Stefano Raimondi – Per restare fedeli

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STEFANO RAIMONDI – PER RESTARE FEDELI – TRANSEUROPA 2013

Lo scrittore americano Philip Roth, in un’intervista, parlando del proprio dolore, fisico e morale, patito in un periodo abbastanza lungo, disse di aver preso quella sofferenza e riversata per intero su uno dei protagonisti del suo romanzo Everyman: una donna. In poesia è difficile che esistano dei personaggi inventati, ma esistono il dolore e l’abbandono. La poesia è lo strumento, addirittura il personaggio su cui riversare (e con cui raccontare) il disagio. Per restare fedeli di Stefano Raimondi è una raccolta che mette in versi due dolori e due abbandoni: quello affettivo (e personale) e quello della guerra (o universale) o di altri fatti tragici, rendendoli un momento unico. «[…] Quando sento il bollettino di guerra non capisco se \ stiano parlando anche di me da quando sei andata, o di \ entrambi, dal nostro luogo d’abbraccio, perso per sempre. \ Qui i bombardamenti mi avvengono con le stesse \ scadenze di Baghdad: tra un allarme e l’altro si corre a \ vivere, a fare scorte provviste. […]». In questo testo Raimondi lo dice chiaramente. Chiarezza che attraversa tutta la raccolta. Le parole scelte non sono casuali e mai superflue. Spesso sono ripetute, perché è così negli abbandoni, le cose si ripetono. Così come i gesti e gli stati d’animo. La percezione della sofferenza si assomiglia: dal teatro di guerra alle mura domestiche. Il poeta, naturalmente, si guarda bene dall’affermare che il dolore di una guerra, dei morti, delle bombe, possa essere uguale a quello di una mancanza personale, affettiva. Quello che fanno queste poesie è  mettere insieme, come su un binario, due situazioni lontane, ma che per forza di cose si toccano, si mischiano e segnano, nell’esperienza del poeta. Raimondi si guarda allo specchio ma nel riflesso non vede solo se stesso, l’angoscia personale non lo esclude dal mondo, lo rende maggiormente partecipe al dolore collettivo. «La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. \ Quali riconoscere? \ Si tengono lontani i bambini dai confini: \ fanno paura ai sogni, alle trincee bruciate \ ai sì. Ci sono vicende umane che partono \ da qui, storie che sanno cosa prevedere. \ Fanno trincee i bambini: le fanno con gli stracci \ e le tengono, le lavano come ci fossero \ solo madri da coprire.»  I micro testi posti in esergo alla maggior parte delle poesie (caratteristica di Raimondi) sono tratti da quotidiani e periodici di informazione, quasi come se contestualizzare, anteporre la cronaca all’attacco dei versi, garantisse al poeta il distacco necessario per gestire il dolore e l’abbandono, senza cedere alla retorica. Stefano Raimondi cerca l’ordine (tanto caro a Giudici), di mettere le cose a posto, laddove farlo è più difficile (se non impossibile) – tra il caos delle bombe e della solitudine. La scrittura è animata da musicalità e ottimo controllo metrico. Rigore metrico di cui il poeta non è schiavo, per fortuna, troviamo anche poesie che vanno decisamente verso la prosa, conservandone la sintesi necessaria. La poesia di Raimondi è attenta al mondo ed è figlia dei suoi maestri: Sereni, Porta, De Angelis, ma è soprattutto sua, bella e riconoscibile. Poesia che non fa sconti. La lettura di questo libro è intensa ed emotivamente faticosa, non è una passeggiata ma l’arricchimento intellettuale e d’animo è garantito. «È il mattino che fa incoscienti e sani. \\ C’è una dolcezza sotto questo tetto \ che non sa dell’abbandono, neppure \ tra la spellatura, i disastri. \ Si sentono i rumori, fuori \ che circondano, che continuano a cadere \ e il nostro buio vicino continua a costruire. \ Chi abiterà per primo la stanza, tu o io? \ È la paura e la grazia di una tenda \ − spostata vicino alle macerie, vicino \ a chi cerca qualcosa, qualcuno con le mani \ tagliate, bendate – a scavare.»

(c) Gianni Montieri

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2 commenti su “Stefano Raimondi – Per restare fedeli

  1. l’avevo messo, per così dire, in conto lettura, sulla pila della mia scrivania. mi sa che comincio subito, però.

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  2. Può accadere, ad esempio, di fermare l’auto per andare a comprare una pizza. E di ascoltare, quasi per caso, le ultime parole del notiziario radiofonico prima dello spegnimento della batteria: “76 morti, di cui 13 bambini”. Chissà dove, chissa come. C’è mia figlia, seduta sul sedile posteriore. Fuori è l’ultima luce del giorno, la luna svetta nel cielo, prima di essere indicata. Ed è la stessa luna che svetta su 13 bare, chissà dove, chissà perché…

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