Azzurra D’agostino e Marco Simonelli (anteprima XI quaderno Marcos y marcos)

AZZURRA D’AGOSTINO

Questo inverno indifendibile
questo lungo inverno e chi lo abita
si confondono nel niente della neve
o sui segni che il tronco della betulla
mostra nella luce più corta dell’anno.

È l’estrema notte, l’aspra notte impronunciabile
impigliata nei ricami del gelo che decifriamo
a stento. Il sambuco e l’agrifoglio, vedili, come sfondano
di verde il vetro della nebbia il segreto del sopportare
anzi: del portare l’austerità del freddo a linfe morbide
trasformando quel poco d’alba in frutti carnosi.

Quanta sete tra i nostri simili, che lunga malattia
ci affligge – questo è chiaro nel vedere come sta
composta la zolla riversa, il passero arruffato annodato
al ramo spoglio, il vaglio delle ore che fa il gatto alla finestra.

*

Come molto più grande sembra la montagna
con l’accenno di neve che appena, sulle coste,
la rivela. Uno scoglio immenso solo di poco
invecchiato, un broglio di nuvole intorno, l’inverno
che scivola nel buco della bocca fino al cuore
ma non lo gela. Non si è al sicuro lo stesso qui
da noi, anche se resta casa la casa e albero l’albero
anche se distinguiamo ancora i confini delle cose
il secco delle rose dal ginepro aspro e dal fango.
A pensarci, niente è un sollievo: non lo è il bianco
né la luce, né il cielo che rispunta chiaro e poi s’allunga.
Quanta bellezza in questo silenzio, che solitudine
immensa nella distanza, nella remotissima presenza
che fa di noi un altro qualunque e non lo consola.

*

Si sposta l’ombra che dev’esserci di luna che l’albero torto sembra
che la insegua mentre di notte sento le ghiande
cadere sul tetto di lamiera quasi uno sgocciolare
dei suoi pensieri, un lasciarsi andare nel mondo così
in un silenzio che non lo sente nessuno ed è bello
credere di entrare io nel buio della sua solitudine
o lui nel segreto della mia, tre rimbalzi e via,
dall’albero il frutto è in terra passando per le pieghe
del mio orecchio fino al cuore, essere in due
e sapersi come uno, il volo breve che parla di stagioni,
tempi, conoscere il seccarsi nell’umido della linfa,
l’indovinare il destino, essere vivi quando essere vivi
è capirsi.

*

L’Appennino e la primavera

Ora che ha smesso di piovere
anche noi siamo soli. Il temporale
lascia resti potenti: frane, piene,
alberi divelti, crolli, fango, gemme.
Ha sede nel sistema nervoso centrale,
dicono, l’odore dei boschi e le rondini
così distinguono la salsedine dai pini
dalle polveri africane. Diecimila chilometri
per tornare qui, ancora, gruppi piccoli
su cui buttare uno sguardo distratto.
Più sotto si inciampa in qualche albero
in fiore, in animali che alla luce dei fari
pestano cogli zoccoli l’asfalto solo un salto
e via, risucchiati da campi che sappiamo
appena misurare. Aironi che vanno o restano,
e anche i pesci che muoiono o vivono, istrici,
lupi, le malattie delle querce, delle api.
Dall’altra valle un cane abbaia
la nebbia scopre i sassi, un grumo di case
un campanile, una curva, un’erba rampicante
una goccia sulle foglie che scivola e poi cade.

*

Sta per arrivare la stagione dei canti notturni.
Di là, dietro, c’è un pino dove si nascondono gli uccelli
e nel buio costruiscono cattedrali nell’aria. Quasi
non lo si crede vero. Avevamo anche pensato cose
irreali, l’idea dei nemici, una rivolta confusa, astratta.
Uniformi che non conosciamo, parole d’ordine
irrequiete, calcoli. Ma questo non ci riguarda davvero.
La foglia descrive l’aria, un peso enorme che leggi
spiegano con esattezza. L’aria parla del buio
dove sta la radice, un nero di terra che fa con la luce
boschi, spianate d’ossigeno che crediamo per noi.
Sempre amavamo l’idea di avere tutto. Di saperlo.
Ma sulla terra frana un cielo di polveri, i dispersi
non li amiamo per davvero, ci punge la colpa, ma solo
davanti al cane che ci chiama, a volte, ci pieghiamo.

*

Lago di Suviana

Una passeggiata poco prima di buio, fiori che non si sfanno
nella pineta scricchiolante e un bacino
d’acqua scura dove tremola il doppio del mondo.
Nei tuffi del cane, nei bastoni levati per gioco,
gente coi piedi a bagno, pescatori,
un ragazzino nel silenzio delle fronde.
Così è questo, l’altro volto del male
un tempo breve, un sollievo elementare.

*

Nota

Azzurra D’Agostino ha pubblicato le raccolte poetiche D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, 2003), Con ordine (Lietocolle, 2005); D’aria sottile (Transeuropa, 2011). Suoi racconti e interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie (tra cui Nuovi Argomenti vol. 51 – Mondadori, Almanacco dello specchio 2009 – Mondadori, Bloggirls – Mondadori, Best off 2006 – minimum fax e In un gorgo di fedeltà, interviste a venti poeti italiani- Il ponte del sale). È giornalista pubblicista e scrive per il teatro.

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MARCO SIMONELLI

Pretty Picture

Si sciolsero i Soft Cell nel millenovecentottantaquattro
e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero
come è vero che il synth-pop negli anni ‘80 contendeva
le vette d’ hit-parade ad internazionali megalomani melodici
ed è vero come è vera la tequila, il lemon soda, il tuo bicchiere
uno schermo di ghiaccio, di bottiglia da cui mi vedi a tratti
come dietro al vetro zigrinato di una doccia con qualcuno –
ed è vero come è vero che accendo una sigaretta dietro l’altra
solamente quando percepisco nell’ambiente un’insolita tensione.

Ed è vero come è vero che Marc Almond si chiede con Sex Dwarf
se non sia carino veramente, con zuccherini e poi con spezie varie
attirare un bambolotto, un tipo truzzo, un tizio danzereccio
in una vita scandalosamente piena di vizio abbacinato
come è vero che nell’ottantaquattro avevo solamente cinque anni
e davvero pensavo che da grande in una discoteca succedessero
le cose che un bambino non dovrebbe certamente mai vedere
ma ero un tipo attento e interessato, divoravo conoscenze
e inoltre ballare mi piaceva, soprattutto poi davanti ai grandi.

E questa non è altro che una prova schiacciante e non so bene
se per l’accusa oppure la difesa ma rimane comunque un fatto vero,
una foto sfocata che ti ritorna in mente come alla radio un ritornello –
e se adesso so con sicurezza ciò che si dice in giro degli uomini bassini
è solo perché anch’io sbiadendo m’ingiallisco e poi passo di moda
come Marc Almond che adesso canta le canzoni di Jacques Brel
e tuttavia rimane un fascinoso cinquantenne, e la tequila è lì
che mi separa da te, da qualcun altro, in una discoteca di vaniglia
dove conta solamente la presenza, qualunque cosa accada.

Epicedio

All’ombra dei fanciulli che bulli ci fiorivano dappresso
abbuiati dai Cure e dai Bauhaus, soundtrack dei giorni insieme
se n’andava la speme a farsi benedire. Soffrire non serviva:
lasciva quella morte c’attirava, e bastava ascoltarla
commerciale in cassette duplicate, lasciarla musicale
che fosse look per intellettualoidi liceali e depressi come noi.

La tua professoressa di latino t’incrinava il destino con i tre.
Io e te eravamo gli scemi del villaggio.
Nel paesaggio due semi intestarditi insieme impollinati
e l’unico sbocciare fu solo nei capelli colorati,
fu solamente nelle pelli bianche; in due su un motorino
o al giardino dove fumavamo, facendo sega a scuola.

Adesso vola solamente il ricordare, per te che stai col Corvo,
le fasce stile Brandon Lee del non sopravvissuto, stormi d’uccelli neri,
che ieri c’era da mandare a mente quel brano dei Sepolcri che non so.
Ma oggi no: ti porto in lutto dark, con thanatos e con eros,
metamorfosi d’Ovidio, compagno adolescente.
In modo differente ci trasformammo in niente.

Spiaggia libera

Viale dei Tigli, la variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,
magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente
succhiare di Calippo per la strada; domenica, c’è il sole, tutti quanti
quantificano all’aria la pelle nuda ancora da ustionare.

Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.
Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,
efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino
dell’ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.

Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,
la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.
Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant’anni.
Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,

più giovane tu di quella giovane che vinse l’anno scorso
lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.
Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia
di un autunno che chirurgicamente tu non senti:

ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,
saluti le tue amiche, ci racconti di un’età lontana quando eri
a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.
E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.

Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute
i rangers, per te tutti marines: tutta salute all’epoca del dollaro!
Limpidi guanti: l’Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.
Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.

Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione –
l’hai letto sul tuo corpo che l’uomo da solo si spaventa.
I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani
dall’incerto precariato. L’hai sudato, questo apprendistato.

Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo
si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te
e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,
le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.

A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri
braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:
gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.
Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta.

All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:
abbronzàti si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,
l’incendio dei costumi. Sono mimmi
nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.

Da quando l’hai rivisto non fai che ripensarci.
Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava,
scoraggiato ti disse che eri bella come una regina.
Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.

La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto.
Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio
scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità
dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.

L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.
Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,
l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni
come fossi un camionista.

Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare
le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,
mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,
e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.

MARCO SIMONELLI è nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Lavora come traduttore. Ha pubblicato Memorie di un casamento ferroviere del ‘66 (Florence Art, 1998), Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste (Lietocolle, 2004), Palinsesti (Zona, 2007) e Will – 24 sonetti (d’If, 2009). Per Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente (anarcocks.com, 2011)

7 comments

  1. Mi piacerebbe mettere “questo inverno indifendibile”, l’Appennino e la primavera, il lago di Suviana di Azzurra D’Agostino, che ho scoperto con piacere, accanto al “bavero di neve” del “Paese di nebbia”, alla pigna della “Invocazione dell’Orsa Maggiore” di Ingeborg Bachmann, alla donnola di “C’è odor di neve” di Christine Lavant, al merlo acquaiolo dalla raccolta “L’albero della pioggia” di Christine Busta. Un po’ folle, forse, ma senz’altro curioso è questo mio sogno di geocritica comparata tra l’Appennino di D’ Agostino e le Alpi austriache di Bachmann, Busta, Lavant,

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