Gianni Montieri – inediti 2011 (in estrema sintesi)

1)

Guardo mio padre:
in una mano la borsa con la carta
nell’altra quella con la plastica
a piedi verso il punto di raccolta,
lui che non guida, con quanta dignità
e così poca convinzione, differenzia
è uomo d’altri tempi.

Mia sorella carica tutto in macchina
e ogni due o tre giorni, senza alcuna
certezza, ricicla tutto ciò che può, che deve.
Passo davanti alla biblioteca comunale
mi appunto la data: otto aprile 2011
e un fotogramma,: duecento metri
di spazzatura accatastata.

In tutto questo mio nipote canta
la sua canzone preferita.

2)

Quattro venditori di rose passano
davanti alla panchina a intervalli regolari
uno ha l’aria triste, uno insiste troppo
l’ultimo, quasi elegante si gira e se ne va
il no che fa più male lo riservo a quello
che mi sorride – fermo – per un minuto

(nel parco i riflessi del pomeriggio che avanza
fra gli alberi, le bici, il cane anziano che rallenta

siamo pronti a partire, annusare il mare)

ogni indiano, pakistano, cingalese ci prova
più o meno alla stessa maniera,
così io garbato abbasso il tono della voce:
“no, non insistere per favore”
e quanta immensa pena provo nel tempo
che ci vuole per muovermi dalla panchina
al binario che mi porta a casa: cinque minuti.

3)

Milano mi somiglia, non il fiume
che l’attraversa all’ora dell’aperitivo
l’aprire e chiudere il giornale,
il doppio giro al collo
che fa la sciarpa in pieno inverno
nemmeno stasera che è bello
e me ne vado in bicicletta verso casa

a volte è il grigio che disegna la Ghisolfa
o il suono secco della parola: Lambro.
Cose che si tengono da parte
come vestiti che non vuoi buttare.

Mi somiglia nei pomeriggi estivi
quando stiamo zitti entrambi
stupefatti dal colore che fa verso le sei
il sole, quando piomba su Viale Monza.

4)

A RITROSO

Voglio andare indietro a prima del boato
ai secondi di silenzio prima dello schianto
fare magari ancora un passo indietro
allo sguardo che punta verso l’alto
sulla forma indistinta che precipita

sforzarmi un altro poco andando oltre
all’aereo bombarolo che sfreccia
e plana verso terra come un razzo
al dito che s’attacca al tasto: Fire
ma pensandoci voglio vedere prima di qui:
la testa sotto il casco verde, con gli occhi
verdi nascosti sotto il casco verde

(e qui apro una parentesi su un prato
verde dietro casa e figli sorridenti
dentro camerette verdi).

Sì, ma poi la chiudo la parentesi
per aprirne in fretta un’altra:
(e qui io non vedo ma so di ordini
di Generali – Presidenti – di altri ordini
so di soldi – di mercanti – di bastardi).

L’istante in cui mi accorgo andando indietro
mi fermo dentro un campo sotto il cielo
il cielo prima del pulsante, del dito,
del casco verde, dell’aereo volo basso.

Ecco, lì in quel campo ci sono tre
forse quattro bambini e un pallone.
Questa cosa, questo prima me lo segno
ci scrivo sopra un nome.

5)

SPONDE

Questo fiume grigio scuro, i ponti
la S-Bahn che corre in alto, binari
gli orologi sospesi, le vecchie fabbriche
appena sopra il letto come sponda: il muro
dietro disegnano murales colorati
simboli, colombe bianche in volo

qui dove scattiamo foto, beviamo birra chiara
talvolta confondendo l’Est con l’altra parte
qualcuno provava a saltare, qualcuno arrivava di là.

6)

LE CASE

Le case di nuova costruzione
appoggiate a sinistra della tangenziale
se vai da est a ovest verso Mecenate
hanno forme regolari, tutte di tre piani
e i colori sono quelli in voga: a pastello
per cui un giallo chiaro, un salmone
qualcuno che azzarda un arancione
ovunque: mattoncini a vista.

Cartelli esposti con la scritta: vendesi
ancora liberi attici, mansarde, trilocali
con terrazza, appartamenti con giardino.
Quelli che già abitano e altri
con bambini e mutuo a tasso fisso
al seguito, che compreranno qua.

Non sanno la fortuna che regala
il panorama dai balconi, dai gerani
tutte le macchine che sfilano
la vita che sta dentro l’ora di punta
o l’adagio rallentato di una domenica
mille mani sul volante, bestemmie,
attese, cellulari, tutte le varianti
del Pop dalle autoradio, l’ebbrezza
di un sorpasso sulla destra.
D’inverno quando è freddo verso sera
milioni di luci colorate, di rosso
guardando in direzione Palmanova
di bianco argento trasparente
se le segui verso l’aeroporto di Linate.

7)

Scrivere di una madre
farlo in una sera di febbraio
riporre, seguendo schema matematico
i piatti asciutti in credenza
poi i bicchieri, le tazze
nel mobile più in alto.

La somma delle rinunce di una madre
di seguito la teoria del sottrarsi:
meno cose – meno vestiti – meno me

applicazione scientifica del dare:
più sacrificio – più amore – più esserci.

Dopocena faccio cose del genere,
quando sto in casa e non esco
non guardo la tele e nemmeno scrivo
sarebbe facile spiegarti il bene che mi fai
più facile con la neve fuori
-il bianco ti somiglia-
invece mi accomodo in poltrona
controllo la posta e non ti chiamo.

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Gianni Montieri – inediti 2011

26 comments

  1. Impercettibilmente avanza l’onda che stacca alla roccia, frammenti di roccia – quasi lame – che domani, inavvertitamente, cuciranno bellurie e cicatrici sui polpacci.

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  2. Ho apprezzato la poesia di Gianni fin dal primo ascolto, una sera vicino al Albinea, erano poesie in gran parte tratte dall’ultima raccolta più, correggimi se sbaglio, alcune pubblicate qui.
    E’ un vero piacere rileggerle con calma e risentirle così vicine, sarà per le mie origini lombarde,
    sarà perchè mi ritrovo in una certa poetica ed attenzione alla realtà.
    Complimenti!
    Un caro saluto

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    1. grazie luca, hai sentito ad Albinea, la prima e la seconda di questo post (ma la seconda è cambiata)

      hai ragione sulla realtà, non possiamo rinunciare al tentativo di comprenderla.

      a presto e grazie

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  3. “invece mi accomodo in poltrona
    controllo la posta e non ti chiamo.” In questi due versi è contenuta la poetica di Montieri. Poeta della rinuncia sofferta. Il poeta versifica con una semplicità che potremmo definire stile medio. Medio come chi sceglie di non partecipare alla vita e guardarla dal divano, guardare “la vita in diretta”. Montieri – poeta/personaggio – vorrebbe, sente lo slancio nei versi iniziali e poi piano piano si perde, volutamente, nella sua condizione di medietà. Siamo lontani dall’ipocrisia della poetica della denuncia degli anni 60 – chiaramente non mi riferisco alla neoavanguardia -, lontani dalla poesia della delega di un Fortini, per esempio. Vedo più assonanze con Cesare Pavese che si sente colpevole di non aver partecipato alla resistenza e guarda tutto da una “Casa in collina”. Montieri però vorrebbe essere un poeta civile. CI prova, versifica semplicemente per farsi capire – riprende per esempio un concetto di poesia-come-comunicazione che le neoavanguardie avevano cercato di oltrepassare. Futuro semplice e questi inediti analizzano la realtà – come in quel componimento sulla guerra in libia – la segmentano, la offrono al lettore che può, effettivamente, sentire la spinta ad agire. Una volta offerta, richiesta al lettore la partecipazione agli eventi esterni, il poeta moderno, distrutto dalla schizofrenie della “capitale del nord” (anche Marta va in analisi/ la 90 prendila tu), si precipita nell’armadietto dei farmaci. Ripensa alla sua influenza, alle sue ipocondrie e si prepara una tisana. Il poeta moderno può forse comunicare qualcosa, ma nascondendosi e sentendosi in colpa. Non so ora, se il lettore può in questo caso agire per opposizione e civilizzarsi, o trovarsi in empatia col poeta, sdraiarsi sul divano, sonnecchiante e malaticcio, con un occhio al TG1 e un occhio ad un libro di poesie. Io preferisco il secondo tipo di lettore, perché più tragico e meno eroico. E la contemporaneità è tragica, non eroica, come le poesie di Montieri, nella loro tragicità media, dal punto di vista tematico, strutturale e stilistico. La medietà è ricercata e consapevole ed è proprio questa media-scelta consapevole che rende MOntieri uno dei migliori poeti di queste annate.

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    1. Grazie Luciano, scrivi cose, con ogni probabilità, vere sul mio tipo di poesia o sul mio tentativo di poesia.

      “versifica semplicemente per farsi capire” tu scrivi. In realtà, io scrivo per capire, almeno credo, per mettere ordine fra le mille domande che mi e ci assillano.Scrivo per colpevolezza. Uso il linguaggio che tu definisci “semplice” ammesso che semplice sia, perché è il mio, l’unico che mi permette di arrivare in un lampo al cuore delle cose.

      Poi dici “analizzano la realtà” ed è vero, c’è però una domanda da farsi dietro questa osservazione della realtà. La domanda è: Pensiamo sia possibile scrivere qualsiasi cosa fuori dal contesto della realte? Io credo che perfino se vogliamo scrivere poesie d’amore non possiamo farlo senza che la realtà ci influenzi, che la si osservi o meno.

      Grazie davvero

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  4. Caro Gianni sono fotografie della città e di minuscoli, ma quanto significativi, eventi e quelle sulle persone care sono come un disegno che non riesce a stare tutto sulla pagina, si intuisce il non detto, i silenzi.
    Poesia dell’attenzione ai particolari e al dentro, a come rispondiamo e no, sentendoci quell’io-tu che manchiamo troppe volte. Grazie .

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  5. belle letture gianni.
    una poesia della quotidianità, che sembra avanzare per sottrazioni e sedimentazioni.
    la semplicità è una strada impervia, e tu sembri frequentarla con cura e con tutti i sensi aperti.

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  6. Torno a leggere qui e colgo altri aspetti del dire sapido ed essenziale. Lo sguardo attraversa, si affianca, si allea, talvolta sfida, sponde, fiumi, case. E non è solo la presenza così forte di Berlino e della sua storia a suggerirmi la parola “Grenzgänger” per questo sguardo, perché la parola ha in sé, oltre al significato, anche la lucida coscienza del quotidiano rischio del “frontaliero”.

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  7. Ho retto fino all’ultima poesia, quando non ce l’ho fatta, e sono uscite fuori le lacrime.
    Grazie
    Antonio Bux

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  8. sono molto belle, gianni, c’è grande controllo (sarei curiosa di leggere qualcosa di tuo in cui pulsa una vena di pazzia, ho il sospetto che sapresti osarla bene…)

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