solo 1500 n. 66 – Il segmento poesia (da A a B)

Solo 1500 n. 66: Il segmento Poesia (da A a B)

Prendiamo un segmento, con un’origine A e un termine B. Di recente i manager  che si occupano di gestione del personale, quando motivano le  risorse umane fanno spesso questo genere di esempio (semplifico): “Immaginiamo un segmento, prendiamone l’origine punto A (materia prima) e il termine B (prodotto finito), lo scopo di tutti noi è arrivare da A a B nel minor tempo possibile, realizzando un prodotto eccellente, dal primo all’ultimo lavoriamo per lo stesso obiettivo.” Partendo da qui vi propongo una teoria/gioco. Facciamo finta che la scrittura di una poesia avvenga su un segmento A – B. Dove A sta per l’incipit e B per la chiusa. L’intervallo tra A e B nel segmento poesia sarà la costruzione del testo. La distanza tra i due punti andrà coperta nel miglior modo possibile. Il rapporto scrittura/bellezza. La teoria con cui stiamo giocando dirà che per coprire la distanza tra i due punti nel miglior modo possibile dovrò tener presente la cura, l’efficacia, la struttura, la musicalità, il ragionamento, l’emozione, la creatività. Se questi parametri saranno rispettati non avrà alcuna importanza la distanza tra A e B (cento versi o dieci versi) perché avrò scritto nel miglior modo possibile. Se, però, in un ipotetico A – B di trenta versi ne avrò scritti quindici che sono digressioni, arzigogoli, giochi estetici fini a se stessi, perdite di tempo, avrò creato una specie di buco nel pavimento del segmento: A_B. Per risalire dall’underscore (la nostra mattonella rotta) dovrò arrampicarmi, faticare, aggiungere altri versi, illudere il lettore che quello che ho scritto serva a qualcosa. Se ci riesco, ci riesco male. Non avrò  fatto il percorso corretto tra A e B, avrò chiesto uno sforzo gratuito al lettore. La teoria/gioco contempla “lo sforzo maggiore del lettore” non quello inutile.

Gianni Montieri

20 comments

  1. ne parlavo proprio stamani, dicevo di uno a caso: “ad esempio Caio, sarà anche bravo – per lo meno “così dicon tutti” – ma se leggendolo devo non solo capirlo ma risolverlo, immaginarlo, inventarmelo io, trovare delle plausibili soluzioni da parole crociate ad ogni mozza frasetta che scrive, fino a giungere alla fine della lettura, chiedendomi ancora *ma che minchia sta dicendo?*, beh, tutto sommato, mi sento più che altro presa in giro, una pedina in un grande bluff”, che sinceramente m’ha scucciate

    grazie Gianni.

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  2. Montieri, Ho letto l’articolo con attenzione e penso che
    sia alquanto sensato. Ma la mia domanda è questa:
    In questi tempi di crisi planetaria, ha senso parlare
    di poesia? o almeno fino a che punto.
    Per quanto riguarda il commento della Castaldi,
    più volte mi sono ritrovato nella sua stessa
    condizione, vale a dire: Ma che cavolo scrive
    questo ?. Io credo che leggendo una poesia
    non debba essere un rompicapo, ma una delizia
    nel leggera e comprenderla. Grazie
    dell’eventuale risposta. ud

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    1. è sempre tempo di parlare di poesia, purché si sappia di ciò che si sta parlando. Vede, una poesia potrebbe pure essere un rompicapo se quel rompicapo non farà perdere di vista la bellezza e sarà funzionale al messaggio. O comunque funzionale all’assenza del messaggio. Un poeta potrebbe anche non comunicarmi nulla ma farlo in maniera meravigliosa. Quello che contesto nell’articolo sono i rompicapo o gli arzigogolamenti privi sia di significato che di bellezza.

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  3. la scena era venuta in mente all’istante pure a me ieri sera leggendo il pezzo in anteprima, ma dopo due righe era chiaro, ed è chiaro, che qui Gianni Montieri faccia tutt’altro discorso

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  4. immaginiamo A-B il segmento
    dove A è il primo verso B l’ultimo
    pieghiamo dunque il foglio
    in modo che i due opposti vertici
    l’alto e il basso A-B si congiungano
    my book is closed i read no more*
    *james joyce

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  5. un parallelo interessante tra efficientismo borghese – efficienza – ed efficacia della poesia… Per un ipotetico manager conta il risultato, la performance, l’utile; anche per un poeta, apparentemente… è nel “come”, forse, la differenza, boh… Un poeta non deve – necessariamente – “finire”…
    mah…

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  6. Se fate così mi fate sentire ancora in ufficio. Calmi tutti, la poesia può andare indistintamente da A a B come da B ad A (mentre lo scrivo penso a ‘retrocendendo’ di Montale), ridondare, sprofondare nel buco del pavimento e passare attraverso le canaline dell’impianto di riscaldamento, pur di dire. La poesia ignora ( consapevolmente) l’efficienza, non bada che all’efficacia. E’ il motivo per il quale, come in qualche modo afferma il sig. de vita, è decisamente fuori luogo il più delle volte stare oggi a ragionare di poesia. Per il resto ancora una volta ( quante volte, ultimamente??) sono d’accordo con Natalia, tuttavia se continuo a leggere poesia è perchè fin qui non sono mai riuscito a sciogliere il nodo che lega i seguenti versi di pagliarani, in inventario privato:
    …(io sbaglio se
    penso che il tuo pensiero a me si possa
    volgere, come il volto tuo serrato
    con mani troppo docili a carpire
    quando sulle tue labbra m’era dato
    baci dalla città)…

    Ecco.

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    1. se sei d’accordo col commento di Natàlia allora sei d’accordo con l’articolo. Non intendevo dimostrare nessuna efficienza/efficacia della poesia…i buchi nel pavimento sono i versi scritti in maniera incomprensibile e fini a se stessi. Non è certo il caso di Pagliarani. Poi parliamo di bellezza e allora io posso pure non capire niente ma restare a bocca aperta per la bellezza. Ma se una cosa che leggo non è bella e non è comprensibile, nel pavimento si aprono voragini e io/lettore mi rompo i coglioni :-)

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  7. Gianni, Natalia ha ragione e tu no. Per default. :-))
    Scherzo, ma offro un passaggio alla dissolvenza. Se parli di bellezza e di comprensione sei tra i giunchi della soggettività. Che di conseguenza tira in ballo tutto e il contrario di tutto. La teoria è sempre salva.

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