FUORI E DENTRO, OVUNQUE: la poesia di Fabrizia Ramondino

Fabrizia Ramondino è ricordata come una delle più grandi autrici napoletane del Secondo Novecento: nata nel ’36, è scomparsa nel giugno del 2008. Ha consacrato la sua vita alla letteratura (suo il magnifico romanzo Althénopis, Einaudi 1981), al teatro, alla critica letteraria, spendendosi anche per cause politiche, sociali, dunque cause civili d’importanza qual è quella per la cura della malattia mentale secondo il metodo Basaglia. È tuttavia un’autrice un po’ dimenticata, trascurata a torto, che andrebbe riscoperta poiché dopo Anna Maria Ortese forse, è stata sicuramente tra le scrittrici più capaci di parlare – sfocando, rielaborando, trasognando – di una città-corpo quale Napoli è.
In poesia ha pubblicato una sola raccolta per Einaudi, edita nel 2004 Per un sentiero chiaro, che raccoglie suoi versi scelti scritti tra il 1956 e il 2002. Volendo definire la sua poetica si può dire che raccolga tutto ciò che già c’è in prosa, soprattutto il versificare un’esistenza frammentata, aperta e al contempo chiusa in antri, molto mentalizzata, che trova a fatica una collocazione nel mondo. C’è un procedere sofferto, un rintanarsi nella natura che è romantico e allo stesso tempo contemporaneo (penso a Mario Luzi, ad esempio), poiché lì solo il poeta si ritrova, nella solitudine del sé. C’è molta urbanistica ‘sofferta’ in Ramondino, ci son i luoghi, il nostro paesaggio italiano (un’appartenenza elementare), le stazioni ferroviarie e degli scorci periferici – sempre -, ‘da appartamento’, e piace pensare che la sua sia una visione un po’ apocalittica negli anni del Boom e oltre, una visione privata ma pubblica di quell’Italia che cambiava e che cambia. Proprio da qui si parte, dall’esergo al titolo della raccolta e da due liriche milanesi che esplorano l’universo interiore – ed esteriore – di Ramondino, entrambe datate 1959.

Al margine della strada maestra – oggi della autostrada –
esiste sempre un sentiero chiaro,
dove tutti vorremmo inoltrarci. Ci è concesso
soltanto gettarvi in fretta uno sguardo,
e per un attimo avvertiamo
una fitta di dolore o di gioia pura.
È questo
il nostro destino meccanico di condannati
ad andare.

Poesia come viaggio, reale o immaginario, immaginato – e perciò metafisico -, calato però nell’odierno quotidiano vivere: il sentiero che costeggia ‘l’autostrada’, il destino ‘meccanico’ di erranti quali siamo tutti. Noi tutti aderiamo o ci allontaniamo, rinunciando, alle cose (e alle persone), restando in entrambi i casi uomini d’azione di goethiana memoria; ma Ramondino parla qui dello sguardo che infonde dolore e gioia, dunque la sua pare sempre una rinuncia al vivere, un’adesione mancata, una paura di affrontare il presente ma una profonda capacità di ricerca (l’andare sempre, ma ‘eterna condanna’), di osservarlo e analizzarlo con il bisturi della poesia, per immagini dunque, vissute o meno poco importa.

Alba a Milano

Guardo chiuse finestre
larghe e lucenti pareti di case
nella notte di nebbia.

Nel cuore di spettro dell’alba
flebile pulsa una voce,
remote parole balbetta.

Le mie lontananze
travolgono argini chiari.

Accanto m’è il volto dell’uomo
cui per ultimo nel giorno
ho stretto
la mano.

Settenari, endecasillbi, qualche novenario a rallentare il ritmo; e poi ottonari, senari e trisillabi: Ramondino si serve dei versi della tradizione per la sua poesia come ‘prova’, tentativo, che sposta l’attimo e il senso; una grande città illuminata all’alba d’inverno (c’è la nebbia), fa da sfondo alla probabile insonnia o sveglia precoce. Ci sono i primi rumori (una voce non lontana, balbetta), dunque dal visivo ci si sposta all’uditivo, e poi nel distico centrale allo spazio interiorizzato «Le mie lontananze/ travolgono argini chiari.» ed infine ancora al visivo (il compagno può esserci o no, essere finzione, e sarebbe uguale). Pare quasi che, come nell’esergo, la distanza dal vivere (il deficit) si rifugi nel travolgimento linguistico che irrompe con lo strumento-poesia; solo le parole investono – e rovesciano – il reale, ri-collocandolo.
E così accade anche in Casa a Milano (p. 25) dove l’arrivo del sole dopo una tempesta, un sole forse oggi flebile (come la voce qui) e comunque non-più, ricorda(va) con la sua luce irradiante una casa che non è più, forse la stessa citata sopra: «Andremo fuori/ fra le frasche al sole […] Ritroveremo/ forse allora/ la casa che un tempo volemmo/ pietra su pietra/ al vento aperta/ di sola luce naturale.» La natura, perfettamente s’incastra in enjambements evocativi, apparecchia la scena; la casa – dove gli uomini vivono – ha perso nel frattempo il suo valore, ha rinunciato alla simbologia che l’aveva dominata, non è più luogo in cui accogliere e vivere (dopo una dipartita, o un allontanamento di coppia, chissà), non è più come direbbe lo scrittore veneziano Roberto Ferrucci, ‘la casa dell’essere’ dove essere è ‘verbo’ che indica come un luogo si trasformi anche in un ‘sentire sentimentale’, appropriatissimo a Ramondino. I luoghi del quotidiano sono per lei, qui, prigioni, tutt’uno con il corpo, che avverte la complessità del collocarsi e avvicinare l’umano alle cose.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56551

2 comments

  1. Ho letto con immenso piacere il suo “Taccuino tedesco” pubblicato da Nottetempo, ma non conoscevo questa sua voce poetica. Una bella scoperta. Grazie!

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