Don De Lillo – L’angelo Esmeralda

Langelo-Esmeralda-DeLillo

Don Delillo – L’Angelo Esmeralda – Einaudi 2013

 – Sono felice, – dichiara. Queste parole sono pronunciate con una irrevocabilità molto pragmatica, e questa semplice affermazione ha su di me un effetto profondo. A dire il vero mi spaventa. In che senso è felice? La felicità non è forse completamente al di fuori del nostro sistema di riferimento? Come può pensare che sia possibile essere felici qui? Vorrei dirgli: «Questa è solo una forma di convivenza, una serie di compiti più o meno di routine. Esegui i compiti che ti sono stati assegnati, fa’ i tuoi test, controlla le varie liste delle cose da fare».Vorrei dire: «Lascia stare la misura della nostra capacità visiva, la portata delle cose, la guerra stessa, la morte terribile. Lascia stare la notte che tutto copre, le stelle viste come punti statici, campi matematici. Lascia stare la solitudine cosmica, l’emergere di sbigottimento e terrore dal profondo del nostro essere«. Vorrei dire: «La felicità non rientra negli eventi della nostra esperienza, almeno non fino al punto di avere la faccia tosta di parlarne».

I due uomini che parlano stanno viaggiando nello spazio in un’epoca non molto distante dai giorni nostri. Sulla terra, la terra che osservano da lontano, si sta svolgendo una guerra, una guerra alla quale la gente si è già abituata. Questa narrativa infallibile è quella di Don DeLillo, il racconto è il secondo dei nove che compongono lo stupefacente L’angelo Esmeralda, la prima sintesi di storie brevi in tanti anni di quello che è considerato (insieme a Roth) il più grande scrittore americano vivente e non solo. Ancora una volta, l’ennesima, andiamo a lezione di scrittura da DeLillo, anche sullo spazio breve riesce a tracciare storie universali, che pur essendo ambientate in un tempo a noi prossimo, sembrano travalicarlo il tempo, anticiparlo. Per questo quando si leggono questi racconti, che ci si trovi nel Bronx o alle Barbados, la sensazione è spesso quella di fluttuare. Restiamo, di volta in volta, sospesi sopra le pagine in attesa che lo scrittore, a un capoverso, a un cambio di battuta  in un dialogo, ci prenda per mano e ci conduca dove desidera. In un mondo che va oltre la realtà perché la anticipa, cosa che DeLillo ha sempre fatto nell’arco di tutta la sua opera. C’è qualcosa di inafferrabile in queste storie, qualcosa che i protagonisti non riescono, o non vogliono più, controllare, così si muovono in una gigantesca bolla d’aria dove le cose accadono al rallentatore. Assisteremo a un miracolo:  una bambina violentata e uccisa apparirà di notte, alla luce dei fari di un treno, su un cartellone pubblicitario del Bronx. Leggeremo di uomini che intavolano discussioni quasi filosofiche in un carcere di minima sicurezza, rinchiusi per reati finanziari non usuali. Come l’uomo che non paga le tasse per semplice indolenza, perché l’atto di pagarle rappresenta un fastidio paragonabile al lavare i piatti, o rifare il letto. Poi sconosciuti che si incontrano in un museo, persone apparentemente normali ma disorientate e disorientabili, spaventate. Poli destinati ad attrarsi e respingersi. Inoltre, solitudini. Un uomo che passa la sua giornata andando al cinema dalla mattina alla sera, attività insolita all’interno della quale lui vive il suo equilibrio, che rischierà di perdere per inseguire una donna che ha la sua stessa passione o malattia? La costruzione dei racconti è perfetta, il salto rapido alla Carver, i dialoghi, i finali inevitabili ovvero apertissimi. DeLillo non sovverte lo stato delle cose, ma lo racconta o lo anticipa. Magnificamente.

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della Rivista QuiLibri

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