Paolo Triulzi – Chirurgia estetica – racconto

Chirurgia estetica.

«Sei proprio sicura Marianna?». «Assolutamente sì!». «Questo sarebbe il quarto intervento…». «Lo so.». «Quello che mi chiedi oggi sarà più complicato di tutti gli altri…». «Conosco già i rischi». «Non preferiresti una bella taglia di reggiseno in più?». «No. Ho detto che voglio intervenire sul mento. Sono irremovibile.». «Ti rendi conto che per limare il mento ti dovrò letteralmente scollare la faccia?». «Sì, ma è l’unico modo.». «Per fare che cosa, scusa?». «Per vedere se la situazione della mia fronte migliora. Non vorrà mica operare le ossa del cranio, no?»

Il dottor Bagorscik, conoscendo la signorina Marianna Alteri da diversi anni ne conosceva bene anche il temperamento. A sedici anni Marianna aveva ottenuto dai genitori il permesso, oltre che il denaro, per correggere un difetto al quale lei imputava grande responsabilità nel disagio adolescenziale di cui era vittima. Marianna aveva le orecchie a sventola e nessuno ci poteva fare niente. Tranne il dottor Bagorscik, amico di famiglia e compagno di golf dei signori Alteri.

Dato che si trattava solo di lavorare su della cartilagine inerte, il dottore aveva rincuorato i signori Alteri allargando le braccia come chi dice: “ma sì glielo compri pure il motorino, è una ragazza coscienziosa, dopotutto!”. L’operazione infatti fu una cosa da nulla, smaltita durante i quindici giorni di vacanze invernali, o poco più.

In seguito, al raggiungimento della maggiore età,la Marianna, come regalo di compleanno, pretese la rinoplastica. «Ma Mari, amore, il tuo naso è perfetto!». Si oppose stridula la signora Alteri. «Mamma non dire stronzate, è una casa! Adesso che posso firmare io me la dovete far fare l’operazione. Ho diciotto anni: non voglio morire cessa!». La discussione, articolata per altro su pochi altri argomenti, consumò le battute finali su di un tavolo da pranzo del circolo Tre Pini.

Bagorscik assicurò al signor Alteri che così fan tutte, che i rischi concreti approssimano lo zero. In definitiva il dottore si impegnava a seguire personalmente il caso della giovane Marianna e a trattare costei con la cura che avrebbe riservato alla sua stessa figlia. «In fondo», disse Bagorscik, «la ragazza è maggiorenne e deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità». La signora Alteri ebbe difficoltà a prendere sonno per un paio di notti, problema superato grazie a una ventina di gocce di Tavor, e Marianna ebbe il suo nuovo naso. Operazione a fine di giugno, convalescenza tutto luglio, in agosto abbronzatura di rito e a settembre il nuovo naso fu pronto per la stagione lavorativa, perfettamente integrato.

A vent’anni Marianna Alteri desiderò di gonfiarsi le labbra. Solo leggermente. Non una bocca da troione, ma un canottino di salvataggio per un broncio irresistibile. «È ora, del resto, che io diventi più donna». Questa volta telefonò personalmente a Bagorscik il quale paternamente le domandò: «Le vuole al silicone o di tessuto naturale?». «Il naturale significa che mi espianta della ciccia dalle natiche e me la inietta nelle labbra?». «Più o meno». «No grazie, io non ho ciccia nelle natiche: il mio corpo è perfetto. Le voglio al silicone». «Ottima scelta Marianna, i derivati di silicone di ultima generazione sono assolutamente anallergici, traspiranti e preferibili per duttilità e affidabilità persino allo stesso adipe umano». Il problema economico non era ormai più tale dato che i genitori avevano aperto perla Mariannaun conticino bancario privato per le necessità personali.

A ventiquattro anni, ora, Marianna ha terminato gli studi, sta lavorando part-time presso lo studio di un amico di famiglia in attesa di partire alla volta di un università straniera e conseguire un certo Master. Comunque, l’amico dei suoi genitori che Marianna continua a preferire fra tutti è il cortese, ponderato ma resoluto dottor Bagorscik.

«Posso domandarti, Marianna, per quale motivo ritieni di intervenire sul suo mento?». «Per risolvere il problema rappresentato dalla mia fronte». «E quale sarebbe questo problema?». «Ma è cieco Doc? Ho la fronte bassa come un neanderthaliano ma, che io sappia, non si può alzarla chirurgicamente perciò ho deciso di rimpicciolire la parte bassa del mio volto in modo da far risaltare quella alta.». «Ho capito… E mi sapresti dire perché ha deciso di sottoporti a quest’operazione proprio ora, in questo preciso momento della tua vita?». «Lo sviluppo l’ho finito, ormai così come sono mi devo tenere e non va bene. Fra poco andrò all’estero a specializzarmi e a lavorare. Devo essere al massimo, devo essere perfetta, questo è indi-spensabile. Capisce?». «Sì. Un’ultima domanda: riesci a ricordare quante volte hai cambiato colore di capelli diciamo nell’ultimo anno?». «Cosa c’entra questo? Comunque non lo ricordo: a ogni tinta cambio colore». «E quante volte hai cambiato guardaroba negli ultimi anni?». «Ogni stagione. Vuol sapere anche quante paia di scarpe ho nell’armadio?». «No, voglio solo avvisarti sin da ora che tu esattamente fra due anni tornerai da me. Vorrai farti limare o gonfiare gli zigomi, cominciare un ciclo di applicazioni anti-invecchiamento al botulino o forse avrai scoperto che in fondo si può intervenire sulla fronte o quanto meno sulle orbite.».

Bagorscik prende fiato e, sprofondato nella poltrona grande e scura, resta ad osservare per qualche secondo la sua paziente. Marianna presa alla sprovvista, prima dal discorso del dottore e ora da questo silenzio e dall’assenza di conclusioni, si agita sulla sedia e fruga nella micro borsetta.

«Vuol dire che non mi opera? Pensavo fosse dalla mia parte dottore… Lei ha sempre capito, lei ha sempre convinto i miei genitori…». Marianna annaspa. Si sente già perduta. Solo di Bagorscik si fida, lui è come un padre ma più brillante, più superumano. Ha paura di doversi tenere quel mento deciso, quella fronte dall’attaccatura bassa. O peggio: di rivolgersi a un altro chirurgo.

«Io voglio dire, signorina Alteri, che forse sei vittima di una mania…». «Non mi opera allora!?». «… dico forse, Marianna, forse. Ma anche se così fosse sono io che ti ho portata fin qui, sono io che ti ho operata fin da quando avevi sedici anni, sono io il tuo creatore Marianna, forse più ancora di tuo padre!». «E allora? Allora?». «Allora mi sento in dovere di aiutarti, perché ho la precisa responsabilità di non abbandonarti a te stessa. E non lo farò, Marianna, non lo farò. Ora che vedo chiaramente come stanno le cose te lo voglio dire: io ho la possibilità concreta di porre fine a tutti i tuoi problemi.». «Anche la fronte?». «Anche gli zigomi, Marianna, anche i denti, tutto, tutto!».

Marianna sorride, ride anche, non si trattiene. È tutta agitata, tutta confusa. Sente un mare di possibilità aprirsi davanti a lei. È eccitata, curiosa, pronta a tutto. È proprio dove Bagorscik la voleva.

Poi c’è un po’ di pantomima: lei chiede finalmente: come? Lui si finge reticente e le dice che no, che non doveva parlare… Che in realtà una tecnica c’è ma è solo sperimentale. Che le limerà il mento e basta. Ma lei ormai è incuriosita e lo prega, lo supplica di dirglielo, almeno di dirglielo. Allora Bagorscik riprende contegno e spiega:

«Si tratta di una tecnica che accoppia la chirurgia alla cosmesi. In poche parole si fa del viso una superficie morbida, le ossa vengono frollate con un procedimento di cui ti risparmio i dettagli. Nella pelle vengono impiantati frammenti di tessuto sintetico altamente reagente a determinati composti.». Il dottore gesticola. Con le dita plasma forme invisibili nell’aria. «Quindi, Marianna, ti verranno dati dei cosmetici. Dei trucchi di tutti i colori e tutte le sfumature. Tu non dovrai far altro che imparare ad usarli sul tuo volto perché questo prenda la forma che tu gli vuoi dare. Ogni sostanza cosmetica, crema, ombretto, rossetto, interagisce con la pelle sintetica del tuo viso. Imparando a combinare le sostanze puoi ottenere prati-camente qualunque faccia. Ti rendi conto?».

«Lo voglio fare dottore, mi operi, è la cosa più fantastica che abbia mai sentito. Lo voglio fare!». «Ma certo che lo vuoi fare cara, ma certo. E lo faremo… ma è una ricerca estremamente riservata, capisci?». «Sì, certo. Non ne parlerò a nessuno. Ora che vivo sola poi non lo saprà nessuno! Quando si fa?». «Quando vuoi tu. Ma prima voglio che vai a casa e ci pensi bene, che ripensi a tutto quello che ci siamo detti. Poi, quando sei pronta, mi chiami e ti ricoveriamo una settimana.». «Sì, sì, dirò che sono in mare aperto e non prende il cellulare.». «Marianna… vai a casa e pensaci. Fra qualche giorno ci risentiamo. In ogni caso ricorda che possiamo fare benissimo solo il mento».

Marianna, lasciato lo studio del dottor Bagorscik, si precipita nell’appartamento che i genitori le hanno preso quando si è laureata, perché avesse la propria indipendenza, e prepara una valigia per stare fuori una settimana. Quindi fa un giro di telefonate. Avverte amiche, datore di lavoro e genitori che passerà una settimana in barca a vela con vecchi amici della cui identità nessuno si interessa. L’ultima telefonata è per Bagorscik. «Dottore? Sono Marianna Alteri.». «Sì, cara. Sai dove venire? In clinica, non in studio. Vieni con la tua macchina? Vuoi che ti mandi a prendere? Perfetto, a fra poco allora.».

Marianna entra in clinica tutta gasata. Non ha paura, lei è esperta di operazioni. Le danno una stanza singola parecchio confortevole. Sembra di stare in albergo invece che in ospedale. Bagorscik le tiene compagnia durante tutta la serie di esami a cui la sottopongono. Lui le infonde sicurezza. Ora non accenna più a dubbi o rischi. Parla solo di vantaggi e progresso tecnico. Marianna è allegra, sistema le flebo da sola e si aggiusta la mascherina. A sera è pronta. Le hanno tagliato un po’ i capelli ma questo, ha detto Bagorscik, è l’unico prezzo da pagare. Anche l’operazione è gratis, pagata dai fondi per la ricerca. Marianna, eccitata e sedata, si addormenta ed entra in sala operatoria. Bagorscik lavora sul suo viso tutta la notte.

L’operazione riesce un successo, dice il dottore. Marianna è bendata e contenta, non vede l’ora di scartare il suo nuovo viso. Mentre i giorni passano, le fanno molti esami. Una dottoressa, una psicologa, va da lei tutti i giorni e la trova sempre di ottimo umore. La psicologa annuisce molto e sorride poco. Fa domande in continuazione, certe poi non c’entrano veramente con niente. Marianna risponde lo stesso, sempre allegra. La psicologa scrive in fondo alla relazione per Bagorscik: “La paziente n. 0 sembra non aver preso  coscienza.”. Marianna sente un po’ male al volto ma le dicono che è normale, di non toccarsi assolutamente con le mani e le fanno molti impacchi freddi sopra le garze. Bagorscik dice che tutto sta andando a meraviglia. Marianna gli crede e passa le giornate con due truccatrici professioniste che le svelano i segreti del make-up. Sapere truccarsi sarà fondamentale per poter utilizzare la nuova faccia. Sarà indispensabile per avere una faccia. Arriva il gran giorno. Bagorscik in persona le toglie le bende per ammirare il suo capolavoro. Appena viene rimosso l’involucro nella stanza cala il silenzio.Le infermiere fanno delle facce strane, la psicologa neanche respira, Marianna è confusa ma Bagorscik grida: “È un successo  completo!». Le infermiere, le truccatrici e la psicologa battono piano le mani. Marianna si vede nello specchio sul muro, vede una maschera bianca priva di lineamenti. Pensa che debbano ancora togliergliela. Poi Bagorscik le dice: «cosa ne pensi?». Allora lei si tocca e sente che adesso è quella la sua faccia. Non fa in tempo ad alzare gli occhi sul dottore che è svenuta. Bagorscik estrae dalla tasca una foto di Marianna prima, la dà alle truccatrici e ordina: «fatela diventare così.».

Marianna Alteri, ritornata a casa, si mette subito a sperimentare. Per prima cosa, pensa, limiamo il mento, e si passa della crema sull’ossatura della mandibola e sulla punta del mento. Miracolosamente tutta la parte inferiore del viso rimpicciolisce, come fosse gonfiabile. Marianna pensa che così va meglio ma bisognerebbe gonfiare un po’ le labbra. Allora si da del burrocacao e poi un rossetto delicato. È quasi soddisfatta, solo che la fronte è ancora un po’ poco spaziosa. Ci spalma sopra una specie di crema anti età e poi del fondo tinta e la fronte si allarga e diventa perfettamente tonda, lievemente bombata. Come lei l’ha sempre voluta. Marianna è al settimo cielo, inaugura il suo nuovo viso con un giro per negozi con le amiche.

Tutti la trovano estremamente in forma. Dicono che la settimana in barca le ha fatto bene e se non è per caso innamorata. A più di una cara amica viene in mente, e non mancherà di insinuarlo per telefono con altre care amiche, chela Mariannaè andata in realtà  a trovare il dottor Bagorscik, ma nessuno indovina esattamente per che cosa.

Il dottore chiama Marianna tutti i giorni. Si accerta, fa domande, si preoccupa. Allora Marianna civetta e ride e pensa che il dottor Bagorscik è l’uomo più affascinante che conosca. Se solo fosse un po’ più giovane. E poi è un genio della chirurgia estetica, le ha fatto il più grande regalo che potesse desiderare. L’unico inconveniente è quello che ogni mattino bisogna perdere molto più tempo per truccarsi e alla sera molto di più a struccarsi. In quei momenti, soprattutto la sera, Marianna non ama guardarsi nello specchio. Quando i batuffoli di cotone rimuovono il trucco si vede il viso tornare così neutro, come una cera dell’orrore. Marianna fa finta di avere una maschera di bellezza e ogni mattina si rimette all’opera con slancio.

Una sera Marianna è invitata a una festa in una discoteca in centro. Si guarda e non trova di avere un aspetto festaiolo, si sente pochissimo danzatrice. Si siede davanti ai suoi trucchi e li guarda malinconica. Poi lo sguardo si ferma sulla copertina dell’ultimo numero di Vogue. Marianna è folgorata. Ripensa alle lezioni delle truccatrici. Si lega i capelli e comincia a lavorare. Dopo tre quarti d’ora di tentativi, abbozzi, correzioni, Marianna assomiglia alla modella in copertina. Potrebbe esserne la sorella. Fortunatamente gli occhi sono sempre i suoi e anche i capelli. Marianna esce, guida, il suo nome è sulla lista, il buttafuori non fa domande. Ci mancherebbe, Marianna è da mozzare il fiato. Passa la serata. Nessuno dice niente. Sembra che la gente la riconosca, ma qualcuno le parla in inglese, lei comunque non ha problemi a rispondere nella stessa lingua. Gli uomini nei suoi confronti sono molto più galanti del solito e a fine serata non ha pagato neanche una consumazione.

Così inizia la doppia vita della signorina Alteri. Di giorno, per lavorare, si trucca da se stessa versione migliorata. Di sera, dipende da cosa deve fare. Per una cena formale si orienta su di un tipo di bellezza più algida. Per un party in giardino preferisce qualcosa di più sensuale e morbido. Per un compleanno in un locale alla moda si dona tratti duri e seducenti. Se deve presenziare a un’inaugurazione si ispira a un modello acqua e sapone ma con qualche dettaglio esotico. Poi ci sono le cene intime e in tal caso tutto dipende dalla persona che deve incontrare e dal ristorante in cui bisogna andare. Nel tempo libero Marianna si allena. Tira fuori i numeri vecchi di riviste di moda e gossip e si cimenta con varie facce. In due mesi ha già ripercorso tutti gli anni novanta e sta pensando di cercare arretrati per specializzarsi nei settanta/ottanta, che sono appena tornati di moda.

Marianna è all’apice della felicità. Il suo aspetto può finalmente rispondere ai suoi desideri, e a quelli degli altri, alla velocità con cui questi si formano. Non deve più invidiare nessuno. Non deve più guardarsi allo specchio con senso di frustrazione, basta una passata di crema per ingrandire o rimpicciolire. Può persino concedersi il vezzo di un neo, se vuole. Può creare una lieve imperfezione, se quel giorno si sente naif. Forse può anche invecchiarsi o ringiovanirsi, non lo sa, deve chiedere a Bagorscik la prossima volta.

Il buon dottore non la chiama più tutti i giorni. Marianna si sente diventata grande e lo va a trovare in studio quella volta al mese, quando capita. Poi, un giorno, arriva una lettera. La chiamano dal college americano. Deve andare a prendere visione della struttura, possesso di un alloggio e incontrare qualche tutor. Marianna decide di partire la settimana successiva, così può fare i bagagli con calma. Sceglie con cura i vestiti, ne porta almeno due per ogni possibile occasione. Deve pensare anche a portare qualche documento scolastico per mostrare la sua brillante carriera di studentessa. Si mette a frugare nell’armadietto in cui conserva tutte le cose di scuola, dall’asilo all’università. Marianna cerca, cerca. Certificati, attestati. Inevitabilmente le capitano in mano quaderni, diari, fotografie. Si sofferma, legge, riguarda con tenerezza i ricordi di quand’era bambina. Si vede in foto da piccola, poi sempre più grande. Fino a trovare una foto con due amiche dell’università. Marianna ricorda: si era appena gonfiata le labbra. Le viene un pochino da piangere ma le hanno rimosso i condotti lacrimali, Bagorscik ha detto che era indispensabile. Marianna alza la testa e si vede nello specchio: attualmente assomiglia a quell’attrice che ha fatto quel film di successo l’anno scorso. Un po’ indispettita si strucca. Avverte l’esigenza di avere la propria faccia in quel momento. Se no, sembra di guardare le cose di qualcun altro. A memoria si applica le dosi di vari cosmetici. Poi si guarda nello specchio, poi guarda la foto, poi riguarda nello specchio. Non era così. La fronte è troppo grande, il mento piccolo e le labbra… proprio non ci siamo. Prova a correggere ma si imbruttisce e basta. Marianna si strucca completamente, ci riprova una, due, tre volte. Non riesce a diventare uguale alla ragazza nella foto. Una grande rabbia la prende, una grande tristezza. Le viene sempre più da piangere. Decide di uscire a fare un giro e riprovarci dopo. Ha molti pensieri in testa, ma tutti confusi. Si trucca come quella modella dalla faccia ossuta, un po’ malinconica un po’ maudit. Non vuole sembrare la brutta copia di se stessa.

Intanto la signora Alteri, la mamma di Marianna, è sotto casa della figlia. Entra nell’androne, chiama l’ascensore e si ferma ad aspettarlo. È da due mesi che non vede la figlia, riceve solo sporadiche telefonate, così quel giorno ha deciso di andarla a trovare. È una sorpresa, in realtà, perché casa di Marianna le era di strada. L’ascensore sta scendendo. Quando tocca terra e si apre Marianna non esce subito ma resta lì un po’ interdetta. La signora Alteri la fissa per qualche secondo poi l’apostrofa: “Cosa fa signorina? Esce dall’ascensore o vuole risalire insieme a me?”. Marianna scende senza dire una parola. La madre la supera, entra in ascensore e pigia il bottone per salire. Non l’ha riconosciuta.

Marianna accende la macchina e comincia a guidare senza meta per le vie della città. In questo modo trascorre alcune ore. Ogni tanto si ferma qua e là, prende un drink, mangia una patatina. La testa della Marianna si fa leggera e lei non sa più se è disperata o felice. Continua a guidare e basta, ma la sua guida si fa sempre più disinvolta e spregiudicata.  A un certo punto un vigile la ferma. «Prego, patente e libretto», dice quello e: «andava un po’ forte, signorina Alteri, un po’ pazzerella, diciamo.». E ancora: «si può togliere gli occhiali da sole, signorina?», e infine: «la foto sul documento non corrisponde: la devo portare al Comando.». Al Comando, davanti a vari agenti e a un Comandante, Marianna dice che lei è propriola Marianna. La Marianna Alteri, quella della patente, che ha solo cambiato taglio di capelli. Ma la lingua le si attacca al palato e poi sono lì in dieci che guardano la foto e guardano lei e scuotono la testa. La ragazza piange, o meglio singhiozza, perché piangere non può. Il Comandante si intenerisce, le mette una mano sulla spalla, lei sussulta. È disperata e molto bella, il Comandante si fa conciliante. «Vede signorina Alteri, sarà di certo come dice lei, ma la foto qui non corrisponde proprio niente. Noi abbiamo il dovere di accertare che lei è proprio lei, e non qualcun’altra capisce? Non c’è qualcuno che possiamo chiamare a testimoniare, qualcuno che la riconosca? Non so… I suoi genitori?». Santo Comandante, sbirro dal cuore umano! Ma se sono proprio i genitori della Marianna gli ultimi che saprebbero riconoscerla?! Come si può fare?

Marianna si calma. Pensa un attimo con i palmi delle mani premuti contro gli occhi e le dita affondate fra i capelli. Poi prende fiato e dice l’unico nome che potrebbe dire: «Bagorscik. Chiamate il dottor Bagorscik, della clinica ****, in via ****.». Loro lo chiamano. Bagorscik dice che sì, quella è Marianna Alteri. È sua paziente, la stava cercando. Non contrariarla, lui arriva subito. Gli agenti dicono a Marianna che è tutto a posto, di stare tranquilla. Bagorscik arriva come un lampo. Marianna lo guarda, lui le sorride e le accarezza la testa, lei gli si struscia con la faccia contro la mano. Bagorscik è arrivato, Bagorscik la salverà.  Il dottore fa un cenno al Comandante. Si ritirano in un altro ufficio del Comando. Il dottore mostra tutta una serie di documenti. Dice che Marianna è malata di testa, che le hanno dovuto fare la plastica per via di alcune ustioni. I documenti di identità non li ha ancora rinnovati e, ovviamente, non sarebbe dovuta uscire da sola in auto ma in pratica è scappata.  «Quindi lei è il medico curante e il tutore legale», conclude il Comandante. Le carte sono lì da vedere, le ha effettivamente firmate Marianna prima dell’operazione. La ragazza, inoltre, mostra di riconoscere il dottore, dice di volere andare con lui e la sua firma corrisponde a quella sulle carte. Per il Comandante l’incidente si può anche chiudere lì e fa i migliori auguri a Marianna.

Marianna è salva. Escono, Bagorscik si mette al volante della sua auto. Lei gli racconta tutto, gli dice che non riesce più a diventare se stessa, che è disperata. Bagorscik è dolce, con il braccio libero le circonda le spalle e la culla leggermente. Le dice di non preoccuparsi, che ci pensa lui. In clinica hanno il calco originale della sua faccia. La faranno tornare come prima. Marianna fa di sì con la testa e si appoggia a Bagorscik mentre lui guida. Poi Marianna si ricorda che dopodomani deve partire, che è incasinata. Allora vanno a casa sua e prendono tutti i bagagli. Marianna chiude casa, prende i biglietti dell’aereo ed è pronta a partire. Prima in clinica e poi, dopodomani, in aeroporto. Bagorscik la rimetterà a posto in men che non si dica: in un giorno. Tutto sistemato. Mettono l’auto di Marianna nel box e chiamano un taxi. Arrivano in clinica che è notte inoltrata, non c’è nessuno.

«Mi dispiace Marianna ma la tua stanza adesso è occupata. Ti devo sistemare da basso, nel seminterrato». Il seminterrato è due piani sotto terra. A Marianna non importa, va bene tutto. Bagorscik è il suo eroe e il suo salvatore. Farebbe tutto quello che lui le dice. La stanza è un po’ inospitale, con le pareti di cemento e le luci al neon forti. Ma in fondo è solo per una notte e Marianna è stanchissima. Bagorscik l’aiuta a sistemarsi, lei si spoglia davanti a lui come una bambina. Si mette a letto e lui le rincalza le coperte e le bacia la fronte. Le dice: «Dormi bene tesoro». Le luci si spengono. La porta si chiude con un rumore metallico un po’ pesante.

Fuori: un infermiere, Antonio, tira con cautela un paio di chiavistelli. Guarda Bagorscik interrogativo. C’è anche la psicologa, anche lei guarda Bagorscik ansiosa, incerta, severa. Bagorscik non parla. Il corridoio lungo e spoglio, di cemento, linoleum e piastrelle è pronto a fargli l’eco. Bagorscik si stringe nelle spalle. «Pare avesse ragione lei, dottoressa. La riuscita dell’operazione non è in discussione, ma devo ammettere che la ragazza ha retto meno di quanto mi aspettassi.». La psicologa guarda a terra. «Non so se la paziente è più reinseribile, a questo punto». La psicologa continua a tacere ma alza lo sguardo, si vede che è d’accordo. Si può sentire distintamente il ronzio delle lampade al neon. «Di fatto il processo, a questo stadio della sperimentazione, non è reversibile». La psicologa scuota la testa come dire: beh, questo lo sapevamo già. Poi parla: «Bisogna prendere una decisione, dottore. Sta a lei.». Si gira e va via, un po’ incassata nelle spalle. Si sente l’eco prodotta dei suoi tacchi mentre raggiunge l’ascensore. Il corridoio sotterraneo rimane sospeso nel silenzio notturno. L’infermiere continua a osservare in volto il dottore. Bagorscik lo guarda a sua volta: «Per favore Antonio…» e indica la porta di Marianna. L’infermiere annuisce, scuro in volto.

fine

@ Paolo Triulzi

5 comments

  1. mi ha lasciata esterrefatta, col fiato in gola sino alla fine… da tempo non leggevo qualcosa di simile, un lungo crescendo di angoscia che, inizialmente, non immaginavo ma che viavia ha preso il posto del mio respiro! mi ha scosso questo racconto e tu, Paolo, sei bravo, molto bravo…

    (gianni, grazie…)

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  2. Si’… non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. Sembra quasi dawiniano il confronto con la societa’ delle bambole dove l’auto-stupro della persona (“fate di me qllo che volete”, anzi no, “faccio di me qllo che volete”) diventa legale o quasi. Complimenti!

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  3. Vedo solo ora questi commenti: Grazie gente! L’ho scritto anni fa e rivisto di recente. Partivo da alcune riflessioni circa l’utilizzo dell’aggettivo “estetico”, passato negli anni dalla sfera filosofica e artistica a quella chirurgica. Poi, chiaramente, la possibilità di intervenire su se stessi come scorciatoia per la (etero)definizione della propria identità (senza autoanalisi, dunque). In merito a quello che dice Dani, in cui mi riconosco, rimando anche a “Una donna sposata” film di Godard che mi ha ispirato molte considerazioni. Grazie ancora per l’accoglienza, Paolo.

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