Sicut beneficum Lethe? #2: Sinclair Lewis

Sicut beneficum Lethe? #2: Sinclair Lewis

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

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La seconda puntata è dedicata a Sinclair Lewis, primo scrittore statunitense a vincere un premio Nobel, nel 1930. L’immagine ritrae prima e quarta di copertina dell’edizione che acquistai, usata, seguendo il suggerimento del mio professore al liceo, Steno Vazzana. Da quel libro, studiato, amato, sfogliato a più riprese e riposto, sempre a portata di mano, sullo scaffale centrale della biblioteca di casa, riporto qui il brano che introduce il protagonista:

Il suo nome era Giorgio F. Babbit. Aveva compiuto quarantasei anni ora, nell’aprile 1920, e non fabbricava nulla di speciale: né burro,  né scarpe, né poesia, ma era abile nella professione di vender case a un prezzo superiore a quello che la gente poteva pagare.
Aveva una grossa testa rosea, capelli castani radi e aridi. La sua faccia, nel sonno, era infantile, a dispetto delle rughe e del rosso segno degli occhiali alla radice del naso. Non era grasso, ma assai ben pasciuto; aveva guance pienotte, e la mano, posata con abbandono sulla coperta kaki, era morbida e paffutella. Aveva l’aspetto di un uomo benestante, estremamente ammogliato e anti-romantico; e anti-romantico, nell’insieme, era quel portico che guardava su di un grande olmo, due aiuole ben pettinate, una stradicciuola in cemento e un garage in lamiera ondulata. Eppure Babbit sognava di nuovo della bella silfide, un sogno più romantico di pagode rosse sulle rive di mari d’argento.
Era da anni che la bella silfide lo visitava in sogno. Dove gli altri non vedevano che Giorgio Babbit, essa scorgeva un cavalleresco giovanetto. Lo aspettava nelle tenebre, al di là dei boschetti misteriosi. Egli correva presso di lei, appena poteva sgusciar via dalla casa piena di gente. La moglie, gli amici lo inseguivano, chiamandolo forte, ma Babbit riusciva a fuggire con la piè-veloce fanciulla, e si rannicchiavano poi insieme sotto un ombroso declivio. Era così fine, così bianca, così ardente! Diceva ch’egli era valoroso e gaio, che l’avrebbe atteso, che avrebbero fatto vela insieme.
Frastuono metallico del furgone del latte.
Babbit gemette, si voltò, cercò di riafferrare il suo sogno. *

Sinclair Lewis, romanziere, autore di racconti, drammaturgo,  nacque a Sauk Centre (Minnesota) il 7 febbraio 1885 e morì a Roma il 10 gennaio 1951. I romanzi che pubblicò prima di Babbit (1922), considerato il suo capolavoro, non ebbero, nonostante la vena narrativa limpida e immediata, grande successo. Da  Babbit in poi, con la sola eccezione di Mantrap del 1926, romanzo che porta i tratti della sua prima maniera, Lewis seguì “una linea satirica con intenti di critica sociale”  (dalla quarta di copertina di Babbit) e pubblicò  Arrowsmith (1925), quadro dell’ambiente medico dell’epoca, Elmer Gantry (1927), satira di alcuni aspetti del protestantesimo americano, Dodsworth (1929), Ann Vickers (1931), quadro del periodo della speculazione, The prodigal parents (1938), Cass Timberlane (1945), Kingsbl00d Royal (1947)” (dalla quarta di copertina di Babbit). Negli anni Venti visse a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, dove venne fotografato da Man Ray.  Fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1930.

* Sinclair Lewis, Babbit. Traduzione di Liliana Scalero.  Dall’Oglio editore, Varese 1966, p. 6.

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