino
mille oggetti e stati d’animo
ma non sono riuscita a chiamarli per nome
senza che si allontanassero
mutando forma oltre ogni limite,
gettandomi nello sconcerto come in un lago di sangue.
Vi lascio, non vi toccherò mai più. Mi avete detto
così tante volte che non vi vado a genio
anche se ho disegnato con attenzione il mio ritratto
sempre seguendo la vostra traccia. Però,
a quanto pare, non riesco a imitar nulla,
non ho né l’abilità né il dono
di somigliare a voi, e neanche a me stessa.
Sorrido – e tutto viene travisato
per un ghigno! Rido – e la gente si gira
rimproverandomi per l’indecenza.
Quando piango – l’occasione non è felice, perché ecco,
proprio oggi è festa in città.
Faccio una statua – e la folla grida:
«Si sta facendo un idolo!». E quando languo
per una grave malattia – viene considerata
un’ipocrisia del mio corpo intristito
per scatenare una strisciante epidemia…
Vi lascio, vi lascio, vi lascio…

*

Preghiera

Se esisti per davvero – fatti avanti,
sii nuvola, caprone, aviatore,
porta con te occhi, bocca, voce,
– chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi,
prendimi tra le braccia, proteggimi,
nutrimi con la settima parte di un pesce,
fammi un fischio, dissodami le dita,
ricolmami di aromi, di stupore,
– resuscitami.

*

Tappezzeria

Un piede nella fossa
e l’altro sulla tigre impallinata
– così vedo
la mia sconfitta e la mia vittoria
in questa scena venatoria.

*

Poeti

Fanatici della quinta ruota,
pericolosi cavalieri lunari,
i capelli verdi a ostruire gli occhi
per non vedere dove son diretti,
mani staccate dalle redini,
corpi straniati da cavallo
e sella.
Solo nudi allungati
sotto le pieghe della notte
che squarciano al galoppo.
Solo nudi ciechi in corsa verso quel globo dove un
.               Dito Enorme
tracciò un tempo una bocca e tre narici
e appese una lacrima di polvere
su un occhio inesistente
e scrisse qualcosa di remoto
– qualcosa che nessuno sa decodificare.

*

La quarta scimmia

Nella ben nota posizione ‘assisa’
come le Tre Scimmiette – Una Non Vede,
Una Non Sente, Una Non Parla –
con la cenere della sigaretta
che cade sulle cosce nude,
davanti a me il mare,
dietro, la morte,
saggio tra i denti una sillaba di eternità
come se fosse una moneta dubbia.

Le unghie si ritraggono,
si gonfiano le dita.
Non scivolano più
sotto il ponte abbattuto dei miei anelli.

Sono la Scimmia Condannata a Scrivere.

***

Consapevole, spietata con se stessa, con altri spesso rancorosa: così appare la poesia di Nina Cassian e, con un’onestà disarmante, così si presenta l’autrice ai suoi lettori. Perché ciò che colpisce scorrendo l’antologia apparsa per Adelphi è la completa, affilata coerenza con cui la poetessa romena ha privilegiato, nel mettere in versi il proprio sguardo emotivo sul mondo, i punti più critici del rapporto con se stessa e con l’altro. Molte poesie sono strettamente poetologiche; altre raccontano le tappe di un’educazione alla percezione; altre ancora disegnano paesaggi mentali ricchi di simbologie; ma le poesie più alte, che potrebbero essere inanellate senza fatica in un unico filo rosso, vertono sul disamore, sulla solitudine, e, elemento ancora più importante, su una sorta di dolorosa insofferenza: insofferenza verso di sé, verso lati caratteriali che barricano e costringono chi ne è portatore, ma anche insofferenza verso gli altri, verso la “loro” vicinanza fisica ma non emotiva, la “loro” presenza ingombrante ma assenza effettiva.
E’ raro che l’altro, nel filo rosso interno a quest’opera, sia al di dentro di un circuito amoroso o comunque compassionevole: è in genere colui che esclude, costringendo a ripiegare un amore che permetterebbe alle tensioni di rilassarsi, o colui che viene escluso, perché indistinto, disattento, se non addirittura violento; la dicotomia è tra il desiderato, che non si presenta, e l’indesiderato, che preme, disturba, ferisce.
Ecco allora la definizione di sé come «coccodrillo», come «solo una donna anziana», visitata da sogni furibondi di amanti perduti e carica di sensi di colpa verso le proprie durezze («io, quando dormo, sogno / il mio defunto amato / e mio padre morto / e con loro bene mi comporto, / molto meglio nel sogno / che nella veglia mi sono comportata»); ed ecco, dall’altro lato, violenti epigrammi rivolti all’altro, indagini di una reazione istintiva e naturale che consapevolmente si sceglie di non mediare pur di mantenerne intatta la possibilità di farne canto.
L’arpa è sopraffina, ma la corda, che ci riguarda, è scomoda. Del resto:

Io sono io.
Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quel che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano
gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé,

Io, ovvero Io.

***

© Giovanna Amato

Nina_CassianNina Cassian (Renée Annie Cassian) nasce a Galaţi nel 1924 e nel 1935 si trasferisce a Bucarest, dove studia recitazione, pittura e pianoforte. Nel 1945 inizia la sua attività di poeta; accolta con freddezza dalla critica ufficiale del regime, tra il 1949 e il 1955 scrive versi celebrativi, in seguito rifiutati, per poi dedicarsi per qualche tempo alla musica e all’attività di illustratrice di libri per bambini. Dopo il 1957 riprende intensamente la pubblicazione di poesie, continuando a lavorare a libri per l’infanzia. Nel 1985, dopo la morte del secondo marito, è invitata negli Stati Uniti per tenere un corso di scrittura creativa; da lì decide di non fare più ritorno in Romania.

12 comments

  1. L’ha ribloggato su La lanterna del pescatoree ha commentato:
    “…ma le poesie più alte, che potrebbero essere inanellate senza fatica in un unico filo rosso, vertono sul disamore, sulla solitudine, e, elemento ancora più importante, su una sorta di dolorosa insofferenza: insofferenza verso di sé, verso lati caratteriali che barricano e costringono chi ne è portatore, ma anche insofferenza verso gli altri, verso la “loro” vicinanza fisica ma non emotiva, la “loro” presenza ingombrante ma assenza effettiva.
    E’ raro che l’altro, nel filo rosso interno a quest’opera, sia al di dentro di un circuito amoroso o comunque compassionevole: è in genere colui che esclude, costringendo a ripiegare un amore che permetterebbe alle tensioni di rilassarsi, o colui che viene escluso, perché indistinto, disattento, se non addirittura violento; la dicotomia è tra il desiderato, che non si presenta, e l’indesiderato, che preme, disturba, ferisce.”
    Giovanna Amato

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