Andrea Accardi, Inediti

LA COLPA

Ho sognato di avere una colpa.
Avevo fatto a qualcuno qualcosa,
da qualche parte, in qualche tempo.
In una grande stanza ossequiosa,
uguale a mille altre stanze
di uffici, consolati, conventi o ambasciate,
tutte le persone che avevo conosciuto nella vita,
se pure tra loro sconosciute,
mi indicavano col dito,
indicavano proprio me,
tra tutti i colpevoli
il più colpevole che c’è.
Io mi disperavo,
domandavo perdono,
se ho fatto qualcosa, non c’è stata volontà,
e se c’ero dormivo buono buono.
Visto che le facce diventavano minacciose,
rinunciai ad ogni coraggio:
“È stato K., l’ho visto,
si è trasformato in scarafaggio
ed è scappato sotto la porta.”
Così rassicurati, cominciarono ad uscire,
lentamente, come un corteo di paese.
Ma sentivo che sarebbero tornati,
o almeno così speravo,
perché senza quella colpa addosso
non avrei avuto più scuse.

UOMINI

Visitando l’antica colonia penale
sei entrata dalla porta in ferro
passando di traverso.
Penso che molti un tempo
hanno provato inutilmente
il passaggio inverso.
Mi chiedo quante volte un nostro gesto
senza saperlo è il contrario di un’altra vita.
E quante entrate occorrono
per immaginare finalmente l’uscita.

 

 

Tutta la vita ti abbiamo accarezzata,
per addolcire le tue rughe da bambina.
Tutta la vita, e qualcosa di più,
ad ascoltare parole ormai scelte alla rinfusa,
che pure in qualche modo capivamo,
come di un gatto si capiscono le fusa.
Sei stata la barca che affronta la notte da sola;
poi, appena un fazzoletto nascosto tra le lenzuola.
E oggi che ti trovo dentro una scatola,
con i ricci belli che mi hai lasciato,
con le scarpe brutte che ti hanno messo,
muori anche di noia in mezzo alle preghiere.
Ma cosa c’entra tutto questo con le nostre vite?
Io bambino tornavo dalle isole,
e nella cucina fatta isola c’eri tu,
già presa dagli odori inesauribili di un’infanzia che non si arrende.
Altro che visioni mistiche, signor prete,
altro che l’incenso evaporato…
Arriveranno uomini vestiti di nero,
staccheranno il telefono, fermeranno le persiane,
imballeranno l’isola per portarla via.
Generoso era il tuo mondo,
ed era bello aspettarti mentre ci aspettavi,
percorrere la strada come in volo,
distinguere un sorriso dietro un vetro,
confondere le Orse in mezzo al cielo.
E tirando il filo delle estati e dei Natali accesi,
seduta al tuo posto ancora ti rivedo,
col freddo o col caldo sfregarti le mani,
seguire una nave che passa lontana,
e cuce di schiuma la terra ed il cielo,
oltre il filo dei panni stesi,
e le foglie sparse dagli anni che volano,
mentre tu rimani.

 

 

VIALE DEGLI ESTINTI

Mais où sont les neiges d’antan? (Villon)
Ma i dinosauri, dove sono andati a finire? (Enzensberger)

 

Ma dove sono i dinosauri di una volta?
Denti, becchi, nitide chiglie,
indizi di piume, code a riposo,
fili della luce sullo sfondo, vulcani di matita,
scie di cometa, carte che volano,
visitatori che affrettano il passo
e aprono di colpo un ombrello.

E i cavalli rovesciati sull’erba, sottovento,
adesso che c’è solo erba e vento
vicino alla città che ha il nome colmo d’acqua,
e nessuno chiede più dei cavalli,
e la Storia di tutti si confonde
con la memoria di ciascuno.

I ricordi somigliano ai viali di Erice,
percorsi la sera tra lampade accese,
il tuo rimprovero senza pretese
per un futuro diventato già pietra,
isole lontane perse in dissolvenza,
e un mare di nebbia che sommerge le case.

La memoria va in piena, straripa.
Come cavalli e dinosauri
diventi pure tu una leggenda.

Perchè la misura dell’acqua trabocca
anche nei secchi, nei pozzi, nelle vasche da bagno,
si disperde in rivoli sotto ponti di legno,
brilla al sole tra canne storte,
pulsa negli acquedotti al buio,
annega insetti, talvolta persone,
si placa infine nelle piscine di sera
sotto teloni lucidi, viola o arancioni.

 

TOPOLOGIA

 

Abbiamo fili di ragno sopra la testa,
iridati e sottili,
il corpo scuro dell’insetto in controluce,
immobile e apparentemente preso
nella sua stessa rete.

C’è una ragnatela nella sala d’aspetto
tra il muro e la finestra.
Sale dalla strada uno schianto di ferraglia,
si muove all’improvviso l’insetto
tra i punti in cui si annoda la sua maglia.

Guarda dove l’ordito è più fitto,
dove si perde il conto dei fili,
non basta un colpo con il dito
a separare il muro dal soffitto.
Il ragno d’altronde non sa
che aspetto ha la sua rete dal basso.

Cercati là in mezzo, anima e carcassa,
sogni da sempre di essere tu
il bandolo preciso della matassa.
Ma in quel congegno di fili
dove al senso sfugge ogni segno
occupi soltanto e per sempre
il posto del ragno.