Un Natale di Antonia Monanni (racconto inedito di Luigi Bernardi)

«Dottoressa Monanni, può venire nel mio ufficio?».
«Arrivo subito, capo».
Antonia Monanni aveva abbassato svelta la cornetta, prima che il Procuratore capo potesse ribadirle poco civilmente che non voleva essere chiamato capo.
Era uscita dalla sua stanza, aveva percorso il tortuoso corridoio della procura, evitando le scorciatoie che l’avrebbero di sicuro condotta a perdersi nei meandri del palazzo di Giustizia. Quando aveva bussato all’ufficio del Procuratore capo, era ormai disposta a scommettere lo stipendio di un mese sul motivo della chiamata.
Avrebbe vinto. Di lì a dieci giorni sarebbe stato Natale e, come sempre, si poneva il problema di chi avrebbe dovuto coprire il turno fra i sostituti procuratori. Le ultime quattro volte Antonia Monanni si era offerta volontaria. Non aveva una famiglia e da troppo tempo quello di Natale gli sembrava il giorno più insulso dell’anno. Meglio lavorare che restarsene inebetiti a ragionare sul senso della vita e sull’imbecillità degli uomini. Lo stesso valeva ovviamente per Capodanno. Natale e Capodanno, i due giorni più tragicamente idioti che l’uomo si fosse mai inventato.
«Si accomodi, dottoressa Monanni».
Antonia Monanni si era seduta.
«Mi scusi se vengo subito al dunque, ma ho un mucchio di arretrati da sbrigare», aveva borbottato il Procuratore capo con un tono vago di accusa, quasi che fosse stata la Monanni a volerlo incontrare e non viceversa. «Ho notato che quest’anno non si è offerta volontaria per il turno di Natale».
«Ha notato bene, capo».
«Non mi chiami capo, non lo sopporto. Quante volte glielo devo ripetere», aveva risposto il Procuratore capo innervosendo il tono della voce. Ad Antonia Monanni pareva che gli si fossero anche drizzati i capelli, per un attimo si era perduta nel pensiero dell’utilità di comandarne a piacere il movimento. Si era annotata mentalmente di sviluppare il ragionamento, due minuti dopo lo aveva già dimenticato.
«Va bene, ma non si arrabbi», aveva risposto mordendosi la lingua per non aggiungere “capo”.
«Allora?» aveva insistito il Procuratore capo, pedante.
«Allora cosa? Ah, sì, il turno. No, non mi sono offerta volontaria. Cambia qualcosa?».
«No, non cambia nulla, tanto di turno ci sarà lo stesso. In compenso la lascerò libera per Capodanno. È contenta?».
«Mettiamoci d’accordo, capo. E non s’incazzi se la chiamo capo perché è questo che è, c’è scritto pure sulla targhetta fuori dalla porta. Se faccio il turno di Natale voglio anche quello di Capodanno. Tutti e due o nessuno».
Il Procuratore capo, pur senza nascondere un’aria accigliata, non aveva ribattuto, ma si era limitato a segnare in rosso il doppio turno di Antonia Monanni sul planning tutto scarabocchiato che teneva sotto gli occhi per poi congedare rapidamente la sostituta con un gesto eloquente della mano. “Stronzo”, aveva bofonchiato la Monanni uscendo dall’ufficio.
Il turno di Natale sarebbe una pacchia se i poliziotti e i carabinieri non fossero più incazzati del solito. Antonia Monanni li capisce. Quasi tutti hanno una famiglia con la quale festeggiare, una fidanzata, qualcuno che permetta loro di sopravvivere incolumi alle festività. Non come lei che ha giusto un gatto che fatica a distinguere il giorno dalla notte, visto che non fa altro che dormire e reclamare i suoi croccantini preferiti. Natale la fa diventare più perfida del dovuto. Loro incazzati, lei perfida, una malaugurata convergenza che ogni volta che si verifica genera aneddoti sui quali il palazzo di Giustizia vive di rendita per un buon paio di settimane. La condizione necessaria è che qualcuno si metta in testa di compiere un crimine il giorno di Natale, proprio in quella città, sotto la giurisdizione di Antonia Monanni. Le probabilità sono scarse, ma credere alle statistiche è come condannarsi alla ritorsione.
Si è svegliata presto, come al solito. Ha riordinato malamente casa. Per l’ennesima volta si è ripromessa di chiamare un’agenzia specializzata perché non è più rimandabile una pulizia in grande stile, soprattutto ai vetri e in cucina. Non lo farà dato che puntualmente dimentica ogni decisione alla quale non può dare seguito immediato.
Finito di sistemare, sente il bisogno di un bel bagno, si fa il terzo caffè che beve a piccoli sorsi mentre si è già adagiata nella vasca, dove non manca di fumarsi anche un paio di sigarette. Si lava, si asciuga, si pettina, indossa dell’intimo raccolto a caso dal cassetto, un paio di pantaloni pesanti e un maglione. Si sdraia sul divano e si mette a leggere un libro. Si augura che, se proprio deve accadere qualcosa, almeno avvenga prima dell’ora di pranzo, così non dovrà neppure pensare al cibo, accontentandosi di mangiare qualcosa dove capita. Il libro ha una storia avvincente ed è ben scritto, se va avanti con quel ritmo di lettura lo finirà prima di mezzogiorno.
Finalmente qualcuno ha avvertito la necessità di pubblicare un’edizione decente dei romanzi di Rex Stout con Nero Wolfe, i suoi gialli preferiti anche nelle traduzioni malconce in cui era stata costretta a leggerli in passato. Le mancano trenta pagine per finire il primo della serie, quando il telefonino si mette a pigolare con quella sua suoneria fastidiosa che ogni volta si ripromette di cambiare. Risponde. Sono i carabinieri. La informano che in caserma si è presentato un tipo. Sostiene di avere ammazzato una donna, il cadavere, come se volesse tenerlo sott’occhio, lo ha ficcato nel bagagliaio della sua station wagon, posteggiata proprio davanti al portone della caserma. Antonia Monanni si fa dare l’indirizzo che peraltro già conosce, ringrazia tra sé e sé il presunto omicida per averle tolto il peso di dover preparare il pranzo, e comunica che arriverà in venti minuti.
L’assassino è uno degli uomini più brutti che Antonia Monanni abbia mai visto. Di statura largamente inferiore alla media, poco più di un metro e mezzo, i capelli stopposi che sembrano appiccicati con la colla, la corporatura sgraziata che si indovina sotto un cappotto pesante lungo fin quasi ai piedi. La cosa peggiore è comunque la faccia, che si restringe a forma di muso di topo sotto due occhi da rospo, enormi e sporgenti. Ha detto di chiamarsi Egisto Diotallevi e dev’essere il risultato di chissà quanti incroci genetici sbagliati. Più che a un uomo piccolo fa pensare a un nano grande. Ha cinquant’anni, risulta celibe, residente in un paesotto della campagna.
Il cadavere è vestito e in ordine, a esclusione del sangue che ha inzuppato tutti i vestiti, i pantaloni, uno strato di tre fra maglie e maglioni, un giubbotto. È una donna di quarant’anni, di cittadinanza moldava, alta circa un metro e settanta, corporatura energica. Sul volto le è rimasta un’espressione dura, quasi di sfida. Dal giubbotto emerge il manico di un coltello da cucina, la lama è tutta piantata nel costato. Dev’essere morta all’istante.
Come un ometto di venti centimetri più basso di lei abbia potuto accoltellarla in pieno petto, e poi caricarla cadavere nel cofano della propria auto, è una dinamica che Antonia Monanni non riesce a spiegarsi. Prova a scherzarci su con i carabinieri, ma quelli sono tutti incazzati per via del Natale. Non le rimane che interrogare il reo confesso, che l’aspetta nell’ufficio del comandante.
«Mi fa portare un panino e una bottiglietta di acqua naturale dal bar?» chiede all’appuntato, mentre rientra in caserma dopo avere salutato il medico legale, arrivato in ritardo e con una faccia che non aveva bisogno di spiegazioni.
«E perché non un bel piatto di tortellini?» replica acido l’appuntato. «È Natale, non c’è neanche un bar aperto. Se vuole un caffè c’è la macchinetta, ma ci vogliono gli spiccioli e non dà il resto», e abbassa la testa fingendo di dover scrivere qualcosa d’importante su un foglio. “Stronzo”, bofonchia Antonia Monanni avviandosi lungo il corridoio.
Detesta gli uffici dei carabinieri. Sanno di vecchio, ci sono mobili che devono aver sentito parlare di qualche guerra, pareti che da decadi reclamano una tinteggiatura, pavimenti dai quali esalano zaffate di muffa, per non parlare di quella interminabile fila di calendari, appesi diagonalmente uno dopo l’altro, che vorrebbe stracciare, mese dopo mese e anno dopo anno, come fa con i libri che detesta.
La poltrona dietro la scrivania è di pelle logora, in alcuni punti sembra smangiucchiata dai topi. Antonia Monanni si siede con circospezione, quasi tema di essere addentata da un roditore nascosto sotto il rivestimento sbrindellato. L’uomo è in piedi di fronte a lei. Ai suoi lati due carabinieri dall’aria vagamente divertita, forse perché lo sovrastano di una trentina buona di centimetri. Gli hanno permesso di togliersi il cappotto. Il corpo magro e sgraziato sembra troppo piccolo persino per l’abito che indossa, un completo grigio chiaro che ricorda, anche nella taglia, quelli dei bambini che fanno la prima comunione. La Monanni non riesce a tenergli gli occhi addosso per più di un istante. Distoglie lo sguardo per il disagio, ma anche per il timore di scoppiare a ridere. Ha il presentimento di che si troverà di fronte alla storia più sconclusionata della sua vita, tanto vale cominciare a dipanarla. Apre la borsa, estrae i documenti che dovrà compilare, punta i gomiti sulla scrivania, parla fissando un punto imprecisato della parete di fronte a lei.
«Mi racconti cos’è successo, dall’inizio», chiede annoiata all’uomo.
«L’ho ammazzata perché cercava di violentarmi», risponde Egisto Diotallevi senza alcuna emozione.
«Questa è la fine. Io le ho chiesto l’inizio», incalza Antonia Monanni. S’immagina la scena evocata dall’uomo e fatica a trattenere il sorriso.
«L’inizio è che ha provato a violentarmi».
«Mi racconti come».
«Così, come si violentano le persone».
«L’ha baciata?»
«No, per carità, con quella bocca marcia che aveva».
«Allora l’ha toccata?»
«Sì».
«Dove?»
«Dappertutto».
«Va bene, dappertutto. Ma da qualche parte avrà pure cominciato?».
«Mi ha tirato per un braccio».
«E poi?»
«E poi continuava a tirare».
«Tirare una persona per un braccio non significa violentarla».
Sembra di essere in una recita di teatro dell’assurdo. Antonia Monanni teme di rimanerne prigioniera. Si stiracchia sulla poltrona come farebbe su quella del suo ufficio. Ricorda dov’è, evoca l’immagine del roditore in agguato, fa un balzo per ricomporsi. Da come parla e dalla tranquillità che esprime, Egisto Diotallevi non sembra appartenere a questo mondo. Meglio provare a dargli una collocazione.
«Che mestiere fa, signor Diotallevi?».
«Lo speaker alla stazione ferroviaria».
«Non usano le voci registrate?».
«Non hanno capito niente, la gente vuole una voce vera come la mia».
«Questo non glielo so dire».
«Appunto, lasci che glielo dica io».
«Non mi sfidi, signor Diotallevi, non mi conosce abbastanza. Allora, lo fa o no lo speaker?»
«Quando serve».
«E quando serve?»
«Quando si rompe l’impianto oppure ci sono delle emergenze, tipo un treno che viene deviato su un altro binario».
«Quindi è la sua quella che ogni tanto sento in stazione. Ha una bella voce, veda di usarla per raccontarmi una storia convincente».
A dispetto del corpo sgraziato e della faccia da topo, Egisto Diotallevi ha effettivamente una bella voce, oltre che una dizione chiara e una proprietà di linguaggio che non di rado Antonia Monanni ha riscontrato negli assassini. Evita di portare il pensiero alle conseguenze estreme, alle conclusioni sul malessere psichico dell’uomo contemporaneo, ragionamenti inutili e ormai talmente banali che hanno fatto breccia persino nei salotti televisivi. Si concentra sull’interrogatorio. Rimane per un minuto in silenzio, gli occhi sempre fissi sulla parete di fronte.
«Le ha toccato i pantaloni?» domanda come risvegliandosi da un sogno.
«Sì». Diotallevi non si fa prendere di sorpresa. Sembra pronto a un’altra schermaglia.
«Dove?»
«Dappertutto».
«Magari si è pure chinata e ha controllato che non ci fosse polvere nei risvolti».
«Questo no».
«E allora dove?»
«Sul sedere».
Sono eoni che Antonia Monanni non sente usare la parola sedere per indicare il culo.
«Sul culo, vuole dire?»
«Non sia volgare».
Antonia Monanni è come attraversata da una scarica elettrica che fulmina in un istante tutti i relais della pazienza e dell’etica professionale. È un’onda lunga che le scaraventa addosso canzoncine sceme, babbi natali appesi ai muri dei palazzi, scambi di auguri dai contenuti vuoti e risibili, la mania recente di aggiungere un “davvero” a ognuno di essi, degradando il valore di tutti quelli che li hanno preceduti. Natale è il giorno in cui la viltà può mostrare il volto tronfio dell’ipocrisia. L’espressione le si trasforma in un ghigno cattivo, gli occhi in spade fiammeggianti pronte al combattimento finale. I due carabinieri rimasti nella stanza, che fin lì avevano assistito all’interrogatorio senza mostrare la minima attenzione, si danno di gomito.
«Insomma, le ha aperto i pantaloni o no? Le ha tirato fuori il cazzo e si è messa a menarglielo o no? Si è inginocchiata e lo ha preso in bocca? Era vestita o nuda? Ha provato a infilarsi il suo coso nella figa?».
«Si calmi».
«Si calmi un cazzo. Ha ammazzato una donna che con ogni probabilità non le ha fatto niente di male e viene qui a dirmi che devo stare calma?».
La scarica elettrica che aveva attraversato Antonia Monanni sembra colpire anche Egisto Diotallevi. L’effetto è contrario. Abbassa la testa. I suoi enormi occhi di rospo non cercano più di sfidare quelli della donna che gli sta di fronte, li evitano come una maledizione a cui sanno di non essere più in grado di sottrarsi.
«Non è vero che aveva la bocca marcia», mugola con un tono di voce flebile, a tratti tremolante.
«Quindi vi siete baciati?».
«Ieri».
«Ieri vi siete baciati e oggi l’ha ammazzata. Cos’è successo di tanto grave fra una cosa e l’altra?»
«Ieri abbiamo fatto anche l’amore».
«Entrambi consenzienti suppongo. Quindi la storia della violenza era una bugia?».
«Sì, come quella che aveva la bocca marcia».
«Ieri avete fatto l’amore, stavate bene, suppongo. E allora perché oggi l’ha ammazzata?»
«Voleva che la sposassi».
«Bastava che le dicesse di no, sarebbe stato più che sufficiente».
«Lo dice lei».
«Mi dica dov’è che sbaglio».
«È rimasta incinta».
«Ieri avete scopato e oggi è venuta a dirle che era rimasta incinta e pretendeva che la sposasse?».
«Abbiamo fatto l’amore, non abbiamo scopato».
«Cambia poco, vada avanti».
«Ieri abbiamo fatto l’amore, questa mattina è venuta a casa mia pretendendo che la sposassi perché era rimasta incinta».
«E lei le ha creduto?»
«Certo che le ho creduto, se me l’ha detto doveva essere vero».
Antonia Monanni aggiunge un altro movente impossibile alla sua collezione personale, peraltro già ricca. S’impone di fare su internet qualche ricerca su cosa i maschi sappiano della gravidanza, dei suoi tempi, di come determinarla. Dopo neanche cinque minuti dimenticherà anche questo proposito.
«L’amava?» chiede.
«No, mi piaceva».
«Non abbastanza da sposarla».
«No, non abbastanza da sposarla».
«Così l’ha uccisa, perché non l’amava abbastanza da sposarla».
Egisto Diotallevi scoppia a piangere, forse per il rimorso, forse perché non sopporta più quella conversazione che l’ha messo alle corde. Strilla come un bambino che fa i capricci, lì dentro non c’è nessuna madre in grado di calmarlo.
Antonia Monanni lo guarda con un’espressione di sufficienza. Ha smesso da tempo di provare pietà per gli imbecilli. Compila il rapporto dell’interrogatorio, lo fa scivolare sulla scrivania fin davanti all’uomo che intanto si sta soffiando il naso.
«Firmi qui. C’è scritto che ha ucciso la signora Maria Urechean colpendola con una coltellata al petto. Per tutto il resto ci rivedremo al prossimo interrogatorio nel quale sarà assistito dall’avvocato che nominerà come suo difensore».
Egisto Diotallevi prende la penna e firma senza neppure leggere. Subito dopo ricomincia a piangere, le piccole spalle curve scosse dai singhiozzi.
«Portatelo dentro», ordina Antonia Monanni ai due carabinieri. «Ecco la convalida dell’ordine di arresto».
«Ma è Natale, quest’uomo non potrebbe far male a una mosca. Riportiamolo a casa, lo terremo d’occhio, le promettiamo che non scapperà».
«Non rompetemi il cazzo anche voi. Qualche giorno di carcere preventivo non ha mai ammazzato nessuno», sbotta la Monanni, esce dalla stanza, si precipita all’aperto e subito si accende una sigaretta. Sente lo schiaffo del freddo. Ha dimenticato di mettersi il giaccone. Fa per rientrare.
«Spenga la sigaretta, è vietato fumare in caserma», le dice l’appuntato di guardia.
Potesse, Antonia Monanni farebbe arrestare anche lui.

 

[Questo è un racconto inedito. Le altre storie di Antonia Monanni sono raccolte nel libro Niente da capire, Perdisa Pop, 2011]

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