Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Onofri_Arioso

La terza puntata richiama l’attenzione sull’opera di Arturo Onofri, poeta da me studiato al liceo classico “Vivona” di Roma con il prof. Steno Vazzana (negli appunti liceali leggo: “Di Arturo Onofri è da ricordare Terrestrità del sole. Egli ebbe una tensione mistica nei suoi versi, e disse che la sua poesia era monotona nei soggetti. Ma l’atto poetico è per lui un atto sacerdotale: nei medesimi gesti c’è sempre una carica di fede profonda nel sacerdote, e così accade nei grandi poeti. L’attività poetica appariva la più alta dell’uomo”) e alla “Sapienza” di Roma, nell’anno accademico 1979/1980, nel corso di “Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea” tenuto dal prof. Giuliano Manacorda. Di Arturo Onofri propongo alla lettura versi che sembrano anticipare Enzensberger di Più leggeri dell’aria. Poesie morali tradotte da Anna Maria Carpi e, in particolare, il passaggio “Animuccia, più leggera dell’aria,/ più pesante che pietra su una tomba -/ con te è impossibile trattare,/ impolitica come sei/ e variabile come le previsioni del tempo!”:

Anima, sei già stanca

Anima, sei già stanca
di far questa mia poesia?
o la forza ti manca
per vincere la nostalgia?

Certo mi fai sogghignare
se credi che la tua cantata
non faccia proprio pensare
a nessuna canzone passata…

Pensa nello spasimo orgiastico
al Nil sub sole novi
e credi a me: il rimastico
lento degli umili bovi
è giusto che più giovi
del tuo ruminare fantastico.

Anima – piccolo specchio –
io sono già stanco di tutto;
mi sembra che tutto che tutto
sia vecchio sia vecchio sia vecchio.

 

“Per Arturo Onofri (Roma 1885 – ivi, 1928) è possibile registrare già nelle prime raccolte (Liriche, 1907, Poemi tragici, 1908), pur sotto un’ancor visibile influenza del linguaggio dannunziano, alcune scelte che resteranno tipiche dell’intera sua poesia e che per ora lo accostano all’idealismo o al pragmatismo o a esperienze occultistiche (si ricordi l’ultima fase del Leonardo) e modernistiche. Esse manifestano l’aspirazione alla trascendenza, la ricerca del divino, un sentimento cosmico che accoglie e insieme annulla l’individuo, l’anelito a un ‘empito profondo’ (dal che non è certo lontano un influsso pascoliano) i quali non escludono però – e questa volta con un fiancheggiamento crepuscolare – la presenza delle minime cose della vita (in particolare nei Canti delle oasi del 1909). Nel 1912 Onofri fondò con alcuni amici la rivista Lirica e intorno al medesimo periodo subì due profonde influenze filosofiche che servirono a determinare il carattere della sua religiosità mistica, quella di Edouard Schuré che gli fece conoscere le religioni dell’oriente e in particolare l’induista, e quella di Bergson nella cui dottrina dello ‘slancio vitale’ egli poté scorgere la giustificazione delle fede nel perfezionamento dell’uomo verso Dio. […] E più tardi Onofri dirà: “In poesia, musica vera è quella che fanno le immagini come tali, non le frasi locuzionali più o meno numerose. Rime potranno esserci ma fra le immagini, non fra le parole: si potranno scandire le immagini; basta con le sillabe. Così anche la famosa questione del verso libero diventa una pura questione tipografica”. Tanto ciò è vero che due anni dopo questa dichiarazione, Onofri pubblica Orchestrine (1917), dove il verso si è totalmente mimetizzato nella prosa poetica, nel frammento […]. La crisi è segnata da Arioso, (1921) che unisce prose e poesie e segna il trapasso dal frammentismo di orchestrine alla grandiosa architettura di Terrestrità del sole attraverso le poesie di Le trombe d’argento (1924) e lo scritto teorico Nuovo rinascimento come arte dell”Io (1925). Qui Onofri, riprendendo l’antroposofia steineriana sostiene che l’azione della poesia è liberazione, è purificazione verso l’infinita libertà spirituale, è vaticinio e profezia […]. Il prodotto poetico di questa visione […] è il ciclo di Terrestrità del sole (1927-1935), che già nel titolo allude all’immanenza di Dio nel mondo; esso si articola in cinque volumi per un complesso di centocinquanta liriche […]. L’azione del poeta, che secondo Onofri è demiurgica e creativa, si esplica e si mostra soprattutto nella ripetitività. Come il sacerdote si ripete nei gesti e nelle parole ogni volta che celebra il sacrificio della messa, così il poeta ha bisogno di una costante monotonia tematica per sottolineare la sublimità dell’atto poetico.” (Giuliano Manacorda in: Novecento. A cura di Giuliano Manacorda, Calderini, Bologna 1975, 60-61)

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Sicut beneficum Lethe? #1 

Sicut beneficum Lethe? #2

7 comments

  1. “Io credo che solo, che eterno,
    che per tutto nel mondo è novembre”
    un po’ più forte che gli ultimi due versi di Onofri: ritmo e senso

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  2. Ringrazio coloro che sono intervenuti e chiedo a “cris” se l’aver riportato due versi da “Alla stazione in una mattina d’autunno” (amo le Odi barbare di Carducci proprio di quell’amore che nasce dai banchi di scuola, se si ha la sorte di avere buoni maestri) nel commento vuole essere un suggerimento per una prossima puntata di “Sicut beneficum Lethe?”. Se è vero, come devo purtroppo constatare, che Carducci è stato, con mio sommo rammarico, estromesso dai piani di studio di diversi indirizzi di scuola secondaria superiore, è altrettanto vero che di lui molti lettori appassionati conoscono e continuano ad apprezzare la feconda attività di traduttore dalla lingua tedesca (da Hölderlin a Heine passando per Klopstock e Goethe). Se si tratta di un suggerimento, ringrazio e contraccambio con i versi di Carducci letti da Roberto Herlitzka: http://www.youtube.com/watch?v=3sw6eCVXy3s

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