Marco Annicchiarico – poesie (silloge finalista Premio Penna 2011)

Nel nome del padre

La chiesa della prima comunione
e fuori gli alberi, a cambiare il colore
tra le ostie dissacrate
e il vino, per noi versato.
Il prete, sepolto dietro l’ulivo
del convento, ha lasciato le impronte
sull’altare dei miei anni,
mentre il suo Cristo
a denti stretti taceva ogni male.

È la chiesa dei Caputi, quella
di quando da bambino
sognavo storie di fantasmi,
scheletri e messe nere.
Era il tempo della mietitura,
delle ristocce accese e di quelle cose
che ancora non sapevo,
quando il mio cristo
pronunciato a denti stretti
nel buio faceva quasi male.

***

 

Essere

Essere
…………una parola
pronunciata male
dalla tua bocca
per essere
…………….ripetuta
prima che arrivi la sera
dei vicoli
e delle luci accese
di finestre schiuse
e rumori lontani.

Essere.

E in una parola
trovare la forma.

***

Terra

Giungere a Itaca
o anche solo al confine,
con la barba degli anni
e le mani segnate.
Sia rosso il sangue e il vino
che ancora manca
da bere a labbra stanche
in attesa di riposo.
Hai visto?
Fuori piove.
E il lampo è un segno,
la stella cometa da seguire
per rientrare nella nostra terra.

***

Nero

La scritta viva il duce
accanto al cartello
che comunica l’attivazione
dei centri estivi per bambini
dà il colore
a un muro scrostato di borgata.
Qui, Roma, ha dimenticato l’eterno.
Lungo la strada,
distratti dai discorsi del viaggio,
i tuoi figli, il lavoro e le liberatorie firmate
al primo maggio,
le antenne sui tetti delle case
diventano mani tese,
un salutare che va di moda.
Da San Giovanni a Tiburtina
il ritorno è sempre un viaggio
e la distanza è solo una breccia momentanea
in una città richiusa su sé stessa.

*** 

Fiori viola

Ci sono fiori viola sul balcone,
l’ho notato questa mattina.
Il sole disegna ancora le loro ombre
sulle piastrelle e alcune formiche si fermano sull’orlo,
come se in quel momento fossero arrivate
al limite del mondo.
“Dovresti pulire tutti i giorni il balcone”
mi hanno detto.
“Sì”, ho detto.
Forse dovrei pulire tutti i giorni il balcone.
Ma le formiche non danno fastidio
e nemmeno i fiori che restano a terra.
A dare fastidio sono le ombre,
il riflesso che viene deviato dal vetro.
La chiamano Primavera
e con questa scusa hanno tagliato gli alberi.
Prima, allungando la mano,
potevi accarezzare le foglie.
Ora, quella mano resta sospesa
a tagliare l’aria, con un gesto
che non sa capire.
Dicono che il prossimo anno
saranno di nuovo in fiore,
saranno di nuovo da guardare.
Io intanto lascio chiuso il balcone.
Perché adesso sono riflessi e ombre
che non dicono niente,
come quel gesto.

***

Linea 52

I sedili di una volta,
quelli,
ancora reggono
le parole
e i chili di troppo.

Quelli giovani
di oggi,
sono più insofferenti
al peso e all’età.

Generano pensieri
scomodi.

Seguono la moda
che ci vuole
alti e snelli.

Io già son tagliato
fuori,
figuriamoci dentro.

***

Rosa

Il rosa di quando
tu dormi
dandomi le spalle,
nella penombra
scompare d’un tratto.
Resta il respiro
e una mano
che dal cuscino
cade,
come a voler raccogliere
una rosa
o riprendere un sogno
ancora da finire.

***

Via Bligny numero zero

Penseranno, guardando questa lettera,
che ho dimenticato un numero
nella fretta, distratto
da chissà che cosa. Forse qualcuno,
un postino appena assunto o un impiegato
giunto da una provincia del sud,
ne aggiungerà uno con l’inchiostro rosso,
a lasciar intendere la mia dimenticanza.
Non sanno che tu abiti
davvero dove non esiste
un numero primario,
dove i balconi sono così piccoli
da non avere piante
da bagnare al mattino.
E nemmeno sanno che verso sera
io arrivo qui, con le mie carte
per usare i tuoi colori,
raccontandoti di noi
e togliendo ai giorni miei l’ombra
dell’assenza e quei vestiti
che a ogni partenza
sono la radice della mia malinconia.

***

Fantasmi

Entrare in punta di piedi
nei tuoi sogni
e disegnare sulle labbra
un sorriso che nel buio
nessuno saprà.
Lasciare che la luce
di una candela
deformi le ombre sul muro
quel tanto che basta
per lottare con i fantasmi
attento a non fare rumore
a non svegliarti ancora
non prima che il bacio
si posi sulle tue labbra
nel sonno dischiuse.

***

MM

Cammino distante dalla linea gialla,
perché così vuole la voce.
Gli altri sanno già come muoversi,
sanno già aspettare.
Parlano di calcio e di case
di verità politiche
e intanto leggono l’oroscopo.

Giove in Saturno
e l’opposizione in bianco,
il caffè delle macchinette
e i giornali sotto il braccio.
Anche a scattare una foto,
non troveresti il colore
adatto a questo vuoto.

***************

di Marco Annicchiarico

13 commenti su “Marco Annicchiarico – poesie (silloge finalista Premio Penna 2011)

  1. sono davvero belle, Marco. “Fiori viola”, in particolare…

    Dicono che il prossimo anno
    saranno di nuovo in fiore,
    saranno di nuovo da guardare.
    Io intanto lascio chiuso il balcone.
    Perché adesso sono riflessi e ombre
    che non dicono niente,
    come quel gesto.

    Grazie
    Stefania

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  2. Lette e apprezzate, molto. “Nero” è per me un invito irresistibile a ripetere quel viaggio da San Giovanni a Tiburtina. Grazie, Marco.

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  3. Marco Annichiarico è un giovane poeta che mi piace e di tanto in tento lo seguo.
    La sua voce è moderna ed ho apprezzato molto ‘fiori viola’. Dai Marco !

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  4. Linea 52 per taglia rigorosamente 42!
    Marco, sono bellissime, detto fuori dai denti e senza piaggeria affettiva: sono bellissime e in queste poche parole Io già son tagliato / fuori, / figuriamoci dentro. ritrovo esattamente il mio senso di inappartenenza che ognuna di queste poesie ben descrive.
    go-go-baby-go!
    nc

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  5. Marco avrò riletto le poesie non so quante volte; la silloge è perfetta. La tensione rimane alta per tutta la trama svolta. Da “Nel nome del padre” a “MM” si compie un cammino tra luoghi, volti e colori (presenti o assenti, come i rami potati degli alberi di cui si attenderanno le foglie per l’anno a venire).
    Apprezzo, e non poco, questa tua capità di cogliere nei piccoli particolari la chiave di svolta di un’intera riflessione, con ironia (“Linea 52”), o con dolorosa ammissione (“mentre il suo Cristo / a denti stretti taceva ogni male. // […] / quando il mio cristo / pronunciato a denti stretti / nel buio faceva quasi male”, Nel nome del padre).

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  6. Io invece resto impigliato a ‘nel nome del padre’, una lirica potente che riporta al luogo dove tutto comincia, dove tutto s’avvia come l’incipit del segno della croce e dove poi tutto si riconciilia più avanti, con la consapevolezza che nel primo tempo degli eventi quasi sempre manca.
    Le due strofe si chiudono con l’immagine di un cristo a denti stretti che dall’essere il cristo mediato del prete diventa per proprietà transitiva il cristo del poeta. La chiesa è un luogo fermo nel tempo, il tempo si compie fuori e fa male.
    Mi piacerebbe approfondire alcuni aspetti, capireper esempio se quel ‘ taceva ogni male’ sottende, come cerchio scaturito dal sasso lanciato nello stagno, a una riflessione più ampia, a d un’accusa forte come quella che in Pasolini fu, per esempio, la parola costretta nei versi di Lettara ad un Papa.
    Ottima prova Marco.

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  7. Eccomi.
    Come prima cosa, grazie a tutti, Nat, Gino, Carla e Anna (abbraccio ricambiato).

    @ Anna Maria: Nero, in realtà, nasce da due poesie che sono diventate una cosa sola. Il ricordo di una (per me desolante) piazza di borgata e un viaggio di ritorno, poco dopo che i sindacati avevano fatto firmare agli artisti del Primo Maggio le liberatorie per non parlare del Referendum durante il concerto.

    @ Umberto: grazie Umberto, anche per il giovane :-)

    @ Fabio Michieli: grazie, Fabio. Le ho rilette anch’io non so quante volte, all’epoca, trovando sempre qualcosa di incompleto, di “stonato”. Al punto che le poesie sono state spedite l’ultimo giorno utile. Sono contento ti siano piaciute :-)

    @ Gianluca: grazie Gianluca. Nel nome del padre è nata dal ricordo di una chiesa sconsacrata che c’è al paese dei miei, ma già dopo poche righe è diventata un atto di accusa nei confronti della staticità di chi negli anni ha (quasi) sempre nascosto e difeso le violenze sui minori. Nel titolo, che (come hai detto) richiama il segno della croce, la “p” minuscola lascia intendere (e forse capire solo in seguito) che il termine “padre” non si riferisce a quello della preghiera. Così come, alla fine, il Cristo perde di significato, diventando quasi una bestemmia.

    Ps: scusate ma le pubbliche relazioni non sono il mio forte :-)

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  8. ne conoscevo due forse tre di queste, e ora dopo averle lette tutte, confermo un pensiero che avevo fatto: la tua voce è come se si fosse abbassata di un tono e questa non è una rinuncia, è soltanto un altro modo (il tuo) di colpire più forte, perché quello che deve arrivare, arriva

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  9. purtroppo ero in viaggio, e mi ero perso questa meraviglia (Nel nome del padre, soprattutto…). Bravo, Marco!

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