Come leggono gli under 25 #8: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

L’umano familiare; magia e parola in Anna Maria Ortese

di Maddalena Lotter

Pietro Citati su Il mare non bagna Napoli (1953): “Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana…”. Effettivamente le parole di Anna Maria Ortese risultano già a una prima lettura impregnate di un senso oscuro della vita, quasi a confermare l’esistenza di una sfera magica che abita fra gli uomini in ogni loro movimento interiore e fisico, come avevano saggiamente intuito gli autori dell’antichità pagana (penso anche al senso del macabro che suscitano alcune pagine di Seneca tragico e ancor più di Lucrezio nel De Rerum Natura e Lucano nella Farsaglia); ma leggendo i racconti della Ortese con un’attenzione più sensibile al tentativo che opera l’autrice di descrivere il mondo, i colori, le persone, ci accorgiamo che questa sfera magica non è dislocata dalla quotidianità, e l’unico rituale in cui essa è manifesta è proprio quello della giornata vissuta dai protagonisti. Così la spettralità, appunto, di alcuni caratteri si rivela in tutto il suo violento realismo: “Era una donna piccola, quasi nana, con un viso da uomo, pieno di baffi. In quel momento si stava pettinando i lunghi capelli neri, che le arrivavano al ginocchio: una delle poche cose che attestassero che era anche una donna.” (Un paio di occhiali, pag. 23, Adelphi 1994)); realismo che è anche un metaforizzarsi in oggetto, in un interessante rapporto poetico fra oggetto e essere umano “…la perfetta, inalterabile bruttezza di Anastasia, quei lineamenti rigidi e privi di qualsiasi espressione, come quelli di una forchetta.” (Interno familiare, pag 48). Le figure di Anna Maria Ortese, i suoi caratteri (si pensi in questo al teatro di Cechov) ricalcano quegli aspetti più intimi della realtà umana, in particolar modo di quella femminile, che nella quotidianità ha sempre trovato il suo modo di definire il Sacro, un Sacro che nasce dai piccoli gesti in una cucina, di fronte a uno specchio, fuori dalla porta di casa, “mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose.” (Il silenzio della ragione, pag. 101).

 

ANNA MARIA ORTESE E LA SUA “NAPOLI UNIVERSALE”

di Alessandra Trevisan

Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese esce nel 1953 ed è da subito uno di quei libri ‘di pancia’ scomodi, contestatissimi, che intende senza celarsi e censurarsi affrontare il presente-storico denunciando i danni postbellici subiti dalla popolazione, è da subito una di quelle prose che s’infilano nelle pieghe d’una città povera nell’Italia del secondo dopoguerra, nelle contraddizioni, nelle difficoltà di rinascita e di crescita, molto lontane da quelle auspicate e realizzate nel Nord. Attraversare il racconto di Ortese è guardare negli occhi Napoli, quello squallore, la desolazione, il buio e la luce fortissimi degli ambienti in cui vivono ammassati ammalati, vecchi, bambini, prostitute, sovrappopolando edifici e scantinati, è entrare in un sovraffollamento di anime, anime piene di storie da dire anche nei silenzi della vergogna, della sporcizia, della morte, della bruttezza data dal deperimento (le donne di Ortese qui, son fantasmi, sono vecchie ma non anagraficamente, proprio dentro).Ed è questa l’unica chiave di lettura possibile di questi testi. Ortese descrive muovendosi lentamente negli androni dei palazzi, osserva non giudicante, ipotizza, desidera cogliere nei volti che le parlano, che incontrano il suo, il dolore della perdita, il dolore del vuoto che colpisce le classi sociali meno abbienti della città, governate soltanto da uno sfrenato tentativo di sopravvivenza quotidiano. I racconti bucano la storia, passano attraverso le epoche; fanno sentire che in certa Napoli ancora quello che accadeva allora, il brulicare di sopravviventi tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50, è vivo e attuale. Dice bene Valeria Parrella a tal proposito (da Scrittori per un anno 2012-Rai.tv): «pur non essendo napoletana è riuscita a raccontare il bene e il male di Napoli come se fosse mo’. Una volta ad un convegno di architettura un docente mi aveva invitato a leggere un pezzo qualunque di letteratura che parlasse di architettura; io scelsi un pezzo che sta nel mare non bagna napoli, in quella che si chiama ‘la città involontaria’… Già questo titolo, no? La città involontaria! Lei raccontava i granigli primo e secondo, che erano tutte delle zone a ridosso del porto, del mare, quindi lungo via Marina, nei quali tutti gli sfollati dei bombardamenti erano stati messi lì ad abitare. 1952. Io leggo questa pagina senza far vedere la copertina del libro e poi chiedo agli studenti – Di che cosa sta parlando? – e loro mi rispondono – Di Scampia -: questa è Anna Maria Ortese». Scampia o una favela, o una banlieue parigina o Tunisi oggi, poco importa in quest’abbondanza di realtà ‘universale’.

 

11 comments

  1. un libro davvero indimenticabile, sì. ieri all’università una compagna ha parlato del suo progetto di tesi su Paola Masino, un’autrice che ebbe molto a che fare con la Ortese, anche personalmente. Vorrei ricordarla qui, per ricordare a me di leggerla, per ricordare a noi di scoprirla o rileggerla. grazie!

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  2. Per gli strani incroci che fa la letteratura si può giungere a leggere la Ortese anche tardi, passando per un saggio di La Capria. Il mare non bagna Napoli è denso di significanti, di accuse che strisciano in superficie e sottopelle ed è forse la primordiale denuncia della impossibilità di salvezza per una città che ogni giorno stenta a sopravvivere a sè stessa, alle sue radici, al suo abbraccio di terra verso chiunque, nel tempo, vi sia approdato per prenderle qualcosa. Non c’è alcuna visione in quel titolo.C’è la desolazione dell’evidenza.

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