Stephen Dobyns – Spider Web/The Invitation


Spider Web

There are stories that unwind themselves as simply
as a ball of string. A man is on a plane between
New York and Denver. He sees his life
as moving along a straight line. Today here,
tomorrow there. The destination is not so
important as the progression itself. During lunch
he talks to the woman seated beside him.
She is from Baltimore, perhaps twenty years older.
It turns out she has had two children killed
by drunk drivers, two incidents fifteen
years apart. At first I wanted to die every day,
she says, now I only want to die now and then.
Again and again, she tries to make her life
move forward in a straight line but it keeps
curving back to those two deaths, curves back
like a fishhook stuck through her gut. I guess
I’m lucky, she says, I have other children left.
The man and woman discuss books, horses; they
talk about different cities; but each conversation
keeps returning to the fact of those deaths,
as if each conversation were a fall from a roof
and those two deaths were the ground itself–
a son and daughter, one five, one fourteen.
The plane lands, they separate. The man goes off
to his various meetings, but for several days
whenever he’s at dinner or sitting around
in the evening, he says to whomever he is with,
You know, I met the saddest woman on the plane.
But he can’t get it right, can’t decide whether
she is sad or brave or what, can’t describe
how the woman herself fought to keep the subject
straight, keep it from bending back to the fact
of the dead children, and then how she would
collapse and weep, then curse herself and
go at it again. After a week or so, the man
completes his work and returns home. Once more
he gathers up the threads of his life.
It’s spring. The man works in his garden,
repairs all that is broken around his house.
He thinks of how a spider makes its web;
how the web is torn by people with brooms,
insects, rapacious birds; how the spider
rebuilds and rebuilds, until the wind
takes the web and breaks it and flicks it
into heaven’s blue and innocent immensity.

La Tela

Ci sono storie che si dipanano facilmente
come un gomitolo. Un uomo è su un volo tra
New York e Denver. Vede la vita
come se si muovesse in linea retta. Oggi qui,
domani là. La destinazione non è tanto
importante quanto la progressione in sé. A pranzo
parla con la donna seduta accanto a lui.
È di Baltimora, forse vent’anni più grande.
Viene fuori che i suoi figli sono stati uccisi
da due autisti ubriachi, due incidenti distinti a quindici
anni di distanza. All’inizio volevo morire ogni giorno,
dice, adesso invece solo ogni tanto.
E ancora una volta, più cerca di far andare avanti
in linea retta la propria vita, più la vita continua
a curvare verso quelle due morti, si curva
come un amo da pesca conficcato nello stomaco. Penso
d’essere fortunata, dice, mi sono rimasti altri figli.
L’uomo e la donna discutono di libri, di cavalli;
parlano di diverse città; ma ogni conversazione
non può far a meno di tornare sull’argomento di quelle due morti,
come se ogni conversazione fosse una caduta da un tetto
e quelle due morti fossero la terra stessa –
un figlio e una figlia, uno cinque, l’altra quattordici anni.
L’aereo atterra, si separano. L’uomo se ne va
alle sue riunioni di lavoro ma per giorni
quando è a cena o sta in giro
la sera, dice sempre a chiunque sia con lui,
sai, ho incontrato la donna più triste dell’aereo.
Ma non ne viene a capo, non sa decidersi se
è triste o coraggiosa o che altro, non riesce a descrivere
come la donna stessa lottasse per restare in tema,
per evitare che si tornasse sull’argomento
dei figli morti, e poi come fosse
scoppiata in lacrime e avesse imprecato contro stessa
e ancora, di nuovo. Dopo una settimana o giù di lì, l’uomo
porta a termine il suo lavoro e torna a casa. Ancora una volta
riprende le fila della sua vita.
È primavera. L’uomo fa dei lavori in giardino,
ripara quel che di rotto trova in giro, davanti casa.
Pensa a come un ragno tesse la sua tela;
come la tela può essere strappata da qualcuno con una scopa,
dagli insetti, dagli uccelli rapaci; a come il ragno
la ricostruisce e ricostruisce, fino a che il vento
non prende la tela e la squarcia e con un colpo la fa volare
nell’immensità azzurra ed innocente del cielo.

The Invitation

There are lives in which nothing goes right.
The would-be suicide takes a bottle of pills
and immediately throws up. He tries
to hang himself but gets his arm caught
in the noose. He tries to throw himself
under a subway but misses the last train.
He walks home. It is raining. He catches a cold
and dies. Once in heaven it is no better.
He mops the marble staircase and accidentally
jams his foot in the pail. All his harp strings
break. His halo slips down over his neck
and nearly chokes him. Why is he here?
demands one of the noble dead, an archbishop
or general, a leader of men: If a loser
like that can enter heaven, then how is it
an honor for us to be here as well –
those of us who are totally deserving?
But the would-be suicide knows none of this.
In the evening, he returns to his little cloud house
and watches the sun set over the planet Earth.
He stares down at the cities filled with people
and thinks how sad it is that they should
rush backwards and forwards as if they had
some great destination when their only
destination is death itself – a place
to be reached by sitting as well as running.
He thinks about his own life with its
betrayals and disappointments. Regret, regret –
how he never made a softball team, how his
favorite shirts always shrank in the wash.
His eyes moisten and he sheds a few tears, but
secretly, because in heaven crying is forbidden.
Still, the tears tumble down through all those layers
of blue sky and strike a salesman rushing
between Point A and Point B. The salesman slips,
staggers, and stops as if slapped in the face.
People on the street think he’s crazy or drunk.
Why am I selling ten thousand ballpoint pens?
he asks himself. Suddenly his only wish is to
dance the tango. He sees how the setting sun
caresses the cold faces of the buildings.
He sees a beautiful woman and desperately wants
to ask her to stroll in the park. Maybe he will
kiss her cheek; maybe she will love him back.
You maniac, she tells him, didn’t you know
I was only waiting for you to ask me?

L’invito

Ci sono vite in cui niente va per il verso giusto.
Il suicida mancato prende un’intera bottiglietta di pillole
e vomita immediatamente. Prova
ad impiccarsi ma rimane appeso alla corda
per un braccio. Prova a lanciarsi
sotto la metro ma perde l’ultimo treno.
Torna a casa a piedi. Piove. Prende un raffreddore
e muore. Una volta in paradiso non va certo meglio.
Lava le scale di marmo e accidentalmente
rimane incastrato con un piede nel secchio. Si spezzano tutte
le corde della sua arpa. L’aureola gli scivola giù per il collo
e per poco non lo soffoca. Perché è qui?
Domanda uno dei morti nobili, un arcivescovo
o un generale, un leader: se un perdente
come questo può andare in paradiso, come può essere
un onore per noi stare qui –
noi che più di lui lo meritiamo?
Ma il suicida mancato non ne sa niente.
La sera, torna nella sua piccola casa sulla nuvola
e guarda il sole che tramonta sul pianeta Terra.
Guarda giù, quelle città piene di persone
e pensa a quanto è triste il loro
andare avanti e indietro di corsa come se avessero
chissà quale meta quando la loro unica meta
è la morte stessa – un posto
che si può raggiungere anche stando comodamente seduti.
Pensa alla sua vita,
i tradimenti e le delusioni. Rimpianto, rimpianto –
a come non ha mai formato una squadra di softball, a come le sue
magliette preferite si restringevano sempre in lavatrice.
Ha gli occhi lucidi e versa qualche lacrima, ma
di nascosto, perché è proibito piangere in paradiso.
E tuttavia le lacrime cadono giù attraverso tutti quegli strati
di cielo azzurro e colpiscono un rappresentante che va di corsa
dal Punto A al Punto B. Il rappresentante scivola,
barcolla e si ferma di colpo come se lo avessero schiaffeggiato.
La gente per strada pensa che sia pazzo o ubriaco.
Perché sto vendendo dieci mila penne a sfera?
Si chiede. Improvvisamente il suo unico desiderio è
ballare il tango. Vede il tramonto
che carezza i freddi volti dei palazzi.
Vede una donna bellissima e vuole disperatamente
chiederle di andare a fare una passeggiata nel parco. Forse
la darà un bacio sulla guancia; forse lei ricambierà il suo amore.
Maniaco, gli dice, non sapevi
che aspettavo solo che me lo chiedessi?

Traduzione di Giovanni Catalano.

3 comments

  1. …………..
    Guarda giù, quelle città piene di persone
    e pensa a quanto è triste il loro
    andare avanti e indietro di corsa come se avessero
    chissà quale meta quando la loro unica meta
    è la morte stessa – un posto
    che si può raggiungere anche stando comodamente seduti.
    ………….
    l’affanno o del pensare d’essere vivi.

    Belle, bravo Giovanni!

    un saluto

    mm

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