Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

Essi_pensano_ad_altro

Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéal, Les fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

La prima puntata è dedicata a Silvio D’Arzo, al secolo Ezio Comparoni. Di un episodio della sua breve vita (Comparoni morì nel 1952) ha scritto Giovanni Lindo Ferretti (CCCP, CSI, poi PGR) nel suo secondo libro Bella gente d’Appennino (2009).

Mi sono avvicinata alle opere di questo autore noto a un pubblico non ampio, ma fedele, di lettori, grazie al suggerimento di Maria Serena Peterlin, all’epoca mia collega, che nell’autunno del 1996, dinanzi al mio quesito interessato – ero stata chiamata a partecipare a un seminario in Assia sulla letteratura per ragazzi in Europa – mi parlò di Penny Wirton e sua madre, proprio di Silvio D’Arzo.
Qualche anno dopo, animata da una curiosità volta a scoprire anche altri aspetti della produzione narrativa di Silvio D’Arzo, scelsi di leggere Essi pensano ad altro.
Essi pensano ad altro è stato definito da Giovanni Raboni un “tipico libro d’apprendistato” (G. Raboni, “D’Arzo, ‘caso’ e leggenda’” in Tuttolibri-Attualità, 30 ottobre 1976). Scritto tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del 20° secolo, narra delle difficoltà di Riccardo, giovane studente universitario, a inserirsi a Bologna. Riccardo alloggia presso Berto Arseni, amico del padre e imbalsamatore di professione. Ciò che accomuna i due è un senso diffuso di estraneità e il rifugio da un mondo ostile nel violino per Riccardo e negli animali – vivi o imbalsamati – per Arseni.
Ecco l’incipit del romanzo, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 1976 e riproposto, con una bella e ampia introduzione dal titolo significativo, Il moderno disagio della diversità, da Roberto Carnero nel 2002:

Quando egli giunse al numero sette bis di via Marsala, il cielo d’un color morto e compatto d’alluminio era malinconico come gli sbadigli e l’acqua delle pozzanghere, ed un po’ meno dell’asfalto forse su cui i pneumatici delle macchine e dei camion davano uno strano rumore.
«Forse non riuscirò a trovarla,» pensò poi. Perché viaggiava per la prima volta e le sue scarpe erano ancora così terribilmente goffe e lucide e quasi inesperte ancora di vie e pietre, da sentirsi vagamente convinto che arrivare a destinazione e trovare casa numero e cortile si potesse solo per caso o una fortunata combinazione, non per altro.
Intanto si sentiva lontano dalle cose. La gente, passando svelta sotto l’acqua, mostrava un’indifferenza remota, quasi offensiva, e il colore degli impermeabili, più grigi ancora sotto quella pioggia, appariva anche più triste, sconsolante. Le spalle che si indovinavano in una magrezza rassegnata sotto la gomma, facevano provare un lontano ricordo di disagio.
Quando, infine, scoprì la casa fra le altre, c’era già gente per le scale perché stavano imbiancando un appartamento al primo piano.
Dappertutto, per la ringhiera e il corridoio, l’aria ricordava vagamente il latte. Due uomini, in un grembiule gialliccio e aspro di calce, e un cappello di carta da giornale, stavano parlando nella stanza vuota, dove spruzzi bianchi e minuti punteggiavano tutto il pianerottolo, ma sparsi in un certo ordine inspiegabile come agitando un cestello d’insalata. La stanza sembrava quasi chiesastica, immensa, non da uomini, e le voci dei due vi risuonavano ora stranamente: tanto che, anche ad occhi chiusi, bastavano quelle voci soltanto a far capire che all’interno, lungo le pareti e al contro, non c’erano né armadio né tavoli né cuscini od altro, e che un comò, lasciato lì da una parte come dimenticato o trascurato, sarebbe sembrato in quel vuoto una strana cosa, e forse inverosimile.*

Silvio D’Arzo, uno dei molti pseudonimi, il più noto, di Ezio Comparoni, nasce nel 1920 a Reggio Emilia, dove morirà prematuramente nel 1952. Lo pseudonimo, che appare in una lettera dell’editore Vallecchi a “Silvio D’Arzo, presso Comparoni, via Aschieri 4, Reggio Emilia” (con la lettera si rifiutava Ragazzo in città, probabilmente proprio la prima stesura di Essi pensano ad altro), deriva dall’espressione arzan, che nel dialetto della zona vuol dire “reggiano”. Figlio naturale, vivrà sempre con la madre in modeste condizioni economiche e dalla provincia emiliana si sposterà soltanto per frequentare l’Università di Bologna e per svolgere il servizio militare. Quindicenne pubblica a sue spese una plaquette di diciassette poesie, Luci e penombre, e una raccolta di sette racconti, Maschere; è del gennaio 1943 (anche se porta la data del 1942) la pubblicazione, per la casa editrice Vallecchi, dell’unico volume in vita: il romanzo All’insegna del Buon Corsiero. La biografia pubblicata sul sito della casa editrice MUP recita così: «Laureatosi in lettere nella Bologna di Longhi e Calcaterra, divide il suo tempo tra l’insegnamento e la scrittura. L’accavallarsi di trame, poesie e storie per ragazzi, che giungeranno al pubblico solo dopo la sua morte, sono l’esito di un incessante lavorio sulla pagina ispirato ad una idea assoluta di letteratura. “Lettore di provincia”, ama gli scrittori inglesi e americani a cui dedica saggi – preziosi i contributi sui venerati Stevenson, Conrad e James – apparsi nelle riviste “Il Ponte”, “Palatina” e “Paragone”. Dall’alterna fortuna critica, D’Arzo è stato un autore di culto per lettori d’eccezione, da Montale a Bertolucci, da Pasolini a Tondelli.» Montale definì Casa d’altri, il racconto lungo per il quale Sivio D’Arzo è maggiormente conosciuto, “un racconto perfetto” (sul Corriere della Sera del 10 marzo 1954). Nel 2003 MUP Editore ne ha pubblicato l’opera omnia in: Silvio D’Arzo, Opere, a cura di S. Costanzi, E. Orlandini, A. Sebastiani. Di Alberto Sebastiani è un interessante contributo su due “dispersi” darziani, reperibile qui. Sempre l’editore Monte Università Parma ha pubblicato nel 2004 le sue Lettere.

* Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro. A cura di Roberto Cornero, edizioni tascabili Bompiani 2002, pp. 5-6.

14 comments

    1. Uno scrittore, Silvio D’Arzo, che vale viaggi ripetuti di scoperta. Poco più avanti c’è un altro brano sul quale soffermarsi: “Il suo violino. Pensava al suo violino come i figli unici all’America e alla luna: perché il violino che teneva in mano non era per lui come per tutti gli uomini di terra, armonia e diletto, cioè, o qualcosa del genere soltanto, ma paesaggio giornale donna maldicenza gioco e molte altre cose ancora, e forse tutte”. (Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro, p. 10).
      Grazie a te, Gianni.

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  1. Grazie, Anna Maria, i tuoi contributi sono sempre una più che piacevole sorpresa e fonti di nuove conoscenze. Non vedo l’ora di leggere i prossimi interventi.
    c.

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  2. Ho letto da poco “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo, e l’ho ammirato soprattutto per la capacità dell’autore di essere scrittore “magro” (secondo la definizione di Lampedusa), in grado cioè di dire tanto con mezzi essenziali, lavorando su ellissi e sottintesi. Noto dal romanzo qui presentato che si ripete il tema dell’Altro, dell’Inappartenenza, ancora una volta suggerito ed evocato con una desolante delicatezza: “La stanza sembrava quasi chiesastica, immensa, non da uomini”. Grazie ad Anna Maria per il consueto fiuto e per la perizia critica.

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  3. E’ un grande scrittore, Silvi D’arzo, che conosco bene: mai banale, pieno di inventiva, di ironia, di sarcasmo talvolta. Ha una scrittura concisa, corretta e non letteraria, mette il lettore a proprio agio.
    Ringrazio per questo ricordo sentito.
    Narda

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  4. Percezione dell’essere altro – étranger, fremd – e del non appartenere, scrittura ‘straniata’ e allo stesso tempo lucida ed essenziale, sguardo acuto e profondo: caratteristiche della prosa di Silvio D’Arzo che Andrea e Narda, nei loro commenti, hanno ben evidenziato. A loro va il mio grazie,
    Anna Maria

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