Francesca Matteoni (selezione di testi editi e un inedito)

La stanza immaginaria
Francesca Matteoni

 

I

Dai rigagnoli il fiume incrosta le scarpe –
il residuo di scantinati molli
di stalattiti sciolte nelle condutture.

Le case grandi, abbandonate sanno
di pioggia, di bosco inesplorato, cattedrali.
Gocciano nei capillari la trama
di un’ignoranza fitta, primordiale.

Un telaio esile di branchie
si difende dal bianco del tuo seme –
la colonna spinale spinta al muro
la geometria di un pesce sottostante.

 

II
autoritratto a tredici anni

La luce – e poi la polvere
spiccata dalle sedie, dalle linee
delle braccia non raggiunte.

La stanza ha un suo rifugio, un tratto
regolare di cornice, di panno
appena mosso immateriale. Entro
come soffiando al basso nei capelli

– una lentezza d’ombra sul cemento.

Tu non tieni le parole stipate
nelle vesti, il suono solido
disposto negli oggetti.

Il volto staccato degli spettri.

 

III
rondine

Il corpo non resiste dentro gli ossi
ghiaccia come acqua in superficie
è l’occhio frazionato nelle lastre.

Scrivere – è questo perdere peso –
le ali stese stracci di bucato
la polpa diradata dalle arterie.

Un pendaglio sospinto malamente
nel foglio dove schiarisce, allarga
la colla stinta sulle ragnatele.

 

IV
un altro giorno sola tra queste sedie bianche

Sola tra queste sedie bianche
sto impressa, ritagliata nei filtri
delle serrature.

Sono una sagoma prodotta
dallo spazio – il lucore dei pulviscoli
la forma dei denti sul tuo cibo.

Questa è la calce sgranata, la tela
dove si sporca il mondo, si attutisce.

Il tempo non si accoglie, ma precede
in un divario nitido di terre
lo spostamento delle gambe strette
fatte flusso, schermo di pelli interne, chiodi –
il lacerarsi basso del respiro.

 

V
essere un angelo

Ti spalanco la bocca dissonante
deviandola sui seni cocci bianchi
il fiato denutrito nei tuoi denti.

C’è un atrio dove dormo sulle assi
le fenditure dritte di capelli
l’alba si tarma di segni, pietrisco –

fa questi cerchi, corde sopra il collo.

 

VI

Se vieni nel mio corpo come un ramo
residuo di radici amputazioni
nel sole fatto straccio sopra l’acqua.

La pelle è un sudario tra le cinghie
i fianchi stanno estorti accatastati
convulsi come rane nell’arsura.

Le costole corrose fino a spilli
mi puntano nel secco di uno specchio –

le orbite divelte nel tuo viso
le tue braccia-serpente il tuo bruciore.

                              

 VII
casa

Gli alberi si sfogliano nella finestra
corteccia d’epidermide invecchiata.
Crollano in silenzio sulle scarpe.
Nero di fibbia sotto la caviglia
……………………..spiraglio d’osso.

Escimi disperso nel sudore
nel sale slavato delle mura.

I polmoni – elastici sfondati.
L’intonaco si asciuga, mi risucchia
gonfia di nylon e d’elio.

 

VIII

Pelle immaginaria è il tuo amore
scoperto sulle colpe.
Folletti subacquei aprono e chiudono gli occhi
buchi grigi tra i corpi distesi.

L’anima si scompone, scompare
correndo nella voce.
Tu volti la nuca – hai la bocca
piena di sputo.

Si espelle da dentro il cuore, poi s’allunga –
un vortice nero d’anguilla.

 

Testi ispirati alle fotografie di Francesca Woodman.
Apparsi in Tam Lin e altre poesie (Transeuropa, 2010)

Woodman: http://www.heenan.net/woodman/
Tam Lin:  http://www.inaudita.it/dettaglio_libro.php?id_libro=5
Blog Francesca: http://orso-polare.blogspot.com

 

da Ragazzo Volpe
poesie di Francesca Matteoni
foto di Benedetta Matteoni

Abitavamo nel bosco.
Percorrevamo vene di terriccio
o su per ore umbratili
le code spenzolanti, il legno azzurro.

Genti di pelle e nuvolaglie.
Gli occhi dei rapaci erano bianchi
lumi ossuti nella notte.

Rocce, resti, ramaglie.
Nel mezzo della pietra stava l’acqua
sospinta sulle sagome del mondo –
una nerezza antica dal fondale.

Io l’annusavo corrermi nel volto
dentro il corpo rotto, arborescente.

L’erba che si fa limpida e tagliente.

 

per T.

Cercavo un luogo sicuro
nella radura dei castagni
il cielo stava a pezzi sulle cime.

Tu lo crederesti – tutto questo sarà scordato
e la capanna in pietra, il tavolo,
la lampadina scarna – le cose
che pure qui si annidano inutili
(un dio indù, il mucchio stantio delle coperte)
staranno lievi nei ricci che si staccano
fanno un tonfo cieco sul terreno.

La stufa di smalto traccia un’ombra del passato.
Dentro la stessa legna di boscaglia antica
la massa nodosa nella fiamma.

Questo mio silenzio è un non esserci, quasi
o un prender parte
ai solchi stretti dei tronchi
l’ovale delle foglie-penne indiane –
quel verde  nel pietrame che si accende.
Un segno d’ala, un graffio di rumori.

Odori. Altari. Alfabeti.

Torri (Volotto), 11 ottobre 2009

 

Ha parole perfette chi è lontano
le porta come l’aria della neve
acquosa sulle voci, sulla bestia dell’umano.
Le stende sopra il sasso fratturato del vivente.

Quando sarà trascorsa la distanza
gli alberi copriranno il fiato delle case
larghi cerchi numerici nei tronchi
masse pulsanti dentro i rami morti.

Vorrei avere pelliccia, l’olfatto
umido dei cani e invece ho mani
ho questi verbi che colano
dal morso come un male, si storcono
sui codici, la mappa della specie.

Ed il ragazzo volpe ancora scruta
metà-linguaggio, metà-terra di bosco
le ripide fessure della notte
che gettano le stelle sui sentieri.

 

NOTA
Le foto e le poesie provengono dal paese di Torri, nella Sambuca Pistoiese, sono uscite in un piccolo libro per le edizioni Gattili nel 2011.

da Il sentiero di sassi e di spine (inedito)

 

Pienezza si è fatto il vento nella vena –
hai soffiato sulle stanze
la discarica dei doni, denti
di tappi-stella che smaltano la rena.
Prendere così la tua vita
il bello scrivere, l’ornamento –
violare le gole roride, polari.
Lo straniero che spezza l’osso in bocca
non lo temi. Temi il sedimento
non frangerti e senza tenerezza
farti oscura alle lingue.
Devi berti le medicine
devi lavarti l’unghie
devi allenarti i muscoli del viso.
Tìrati via le luci dal costato.

E i gatti hanno lanciato
le mezzelune sulle gambe nude.
Sei bestia o sei bambino
sei fame o sei sfamato.

Ti spengono l’azzardo nella mente.
L’orlo ghiacciato del paesaggio
ti ha tremato alle tempie.

C’erano le stagioni, ne pieghi gli abiti
su croste di pellame
ma una è quella che conosci
va sola come i gatti
strappa la neve a brani
la scorza acida dei fiori.

Ha le bellissime mani
con la polvere dentro,
apre il tuo fondamento
fa radura. Stànati dalle cosce
i lividi, i baci dal collo, di dosso
l’amore, le sue splendide ingiurie
lungo i bordi del corpo.
Netto nella sua essenza e triste.

Le prime volte erano sponde di sangue
ti promettevi l’aria nel suo petto
la voce che si placa e si succede
alla sua quieta violenza
ti tiene unita all’uomo che non vedi.
Tutto il difendere è ciò che poi esponi –
i giorni scuoiati nel cerchio degli stracci.

Nella nottata rancida d’estate
le ginocchia annerite, le graminacee alte
sul paese, leggevi
i volti estatici di droghe
le spade bianche di fiamme e cherosene.
Non più adolescente, donna nemmeno
scappavi nelle sue braccia bruciate.
Lui si calava in fretta nel tuo sesso
sulla terra granulosa del campeggio.
Sete della tua sete, la sua muscolatura,
coprirti dal resto delle grida
fuori, che tumulavano i tamburi –
l’accento scozzese, la tela messicana
sul primo freddo, all’alba
sui campanelli della tua caviglia.

Avanzare randagia, defluire –
scagli nel sonno il grumo levigato.
Le solitudini che avvengono
le dita che si spingono –
lasciano impressi i torti, i desideri.
Hai tolto gli amuleti dalle tasche, erano
sassi e nomi. Obbedisci al nascere,
al generare orrore, ai corpi che si incastrano
al suo annaspare. La tua gioia
disarmonizzata, il tuo clamore, il tuo
vivi – e faticosamente vivi. Non c’è
un’infanzia simile ad un’altra,
ma tutte parlano coi morti.
A un’isola ti chiudono, ti tagliano
nelle onde forti.
Il viaggio che declina a rotte vegetali.

I bambini vanno in guerra
per le stelle occidentali.
Affilano sugli alberi i coltelli.
Si vestono di gatto e toporagno
si muta la peluria nel piumaggio
si tatuano con gli aghi sulle spalle.
Si legano fogliame nei capelli –
hanno gli occhi durissimi del sale.
Slacciano il loro tempo-fiume
sulle terapie future, ti accolgono
come squamati fuori dalla pancia.
Il loro ritmo sudicio di lame.

Era un reparto oppure un buco
la faglia, lei stessa divorata
la seduta psichiatrica dei tuoi veleni
come cadevano dal sotterraneo.
Avresti detto tutto, perfino il falso.

Andare in un altro confine –
hai dormito con estranei sui pavimenti.
Non smarrirti, non appartenere
conduciti con ostinazione
incandescente a ogni parte civile.

Rompono ogni prato in un inizio
i bambini, traggono un rumore radente
da strade che si attorcigliano.
Fanno flauti e pulviscolo, s’immergono.

Non arretrare, resta – povera come un’offesa.
Non offrire suono che non sia
parola irreparabile, inattesa.
Nel punto dove hai collocato il cielo
si distinguono i rematori dagli scogli
scorgi le dentature di latte, i volti senza segno
l’acqua che si preannuncia come l’ombra.

 

11 comments

  1. mi piacciono molto queste poesie. la sezione dedicata alla Woodman possiede tutta la forza dell’evocazione che è propria anche delle sue fotografie; la poesia non può che accompagnare e continuare il viaggio delle immagini, concedere al viaggio una forza nuova e propria (qui è stile), in un gioco infinito di rimandi.
    meravigliosi anche gli scatti originali che qui figurano.

    – Ha parole perfette chi è lontano
    le porta come l’aria della neve
    acquosa sulle voci, sulla bestia dell’umano.
    Le stende sopra il sasso fratturato del vivente. –

    amo questi versi inoltre.
    la buona poesia (con i miei pochi criteri critici, work in progress) permette di riconoscersi, e questo accade anche nei versi di Matteoni, perché c’è nelle poetesse un parlare-corpo che trova un baricentro comune.

    nella sezione ‘Ragazzo volpe’ ci sento però (anche) l’eco di certa buona prosa quale è ad esempio quella di Simona Vinci, del suo “Brother and sister”, che ho molto amato al liceo. grazie

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  2. Che Francesca Matteoni fosse brava lo sapevo, avendo avuto modo di leggere sue cose in rete già in passato, ma leggerla qui oggi mi ha fatto un immenso piacere, offrendomi l’opportunità di ripercorrere attraverso il suo sguardo tutta la suggestione dell’immaginario raccolto nelle fotografie di Francesca Woodman, artista che amo profondamente. Mi ha colpito soprattutto trovare nei suoi versi citate le rane, un’immagine che invero non è presente tra le foto della W. che ho preso in esame, ma che anche a me si è palesata scrivendone; così come è stato altrettanto bello, leggendola, riuscire ad identificare spezzoni di foto, immagini ormai impresse nella mia memoria visiva, come nel caso dell’ultima poesia della raccolta, che chiude col vortice nero d’anguilla, che diverse volte Franscesca W. ha “artaudianamente” inscenato come svuotamento delle sue stesse viscere adagiate in un catino o in una vasca da bagno, accentuando il contrasto tra il bianco della ceramica e il nero della profondità inaccessibile del nostro stesso mistero e di quel male intimo che sa essere la vita.
    Tra le altre poesie, mi è piaciuta particolarmente “per T.”, che mi ha conquistata da quello stare del cielo a pezzi sulle cime
    belle tutte, veramente molto.
    nc

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  3. Apprezzo molto la poesia di Francesca Matteoni, trovo particolarmente belli i testi tratti da “Ragazzo Volpe”. Mi capita spesso di accostare poesia e “mondi” musicali, le poesie che ho letto qui mi hanno riportato alla mente le atmosfere, che ho molto amato, di alcune canzoni di Björk e – prima ancora – dei primi Sugarcubes.
    Grazie
    Stefania

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  4. ho scoperto una voce!
    certo qualcosa in rete di Francesca Matteoni m’era capitato di leggere; ma un conto è leggere, un conto è fermarsi e rileggere e rileggere.
    c’è modo e modo, come già ho scritto, di raccontare un’esperienza anche del corpo (lo dissi non molto tempo fa al riguardo di alcune poesie inediti di Natàlia).
    qui oggi ho trovato una voce che conosce i confini del proprio corpo e li sa allargare tanto quanto si allarga il respiro nei suoi versi.
    le forzature, rare, negli endecasillabi quasi sempre perfetti (parlo del primo gruppo di poesie, quelle uscite a stampa per Transeuropa) mi parlano proprio di questa volontà di superare il limite di un corpo-poesia.
    gli altri due gruppi invece hanno nuovi modi ancora, più incisivi; sempre comunque caratterizzati da un dettato che procede per gruppi di versi come fossero strofe si canzone.
    l’inedito è davvero notevole! e poi, poco dopo l’inizio, quella sequenza di verbi all’infinito (“Prendere… scrivere… violare”) non è forse una dichiarazione di poetica ben nascosta?
    Prendere la materia su cui scrivere per violare i limiti imposti da ogni dovere/obbligo (ben rappresentati dalla sequenza anaforica di “devi”).

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  5. vi ringrazio velocemente tutti! sono appena tornata dalla laurea di mia sorella più piccola (quella delle foto!), ma prestissimo commento meglio!
    e grazie a Gianni, davvero.

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  6. eccomi, con più calma, qualche nota sparsa sui vostri commenti: sulle “rane”, per Natalia, no, non sono nelle fotografie, ma ci stavano nella poesia! l’anguilla è un’immagine molto forte nella Woodman, a me per contrasto fa sempre pensare all’anguilla montaliana.

    Grazie Alessandra! in realtà della Vinci credo di aver letto solo dei racconti, In tutti i sensi come l’amore, ma molti anni fa… era lì lo scritto di cui parli? Ragazzo Volpe, le tre poesie, hanno una genesi tutta loro, sono proprio venute fuori così, dalla castagneta, un pomeriggio che ero con T., appunto, a raccogliere castagne.
    Stefania:; Bjork e gli Sugarcubes sì! anche se, non so tu, ma l’ultimo disco di Bjork (e anche il penultimo non mi ha esaltato), l’ho trovato bruttino :(((, invece ultimamente sto ascoltando molto Tagaq, la cantante Inuit che è anche in Medulla. E i Sigur Ròs che hanno nei miei amori superato Bjork.

    Fabio: hai colto esattamente una delle cose, la dichiarazione di poetica, che sta lì dentro, in un certo senso l’hai manifestata pure a me.

    Ciao Iacopo e Solmarie e Gianni!!

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    1. Ciao Francesca, ho menzionato le rane perché mi ha colpito il fatto che anche io ho parlato di rane lavorando sulle foto di F.W., pur sapendo bene che le rane non fossero presenti, semmai vi sarebbero state le testuggini, ma quelle non andavano nelle poesie se non come specchio per qualcosa di “tragicamente” vecchio; Le anguille montaliane mi rimandano al grandioso passo di Di Ruscio in Cristi polverizzati pag 187. :)
      grazie!! ciao*

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