Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre

Qualche giorno fa è uscito il terzo romanzo (molto atteso) di Luigi Romolo Carrino. Pubblico, con grande piacere, un estratto. Libro consigliato!

gm

( Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre – Perdisa Pop 2012) estratto, pagine da 61 a 63)

Quattro

Tutta la mezzanotte è nera. Mi faccio caldo con le mani, le
sfrego sui pantaloni e si riscaldano anche le gambe.
Il pero trema di freddo i suoi rami addormentati, fa le facce
strambe sulla casa di fronte.
C’ è l’uomo nero che viene a prendermi.
Non posso andare da zia Adele. Se ci vado, zia Adele saprà
che non sei ancora tornata e lo dirà alla nonna.
Non posso andarci. Mi puniresti. Le mani mie bucheresti, con
gli spilli di sarta, quelli sulla Singer, la macchina per cucire.
Nel vialetto, all’entrata, arrivano i fari di una macchina e
mi s’appiccia un fuoco ai lati della testa. Salto dal gradino come
un grillo e sono così felice che un po’ il freddo, un po’ il fuoco, un
po’ la contentezza, io non sento più fame e c’ è luce come si fosse
fatto mezzogiorno.
Sono i fari della macchina di papà.
Mi fa le formiche nei pantaloni. Vado a mettermi dietro la
siepe, dietro il muretto.
Non riesco a trattenermi, correndo mi faccio la pipì addosso.
Non riesco a capire perché questo caldo che scivola lungo le gambe
mi fa tranquillo.
Non riesco proprio a capire se il freddo che sento nelle mutande,

se la pelle di papera che si fa ora sulle gambe, è paura o è gelo che
mi fa a nuvola il fiato.
Se papà mi trova seduto qui fuori, lo capirà immediatamente
che mamma non è rientrata. E quando lei tornerà saranno
urla e strilli, schiaffi e capelli strappati, puttane zoccole cornuti
e parolacce nere più nere dell’uva marcia del pergolato dietro la
casa, parole più sporche di Calimero. E poi calma e lacrime e
baci belli per fare pace, e poi non ne parliamo più e poi andiamo
a dormire. E poi io non ce la faccio nemmeno a mettere la testa
sotto le lenzuola, perché c’ è qualcuno nella mia stanza, sotto il
letto, nell’armadio, fuori dalla finestra, sul pero.
Ma va bene, non fa niente. L’ importante è che torni. Tanto
poi papà non ti fa niente. Tanto c’ è sempre qualcuno sotto il mio
letto, tutte le notti.
Papà apre lo sportello, scende, papà chiude lo sportello.
Sento rumore di chiavi. Papà arriva davanti alla porta e
infila la chiave nella serratura. Mi metto dietro di lui e tutto è
zitto, tutto è niente che si vede.
Papà penserà che stiamo dormendo. Quante volte è tornato
tardi dal lavoro?
Dietro di lui sento l’odore di grasso, di cose meccaniche, odore
di olio e di fatica. Lo sento tutto quanto, il mio papà, che
lavora tutto il giorno, va anche lontano a lavorare e certe volte
non torna nemmeno per la notte.
Papà sfila le chiavi dalla toppa e apre la porta.
Da dietro le sue spalle butto gli occhi in casa e non c’ è un
niente di nessuno, lo capisce anche papà che rimane ancora fermo
e non entra e trema. Ma non ha freddo, a lui trema solo una
mano. Io tremo tutto quanto. Non vuole entrare, papà non lo

vuole sapere se è tutto vero questo nessuno. Dietro di lui guardo
le sue gambe storte. Da ragazzo, un incidente con la motocicletta
Motom gli lasciò la gamba destra più corta. Non zoppica,
cammina un po’ sali-e-scendi. Quando fa due passi, sale la gamba
destra scende la gamba sinistra.
Papà fa un passo avanti e accende la luce.
Il neon. Fa prima un lampo. La luce del neon illumina a
scatti il nostro salotto-cucina.
Uno scatto un lampo.
Flash.
La cucina vuota.
Guardando da dietro le spalle di papà, sembra che qualcuno
faccia una fotografia con il flash, sembra che i miei occhi facciano
una fotografia Polaroid.
Un secondo scatto un secondo lampo, due lampi ravvicinati.
Flash, flash.
Sei seduta, sul divano.
Un terzo, un quarto scatto. Due lampi, uno dietro l’altro.
Flash-flash.
No. Il divano è vuoto.
Flash-flash-flash, e adesso c’ è tutta la luce nel salotto-cucina.
Tutto è il niente che si vede. Tutto è nessuno.
Io sto dietro al mio papà, faccio un passo, metto un piede sul
gradino e lui si accorge di me.

(c) Luigi Romolo Carrino

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Sinossi del libro:

Giuseppe, un uomo di 42 anni, è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario da quando ne aveva 16. Per essere rinchiuso qui Giuseppe ha commesso un atto criminoso ed è stato giudicato incapace di comprendere l’atto compiuto. In realtà, Giuseppe non lo ricorda nemmeno il motivo del suo internamento.

All’interno dell’OPG, in una casa-dependance approntata nel parco dell’ospedale come un set cinematografico della memoria, una volta all’anno Giuseppe compie il rito dell’attesa: rivivere la notte in cui la madre lo lasciò, all’età di 8 anni. Quella notte Giuseppe aspettò per dieci ore il ritorno di sua madre sul gradino di casa, rifiutandosi di credere che la donna più bella del mondo lo aveva lasciato per sempre.

Giuseppe aveva e ha una sola domanda per sua madre: perché mi hai abbandonato?

Ad ogni ora che passa Giuseppe usa la sua voce come fosse quella di sua madre, per trovare una ragione che giustifichi l’abbandono e per rimproverarsi la sua inadeguatezza di figlio. Ma è anche il modo per ripresentificare il sé bambino in tutti i minuti di quell’attesa, perché è questa mancanza l’unico testimone della sua esistenza.

Al termine della notte, Giuseppe tenta di comprendere la crudeltà materna, sperando di arrivare alla salvazione del suo io-bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia, e provando ad assolvere il rifiuto della donna più importante della sua vita.

Sua madre, allucinata nella casa dell’attesa, gli dirà che le cose non stanno così come lui crede. La colpa è un’altra, nascosta in un’altra notte da ricordare, quella in cui lui è stato internato.

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Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Ha pubblicato tre raccolte di poesie ed è autore di testi teatrali. In narrativa ha esordito nel 2006 con due racconti in Men on Men 5 (Mondadori). Ha scritto i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008 – anche con il cd del recital La versione dell’acqua) e Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009), il racconto lungo Calore (Senzapatria, 2010), la raccolta di racconti Istruzioni per un addio (Azimut, 2010), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza, 2012).

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