silvia bre

Questa parola fidata: Emily Dickinson tradotta da Silvia Bre

We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –

Dopo Centoquattro poesie e Uno zero più ampio (Einaudi 2011 e 2013) è uscito per la Bianca Einaudi il terzo volume di poesie di Emily Dickinson scelte e tradotte da Silvia Bre, dal titolo Questa parola fidata. “Terza centuria”, è così che viene chiamato il gruppo di poesie, con questo bellissimo nome che ricorda una legione mandata al massacro, una fusciacca stretta con perizia a un fianco.
Tradurre è un’arte di scomparsa. E Silvia Bre fa di quest’arte anche la legge della propria poesia. È una forma di sguardo che non riguarda gli occhi, e di parola che non contempla la vocalità: in musica, è quell’istante in cui l’esecuzione non è nemmeno pensata, né affidata alla messa in opera delle mani, ma ragionata con un impulso a gestire il corpo in modo che il suono esista in tal modo, e postuli una certa realtà. Non è propriamente orecchio, né mente, né mano: è l’intuizione di un rubato, un mezzoforte, perché quello che in fondo non è nostro diventi. Un’arte che non appartiene a nessuno strumento, salvo al diapason. E se Silvia Bre poetessa sembra diapason alla poesia che sta per scrivere, Silvia Bre traduttrice sembra diapason di una voce non sua, al servizio della poesia che desiderava vocarsi in un altro linguaggio, con tutt’altri suoni, con ritmi rispettosi anche se non adesivi, mantenendo intatti i fatti con i fatti, i non detti con i non detti. (altro…)

Poeti della domenica #28: Emily Dickinson, It might be lonelier

Emily-dickinson

 

It might be lonelier
Without the Loneliness —
I’m so accustomed to my Fate —
Perhaps the Other — Peace —

Would interrupt the Dark —
And crowd the little Room —
Too scant — by Cubits — to contain
The Sacrament — of Him —

I am not used to Hope —
It might intrude upon —
Its sweet parade — blaspheme the place —
Ordained to Suffering —

It might be easier
To fail — with Land in Sight —
Than gain — My Blue Peninsula —
To perish — of Delight —
(F535 (1863) J405)

*

Si può essere più soli
senza la solitudine —
Mi è così consueto il mio destino —
Forse l’altra — pace —

interromperebbe il buio —
e affollerebbe la piccola stanza —
troppo esigua — in metri — per contenere
il sacramento — di lui —

Non sono abituata alla speranza —
Potrebbe irrompere —
La sua dolce sfilata — profanerebbe il luogo —
consacrato al soffrire —

Potrebbe essere più facile
soccombere — con la riva più in vista —
che arrivare — alla mia azzurra penisola —
e morire — di gioia —

da: Emily Dickinson, Uno zero più ampio. Altre cento poesie, Torino, Einaudi, 2013, trad. it. di Silvia Bre.

Su “La fine di quest’arte” di Silvia Bre

Foto - Fine di quest'arte

A rischio di ripetermi (cfr. qui).
Leggo spesso le poesie di Silvia Bre. Lo faccio, banalmente, per due ragioni che riguardano le fondamenta della poesia: per la bellezza ferma con cui molti passi continuano a sfidare la mente senza stancare, e perché nel tessuto che negli anni le sue parole hanno composto ritrovo una costruzione che riguarda il mio sentire – o, per meglio dire, un sentire di cui faccio parte. E cerco con quei testi la confidenza sufficiente a estraniarmi il più possibile da gusto e percezioni, per osservare con distacco il percorso compiuto dall’indagine. Perché indagine, sempre e senza sconti, è la poesia di Silvia Bre. Ora che il suo nuovo libro è uscito per i tipi di Einaudi, leggo e mi accorgo che diastoli e sistoli di Le barricate misteriose e Marmo, nel loro sguinzagliare il pensiero in rivoli ad alta precisione o innalzare guglie sui crateri, premono su La fine di quest’arte con tutta la potenza dei loro argomenti, e la potenza, come succede in quelle zone assurde dell’universo dove tutto accade senza suono, esplode, ma in silenzio. Si potrebbe dire che La fine di quest’arte ha il registro di una nekyia, se tutto quanto chiamato attorno non fosse più vivo del vivo e se questa prevedesse tutta la spietata tenerezza, il senso domestico di resa verso quel varco della mente che è il pensiero, il suo formarsi, il suo chiedere cova.

qualcuno chiama luce
l’onda di buio che sbatte contro gli occhi
nei giorni
ma fare da porta alla testimonianza
ha pure una dolcezza infine[1]

 Il dialogo con questo varco diventa, lungo il libro, esplicito e serrato; ma lo sguardo si amplia per raccogliere l’altro:

io amo chi siede
con accanto la sua cosa muta
e quando va a dormire
la contiene

come sapesse dove riposa tutto il peso

tutti questi passaggi della mente
che si spartiscono un’accensione

chissà quale fiammata

senza cui vivere è glaciale

La raccolta si determina fin dal titolo. Alla voce “arte”, l’Enciclopedia Treccani riporta sì alla sfera semantica che riguarda le opere artistiche, come pure alla «capacità di agire e di produrre basata su un particolare complesso di esperienze», ma riporta anche il significato di artificio e inganno: l’ambiguità, nel finirla con quest’arte, è nella fame (argomento di tanta poesia, tema assoluto in Silvia Bre) di guardare senza slittamenti il reale, silenzioso e invisibile, di cui solo la poesia lascia traccia.
Ma la vera ambiguità è nel primo lemma. Mi affido a un pensiero che sento caro e che rischia di essere solo mio: “la fine” e “il fine” hanno, si sa, in alcuni punti del pensiero, equivalenza semantica in télos. La perfezione è il compimento: non si può raggiungere nulla di più alto se non accanto al limine finale. La completezza è il termine, e viceversa: e due poemetti, all’interno della raccolta, accarezzano questo concetto in maniera più esplicita di quanto tutte le poesie comunque si ostinino a cantarlo.
Come anche un ciclo dedicato alla figura di Narciso, Entierro è intonazione. Lo è su quel piccolo cartello (“estamos bien”) che i minatori cileni del disastro del 2010 vollero presentare come primo gesto alle telecamere che scendevano durante le operazioni di salvataggio. Entierro (in spagnolo, la sepoltura, intesa anche in senso sacro) è l’ipotesi di sussurro di uomini che stavano esperendo la morte e che ne avrebbero serbato la competenza una volta saliti in superficie:

[…] Che storia godere da vivi la fama dei morti:
ogni momento sta naturale nella sua purezza
come piombato in un emblema d’oro
ogni parola pesa il suo giusto
che è miracoloso –
ha nevicato in tutti noi oggi
perché qualcuno ha bisbigliato neve. […]

Il secondo poemetto è un soliloquio di Francesco Borromini dall’eloquente sottotitolo “tombeau”. Come è stato per le forme musicali (si veda A volte pare che ciò che non si sa, da Schönberg, tra tutte) e per la scultura (il Bernini che scolpisce la Ludovica Albertoni nell’Estasi in Marmo), la protagonista è ancora la visione che si impone alla percezione stremandola con un linguaggio mobile di fronte al quale si trema dalla fatica di trattenere e decodificare:

[…] ho virato ogni punto
in una linea
poi l’ho inarcata in una superficie
poi ho tradito i muri con le ombre

la vetta delirante
dall’andatura eterna
ancora frena, s’avvita
verso qualche sua tana

sopra il suolo di Roma

mio centro
mi traboccava intorno come una trama che dilaga
tra spirali d’azzurri, scorci
d’arancioni

la toccavo in un grande silenzio, con le pietre
le ho mimato il mio amore tortuoso
in colonnati di adorazione
in pallide facciate malinconiche

mi sono opposto alla spinta che innalza
e porta via le immagini

l’avido morso della mente
condensa
in una forza unica

la potenza vuota che sta nel cielo […]

 Il mistero della linea da inseguire riguarda anche uno scenario che a pura lettura sembrerebbe naturale:

Si può scavare nella scena del giorno
come l’occhio nel verde
basta un maestro piccolo, una guida
alla volta, uno che è linea di montagna
ramo di salice, lavanda, fatti così
perché lo spazio insegna a conquistare
il cielo dietro e più lontano
è libera pazzia che cerca ancora
e scava in fondo a sé, finché mi avvista.

Vedute costruite attorno al filo del discorso sono in osmosi con l’occhio che le osserva; il rimbalzo è quasi onnipresente: ora «non si distingue nuvola da neve e gioia / dei loro nomi capitati insieme»[2], ora un bonsai è pretesto al tema della grazia matematica del mondo, ora un paesaggio, tale grazie al rimbombo di un mito evocato (Intonazioni nell’eco di Narciso), si fa Eden mentale, sfiancante e doloroso. Viste di verde e rocce e acque fedeli a ciò che un tempo portò a Stromboli e all’eponima delle Barricate misteriose (si leggano Interminabile e soprattutto Massenzio, prospettiva frontale, a mio avviso punto di massima esattezza del discorso poetico della Bre), senza poter evitare il filtraggio per il rigore di Marmo. Nella geografia di un puro pensiero («dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa la geografia.»[3]), continuo scenario primordiale, inizio ancora fumante che pure contiene la fine, nel cui centro una creatura, nata ogni volta a una comprensione, contempla nello sforzo incessante di restituire. Questa creatura è un noi:

Ma se quelli raccolti intorno a un fuoco
i rapiti da una così lontana cosa da non essere lì
se quelli che sono qui perché son corsi
dietro un’immagine che li ha trapassati
prima di andarsene
e dunque noi che sentiamo le voci
venire dalla note
con le nostre parole e altri accenti
il loro insieme barbaro che sa le storie delle pietre
degli oceani
noi tradotti in un luogo sconosciuto per essere lacune
d’altri luoghi
segreti vivi che si pentono di non poter tacere

                                                                                     alba ti alzi
aaaaaaaaaaaaaaaacos’hai da raccontare che non sia
quello che porti nelle tue cellule di sole.

Poesie dall’occhio spalancato, e in cerca di un ascolto che le attivi. E insieme, poesie rischiose all’aggrappo, perché già cariche di una loro libertà.
(«pare io debba cedere terreni / tutto ciò che conosco / pare sia così per tutti: / aprire un po’ la bocca, prima, / come appena prima di morire»[4]).
Per “fine” e “perfezione”, i greci dicevano télos.

© Giovanna Amato

[1] Da Interminabile.
[2] Da Panorama montano, un mare di reale.
[3] Da Se il nostro luogo è dove.
[4] Da Sono momenti.


Silvia Bre, poetessa e traduttrice, ha pubblicato per Einaudi Le barricate misteriose (2001, Premio Montale), Marmo (2007, Premio Viareggio) e le traduzioni di due antologie da Emily Dickinson, Centoquattro poesie (2011) e Uno zero più ampio (2013); per nottetempo, ha pubblicato il poema tragico Sempre perdendosi (2006). Tra le altre traduzioni, Il canzoniere di Louise Labé (Mondadori 2000) e Il giardino di Vita Sackville-West (Elliot 2013).

La Dea in attesa: recensione a “Sette giorni fra mille anni” di Robert Graves

 

R. Graves, "Sette giorni fra mille anni", Nottetempo 2015, traduzione di Silvia Bre.

R. Graves, “Sette giorni fra mille anni”, Nottetempo 2015, traduzione di Silvia Bre, postfazione di Silvia Ronchey.

Più la questione è sottile più mi rende felice.
Graves, Sette giorni fra mille anni 

Che si tenga attivo il servizio postale in Persia o che un esponente della Specie Impermanente dei Cammelli Polari ci tenga un discorso (1), che una linea stupisca un punto e si domandi se potrà mai essere stupita a sua volta da qualcosa di più complesso o che un ragazzo con il bagaglio linguistico di Shakespeare snellisca la sua lingua solo per maledirci, in rari momenti la letteratura raggiunge il suo punto più generoso come nella distopia, quando alla bellezza di leggere un libro si aggiunge la potenza di essere trascinati davanti allo specchio delle possibilità. “Specchio” era la parola usata da Lem di fronte ai mondi di cui eravamo in cerca – lui che con Solaris aveva unito la distopia dell’infinitamente grande a quella dell’infinitamente piccolo, dimostrando quanto l’interno di una cassa cranica potesse combaciare con il cosmo intero. La distopia, e ciò che le gravita intorno, è superficie riflettente in cui siamo tenuti a verificare la coincidenza con la nostra immagine, e fare i conti tanto con essa quanto con ciò che possiamo ritagliare; per sua natura, la distopia è un romanzo a tesi, ed esige una nostra presa di posizione, o di coscienza, all’interno della sua dialettica. Per questi motivi non si può, tornando a casa con un romanzo di Robert Graves in borsa, evitare di chiedersi: cosa accade quando una mente che nei suoi studi ha ricomposto una civiltà passata sotto l’egida della Dea decide di rivolgersi a ipotizzare un futuro?
(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #2: “Uno zero più ampio” – cento poesie di Emily Dickinson tradotte da Silvia Bre

 

dickinson

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

È da pochi giorni uscito per Einaudi il volume Uno zero più ampio, raccolta di cento poesie di Emily Dickinson a cura della poetessa e traduttrice Silvia Bre.
Sono convinta che Emily Dickinson sia tra quegli autori il cui nome basti a far affiorare una costellazione intima e mentale, una mappatura della propria esperienza di lettore appassionato o occasionale, un percorso più o meno coinvolto, benedetto o accidentato. Qui si parlerà, dunque, solo della possibilità di leggere alcuni suoi versi in una nuova versione italiana.
Già una volta, con la raccolta Centoquattro poesie (Einaudi, 2011), mi sono sentita fortunata a poter godere in italiano dei versi della poetessa di Amherst attraverso il lavoro di un poeta acuto e rigoroso come Silvia Bre, abile nel maneggiare quella galassia linguistica e tematica che fa della Dickinson l’autore dei salti vertiginosi dal filo d’erba alla rotazione siderale. Ma anche dello strappo e della calma gelida, dell’amore acuminato, selettivo, dell’abbandono subìto quanto imposto, del mistero, ora doloroso ora aggraziato, della morte. Anche in questa seconda raccolta, Emily Dickinson mostra il suo volto assieme violento e composto, compresenza che non potrebbe esistere senza un’estrema esattezza di pensiero, di ritmo e di linguaggio.
A questo si attiene la nuova versione. Da un lato, la scelta antologica percorre l’estrema varietà dei temi affrontati dalla poetessa nel corso della sua produzione; dall’altro, la traduzione si tiene ferma al proposito di rispettarne timbro e sfumature senza la minima interferenza.
«Curandomi di non togliere, e soprattutto di non aggiungere» (1): questo, fin dalla prima raccolta, è stato il metodo della poetessa e traduttrice. Ne è derivata una lingua snella, fedele il più possibile al portamento dell’originale, sia nella leggera severità di andamento del verso, sia nel tono dei suoi contenuti; non si smussano forze né si esasperano dolcezze: nessuna possibilità di senso è deviata o caricata con aggiunte o precisazioni.
Ospite (e guardiana) di un passaggio, Silvia Bre si è imposta l’essenziale. In questo modo l’italiano segue le torsioni e le giunture del pensiero di una poetessa mai semplice eppure sempre chiara: ogni nudità resta nudità, ogni enigma è enigma. E se traspare la lotta serrata del traduttore con ogni singolo verso, battaglia che non perdona distrazioni, è per la levità del risultato finale.

(1)   Nota di S. Bre in Centoquattro poesie, cit.

© Giovanna Amato

***

It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Dellight –

[405]

Si può essere più soli
senza la solitudine –
Mi è così consueto il mio destino – 
Forse l’altra – pace –

interromperebbe il buio –
e affollerebbe la piccola stanza –
troppo esigua – in metri – per contenere
il sacramento – di lui –

Non sono abituata alla speranza –
Potrebbe irrompere –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo – 
consacrato al soffrire –

Potrebbe essere più facile
soccombere – con la riva in vista –
che arrivare – alla mia azzurra penisola –
e morire – di gioia –

***

The Martyr Poets – did not tell –
But wrought their Pang in syllable –
That when their mortal name be numb –
Their mortal fate – encourage Some –
The Martyr Painters – never spoke –
Bequeathing – rather – to their Work –
That when their conscious fingers cease –
Some seek in Art – the Art of Peace –

[544]

I martiri poeti – non dicevano –
ma plasmavano in sillabe il tormento –
perché all’offuscarsi del nome mortale –
quel mortale destino – desse a qualcuno forza –
I martiri pittori – mai parlarono –
lasciarono – invece – dire all’opera –
perché al fermarsi delle dita sapienti –
qualcuno cerchi nell’arte – l’arte della pace –

***

A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forhead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

[959]

Sempre ho sentito una perdita di qualche cosa –
La prima volta che posso ricordare
ero stata privata – non sapevo di cosa
Troppo piccola perché qualcuno sospettasse

che una in lutto vagava tra i bambini
ciò nonostante me ne andavo in giro
come chi rimpiange un dominio
di cui ero il solo principe in esilio –

Più grande, oggi, una sessione più saggia,
e anche più stanca, com’è la saggezza
mi scopro ancora a cercare di nascosto
i miei inadempienti palazzi –

e un sospetto, come un dito
mi sfiora la fronte ogni tanto
che io stia cercando al contrario
la sede del regno dei cieli –

 

***

articolo pubblicato in origine il 19 ottobre 2013

“Uno zero più ampio”: cento poesie di Emily Dickinson tradotte da Silvia Bre

È da pochi giorni uscito per Einaudi il volume Uno zero più ampio, raccolta di cento poesie di Emily Dickinson a cura della poetessa e traduttrice Silvia Bre.
Sono convinta che Emily Dickinson sia tra quegli autori il cui nome basti a far affiorare una costellazione intima e mentale, una mappatura della propria esperienza di lettore appassionato o occasionale, un percorso più o meno coinvolto, benedetto o accidentato. Qui si parlerà, dunque, solo della possibilità di leggere alcuni suoi versi in una nuova versione italiana.
Già una volta, con la raccolta Centoquattro poesie (Einaudi, 2011), mi sono sentita fortunata a poter godere in italiano dei versi della poetessa di Amherst attraverso il lavoro di un poeta acuto e rigoroso come Silvia Bre, abile nel maneggiare quella galassia linguistica e tematica che fa della Dickinson l’autore dei salti vertiginosi dal filo d’erba alla rotazione siderale. Ma anche dello strappo e della calma gelida, dell’amore acuminato, selettivo, dell’abbandono subìto quanto imposto, del mistero, ora doloroso ora aggraziato, della morte. Anche in questa seconda raccolta, Emily Dickinson mostra il suo volto assieme violento e composto, compresenza che non potrebbe esistere senza un’estrema esattezza di pensiero, di ritmo e di linguaggio.
A questo si attiene la nuova versione. Da un lato, la scelta antologica percorre l’estrema varietà dei temi affrontati dalla poetessa nel corso della sua produzione; dall’altro, la traduzione si tiene ferma al proposito di rispettarne timbro e sfumature senza la minima interferenza.
«Curandomi di non togliere, e soprattutto di non aggiungere»:(1) questo, fin dalla prima raccolta, è stato il metodo della poetessa e traduttrice. Ne è derivata una lingua snella, fedele il più possibile al portamento dell’originale, sia nella leggera severità di andamento del verso, sia nel tono dei suoi contenuti; non si smussano forze né si esasperano dolcezze: nessuna possibilità di senso è deviata o caricata con aggiunte o precisazioni.
Ospite (e guardiana) di un passaggio, Silvia Bre si è imposta l’essenziale. In questo modo l’italiano segue le torsioni e le giunture del pensiero di una poetessa mai semplice eppure sempre chiara: ogni nudità resta nudità, ogni enigma è enigma. E se traspare la lotta serrata del traduttore con ogni singolo verso, battaglia che non perdona distrazioni, è per la levità del risultato finale.

(1) Nota di S. Bre in Centoquattro poesie, cit.

© Giovanna Amato

It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Dellight –

[405]

Si può essere più soli
senza la solitudine –
Mi è così consueto il mio destino – 
Forse l’altra – pace –

interromperebbe il buio –
e affollerebbe la piccola stanza –
troppo esigua – in metri – per contenere
il sacramento – di lui –

Non sono abituata alla speranza –
Potrebbe irrompere –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo – 
consacrato al soffrire –

Potrebbe essere più facile
soccombere – con la riva in vista –
che arrivare – alla mia azzurra penisola –
e morire – di gioia –

 

The Martyr Poets – did not tell –
But wrought their Pang in syllable –
That when their mortal name be numb –
Their mortal fate – encourage Some –
The Martyr Painters – never spoke –
Bequeathing – rather – to their Work –
That when their conscious fingers cease –
Some seek in Art – the Art of Peace –

[544]

I martiri poeti – non dicevano –
ma plasmavano in sillabe il tormento –
perché all’offuscarsi del nome mortale –
quel mortale destino – desse a qualcuno forza –
I martiri pittori – mai parlarono –
lasciarono – invece – dire all’opera –
perché al fermarsi delle dita sapienti –
qualcuno cerchi nell’arte – l’arte della pace –

 

A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forhead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

[959]

Sempre ho sentito una perdita di qualche cosa –
La prima volta che posso ricordare
ero stata privata – non sapevo di cosa
Troppo piccola perché qualcuno sospettasse

che una in lutto vagava tra i bambini
ciò nonostante me ne andavo in giro
come chi rimpiange un dominio
di cui ero il solo principe in esilio –

Più grande, oggi, una sessione più saggia,
e anche più stanca, com’è la saggezza
mi scopro ancora a cercare di nascosto
i miei inadempienti palazzi –

e un sospetto, come un dito
mi sfiora la fronte ogni tanto
che io stia cercando al contrario
la sede del regno dei cieli –

“È non capire, che amo fino in fondo” (di Giovanna Amato su Silvia Bre)

ELEUSI – foto di Giulia Amato

“È non capire, che amo fino in fondo”: Silvia Bre.

Basta vedere le cose come sono
per supporre variazioni clamorose:
nel colpo d’ala, nel cerchio un po’ più largo
l’aquila prende tempo e lo rende cristallo,
ricava minuziosa dal reale
l’immenso giacimento del possibile,
di questo sempre possibile cantare,
senza mirare a niente che non sia
se stessa più profondamente.

Ho un piccolo vizio. Sulla scrivania, appena dietro il posacenere, accanto ad altri che non nominerò, ho due libri sottili che da bianchi stanno virando pericolosamente verso il giallo. Tendo a consumarli, e di questo loro consumarsi mia la colpa e loro il merito. Sono “Le barricate misteriose” e “Marmo”, di Silvia Bre, e il mio piccolo vizio è di prenderne talvolta uno tra le mani e sedermi al tavolo con lui.

Mi siedo, quindi, apro il libro – a volte sapendo esattamente dove voglio andare, a volte a caso – e per quanto sia io a bussare delicatamente a quella porta è sempre lui a visitare me. Non c’è saturazione; ogni lettura rende limpido quello che era oscuro e oscuro quello che era limpido. Godere di un verso per empatia, per comune esperienza, o anche solo per la destrezza della lingua, è goderlo con estrema superficialità, e ogni volta mi impongo una meditazione sottilissima che cerchi di percorrere i passi dell’autrice, senza lasciarmi prendere da alcuna suggestione. Impedisco a quello che comunemente chiamo “il mio stato d’animo” di farsi travolgere. Da questo si potrebbe concludere che io viva la poesia di Silvia Bre come esperienza fondamentalmente speculativa, come puro esercizio intellettuale. E in un certo senso è vero, a patto di mantenere un punto fermo: attenersi completamente a questo metodo sarebbe un grande errore, perché la poesia di Silvia Bre è quanto di più lontano da ogni forma di dualismo cartesiano. La mente, per la Bre, è un rispettoso bucaniere, un viandante che brancola con la luce del linguaggio nell’enigma tutto corporale di essere vivi, al mondo, annodati fino a un certo termine allo scorrere del tempo. L’intelletto passa per il senso (la vista, soprattutto, l’occhio come organo prediletto di ricerca), per il corpo come dono misterioso e misteriosamente effimero, per la cura premurosa verso ogni “qui” e “ora” che sia possibile testimoniare prima del suo disperdersi.

La migliore condizione di lettura, per me, è quindi quella di procedere a tentoni, sfrondando quello che so essere unicamente mio e accogliendo completamente le parole, con lo stesso atteggiamento di viandante di chi le ha pronunciate. Approfittare, in qualche modo, del tracciato, scoprire lentamente se il disegno mi convince, se l’angolatura mi risuona, se l’universo vibrato in quella tonalità mi è casa; in altre parole, se riconosco la nuova architettura di ciò che anch’io, in quanto umana, abito, come reale.

Spesso mi chiedo (ovviamente, anche riguardo altri autori) se la storia personale, il momento storico, o anche più banalmente il gusto o una differenza di temperamento non possano essere degli impedimenti a raggiungere un grado così alto di familiarità. Nel caso di Silvia Bre, indipendentemente dalla riuscita o meno dell’operazione – quindi restando fermi alle intenzioni dell’autore – questi elementi non dovrebbero essere chiamati in causa. Ogni opera d’arte si fonda sull’equilibrio tremendamente sottile (e quanto più sottile è la membrana, tanto più riuscita è l’opera) tra una forma e un contenuto, tra ciò che l’autore ha da dire (il tema attorno al quale ragiona con precisione concentrica durante tutta la sua produzione) e la materia, gli strumenti, il linguaggio verbale o meno che adopera per dirlo. Il problema, con Silvia Bre, è più complesso, perché doppio: la membrana è da abbattere non solo per la buona riuscita dell’opera, ma soprattutto perché la possibilità che venga abbattuta è esattamente il tema caro a Silvia Bre. La sua meta è il verso, inteso come vocazione, articolazione del pensiero, facoltà di comprendere l’essenza della realtà nominandola: “a volte sembra di sentire / che le parole e il mondo sono uguali” (1). E il verso è ovviamente anche il suo strumento. L’argomento è tutt’uno con la forma, ed entrambi sono il canto, la resa linguistica di un tentativo di contatto con il pensiero puro. Solo nel momento in cui i due arrivassero davvero a fondersi fino a diventare inconfondibili la poesia potrebbe diventare una vera e propria bolla di realtà, né forma né contenuto né i due elementi insieme, ma coincidenza pura: “più in là d’un niente / saremmo salvi da ogni mutazione” (2). Di fronte a un’ambizione del genere, se realizzata, il vissuto, il tempo storico, perfino il temperamento individuale resterebbero necessariamente sullo sfondo. Si vuole arrivare a un Centro, e nominarlo; ciascuno dia, in base alla propria formazione e al proprio gusto, il nome che vuole a questo Centro – essenza, natura, archetipo, verità; quel bagliore cui Wallace Stevens, poeta profondamente amato da Silvia Bre, fa dire “I am the necessary angel of earth, / since, in my sight, you see the earth again”. Una volta intuìto con il pensiero, per toccarlo con la parola – “una via che sembra breve / e s’allontana” (3) – è necessario avvicinarsi e lasciarsi avvicinare. Tanto più se il dato da indagare, se ciò che si avvicina, è nuovo, mai tentato, all’interno di un reale senza gerarchie; si legga a proposito la poesia ispirata dalle Variazioni per orchestra di Schoenberg, già modello di ricerca per Amelia Rosselli, compositore che per primo mise in discussione la necessità di una gerarchia intesa, in questo caso, come sistema tonale.

Quale che sia il bruscolo di realtà da indagare e raccogliere, si è detto, il movimento è doppio. La rosa, e tutti sappiamo di che valenza simbolica caricare questo fiore, non è soltanto una creatura da attestare, strappandola al tempo, con lo sguardo: non si va solo verso la rosa, “rosa che crepi al sole dell’estate”, perché “è in me, disperata, che sei salva” (4); il movimento è anche, soprattutto inverso: “vienimi incontro, rosa, sfibrami allora / con il soccorso tuo che fa paura – / conquisterò la resa a non saper di te, / se più ti sfioro” (5).

Volontà conoscitiva e testimoniale, dunque. L'”io” che governa la poesia di Silvia Bre non è un soggetto che usa la propria voce per raccontarsi al mondo, ma di questa voce – raccontatrice di se stessa – si considera ospite, strumento. Con una sete ancora più profonda: “il suono che tiene unito l’universo – / non lo conosco ancora però è perso / dentro di me, lo tengo caro / con ogni mio respiro, lo alimento / legando ogni giornata alla sua notte” (6).

Si comprende come non esista alcuna hybris in questo “io”, che pure si considera potente. L’ascolto della voce è un compito, non un talento; e nessuna poesia ha mai l’atteggiamento di definire un punto di arrivo, un approdo. Il percorso, il movimento dei versi e del pensiero, non è mai una linea retta: è sempre, costantemente, una spirale, come a spirale vola l’aquila “senza mirare a niente che non sia / se stessa più profondamente” (7). L’andamento si ripercuote su chi legge, ed è questo, ogni volta, che mi appassiona: amo l’istante in cui so che qualcosa aleggia, qualcosa sta per essere compreso, ma il movimento della mente è una torsione sempre più profonda che a ogni lettura annaspa entusiasticamente verso un centro e, proprio quando si illude di averlo tra le mani, fallisce. E a questo fallimento – se di fallimento si può parlare per un’impresa così abissale – Silvia Bre non si sottrae: al contrario, lo documenta. È questo il vero tema costante della sua poesia: l’ansia di nominazione, non la sua riuscita.

Se dovessi riassumere in un’unica frase l’impronta che Silvia Bre dà alla sua poesia – e assieme quello che della sua poesia mi ha sempre colpita – direi che la Bre patisce un’impossibilità, e fa di questo patimento il perno della sua meditazione. L'”io” che si delinea è una creatura eleusina intenta a comporre ostinatamente un canzoniere di estasi e frustrazione, a cantare la stessa vertigine di canto che la afferra per poi lasciarla indietro. Quest’ansia si declina in molti modi, e a elencarne anche solo alcuni scopriremmo tutte le intonazioni di un lunghissimo innamoramento. Abbiamo il dolore estremo: “È a me che lo fa dire, / a un disgraziato, al servo – / mi tortura il respiro / lo sorprende, lo scuote, / che io rimanga sveglio! / che io gridi…” (8); abbiamo l’estasi: “e tutto / tutto davvero sale dentro / le mie – non sono mie – conche del cielo” (9); abbiamo la beatitudine: “e poi il momento d’oro delle rime / quando può dire questa questa questa / questa foglia, e stare lì così / senza finire” (10); abbiamo la devozione: “chiunque io sia, / nulla che può distrarmi: / la poesia mi tiene rigorosamente / con la lingua severa per lezione – / mi è piacere, ridirlo, sufficiente” (11). Come per l’amore, sono due polarità – vette di gioia, strapiombi di disperazione – a governare, e, come per l’amore, la tortura è modulata tanto dalla paura del rifiuto quanto da un’estasi troppo acuta per essere sopportata a lungo. Del canto si possono intuire i meccanismi di amante tirannico e arrivare, a volte, a pronunciarli come tali – “si è parte / dentro una belva che si sfama” (12) – ma è a lui che si torna. Qualsiasi sia la reazione emotiva a questa potenza, la si accetta con umiltà, e la vertigine ricomincia: “eccomi ancora qui, la testa china / come una che non riesce e si vergogna – / sento d’essere tua, senza capire / lascio che questo verso ti accontenti, / che tutto accada pure un’altra volta” (13).

Ne viene, per chi legge, un senso quieto ma tremendo di cammino, un sentirsi raccolto e testimoniato, parte di un tutto ma anche del dolore di doverlo necessariamente sezionare, senza mai arrivare a possederlo nelle sue componenti o, meno che mai, nella sua totalità.

Si è umani, per molti versi creature inconsolabili, ma solo quando si ha la superbia di pensare di essere gli unici a patire si diventa, da inconsolabili, creature disperate; è a questa terribile lusinga che l’arte dovrebbe sottrarci. Se Silvia Bre patisce un’impossibilità, se ci rende partecipi del cammino di una mente verso il cuore di un mistero e del suo ritorno verso la realtà solida e tangibile della parola poetica, allora racconta – o meglio, ci permette di esperire – una meditazione che, in qualche maniera, riguarda tutti noi. Per questo movimento che si allarga, questo movimento tangenziale agli altri due, accessorio ma mai perso di vista durante il cammino da e verso le cose – per questo movimento si è grati a un autore. A conferma che ogni opera d’arte ha sempre un orizzonte civile, si scrive con un intento e nel cammino si raccoglie anche un’altra messe, quella di impedire al pensiero altrui di collassare. Allo stesso modo si legge per sentire di nuovo, profondamente, di essere legati al tempo che ci tiene, schegge di un cosmo strutturato e vasto. Leggo, personalmente, e ogni volta avverto, con gratitudine, una comprensione sottile, una fratellanza, una compassione – do alla parola il senso più nobile che le appartiene – perfettamente umana:

Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
tenerlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
 l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

Il titolo della recensione è da un verso di Sempre perdendosi, Roma, Nottetempo, 2006. Il brano citato in apertura è tratto da Potenza elementare che organizza la vista, in Marmo, Torino, Einaudi, 2007. Dal medesimo libro la poesia riportata in chiusura. Altri versi citati:

(1)                da La mia lezione è il melo, in cima al colle, in Le barricate misteriose, Torino, Einaudi, 2000.

(2)                da Scorgere è bello nel firmamento scuro, Ibid.

(3)                da Le barricate misteriose, Ibid.

(4)                da Rosa che crepi al sole dell’estate, in Marmo, cit.

(5)                da Se un riflesso aprisse l’adesso, in Le barricate misteriose, cit.

(6)                da E quale movimento, in Marmo, cit.

(7)                da L’attimo intorno, Ibid.

(8)                da Sempre perdendosi, cit.

(9)                da È cosa d’un momento: mi sollevo, in Le barricate misteriose, cit.

(10) ……….da Ha un’aquila negli occhi, Ibid.

(11) ………..da Potenza elementare che organizza la vista, in Marmo, cit.

(12) ………..da Sempre perdendosi, cit.

(13) ………..da Un’aquila si tiene nei miei occhi, in Marmo, cit.

(c) Giovanna Amato

Silvia Bre (testi scelti da Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter con una nota di Anna Toscano)

Silvia Bre, Le barricate misteriose (Einaudi, 2001)

da Passi

 

Quali ripari vado immaginando…
È dove non s’avverte che universo
remoto al mio dolere e le sere
farsi previsione sterminata, case
libere al vento. Sono le illuse strade
dove la fortuna d’un momento
sparendo mi ritrova e io m’accendo
alla più magra luna senza cielo:
con tanti minuscoli bagliori
si fa il sereno d’una notte.
Così il tempo mi svola, le ali accosta
nella fine di una lucciola stanca
a cercar sosta – ma pure i fili d’erba tra le rovine
sono contenti della primavera
e per la quercia grande che m’invento
s’allunga in belvedere una finestra
via dal deserto, e l’ombra piove,
come se fossi già quel che divento.

*

da Edere

Ascolta, un viale avevo
di sterminate rose
da guardare la sera,
cieli di viole
che l’edera rampava a grandi tele,
avevo corde amorose.
E guarda adesso
com’è tutto raccolto in un mirino,
che finalmente la mia strada ho perso
nel mondo delle cose
e mi sento salire rami nuovi
e il cielo ce l’ho steso sulle dita
e amo, e mi rinchiudo
tutta nella vita.

*

da Il parco

Io vado destinata a un sentimento
che ha la forma del parco che ora vedo,
e ciò che vedo è il viale in cui l’inverno
è rami, pietra, acque, tramontana,
e passi di una donna che cammina.
Ma per come procede e come leva
lo sguardo secolare sulle foglie,
lei è la specie, a lei torna la rima
nella quale riposa il mondo intero –
così la qualità del giorno vaga
continuamente tra le parole e il cielo.

***

Marmo (Einaudi, 2007)

da L’argomento

Tutto l’essere qui
non viene detto –
resta da solo in noi
già benedetto
se solo lo si lascia respirare
vagamente
come un fiato continuo dentro un flauto
con noncuranza
come un verso un cielo non guardato.

*

da La figura

Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

*

da L’opera dell’arte

Che baci appassionati
si danno di nascosto le tue rime
quale piacere stringe tra loro i versi

è  godimento avere in bocca il senso
da capire.

(È sera, dico le tue poesie
confesso lenta al buio
brevissime bugie.
Così è l’incontro,
nel tempo che s’arrende
e mentre la rete larga
della grammatica
della poca sintassi
si rapprende
nell’impressione acuta
d’essere vicini
forse è da qui che passa
semmai ne esiste una
la storia impensabile
della letteratura).

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Dice di lei Anna Toscano

Silvia Bre è una poetessa straordinaria. Silvia Bre vive la poesia come vivere una casa: della poesia e delle parole che vanno a formare la poesia, Silvia Bre ha fatto una casa, una casa a volte senza pareti e a volte con le pareti, una casa a volte molto viva e una casa a volte molto dolorosa, e una casa nella quale a volte ci si entra per errore, come a volte ci si va appositamente. Questa è la poesia, qualcosa che si attraversa, in cui si entra, si esce e si rientra, qualcosa che si visita o la poesia è qualcosa che visita noi. Silvia Bre io la leggo così, la leggo così da quando ho amato moltissimo Marmo, uscito per Einaudi e vincitore del Premio Viareggio nel 2007, perché Silvia Bre è una poetessa quotidiana ma non di una leggibilità spicciola, come potrebbero essere molti poeti contemporanei. È una poetessa del quotidiano, una poetessa contemporanea che legge la quotidianità attraverso delle parole complesse, attraverso una ristrutturazione della poesia, che implica un sé, implica un luogo, implica un’intensità che è l’intensità della persona che mette tutta se stessa. Ovviamene il riferimento e la polemica è a quella poesia di oggi che è fatta solo di parole senza nessuna sostanza, parole di bella facciata, ecco. Silvia Bre, che scrive da molti anni ed è una delle poetesse più considerate nel panorama internazionale, e anche italiano, è una poetessa assolutamente non di facciata, è una poetessa che fa ‘poesia da abitare’. Le sue sono poesie molto belle, molto forti, forti in quanto autentiche, e per questo emozionano e provocano. Provocano che cosa? Provocano un pensiero, una riflessione, provocano il provare ad essere profondi col pensiero come lo è lei, nell’entrare nelle cose e non fermarsi sulla soglia, né sulla soglia della vita, né sulla soglia della poesia, né sulla soglia delle parole. Entrare nelle sue poesie è entrare nelle poesie di tutti, entrare e attraversarle: solo così possiamo vedere che la poesia di alcuni autori come Silvia Bre è una poesia che ha una sostanza, dove si entra come in una casa, e si esce completamente mutati, modificati; solo così si può vedere che in molti autori si entra e si esce immutati: così si capisce qual è la poesia da scartare, e quella da tenere. Da aggiungere è che per Silvia Bre è fondamentale identificarsi con la propria poesia, con le proprie parole: è fondamentale esserci, esserci dentro con il proprio corpo, con lo spirito, e anche con l’amore, con il sentimento, per vedere e vivere le cose.

I suoi libri sono usciti per Einaudi, Le barricate misteriose (2001) e Marmo (2007) e Nottetempo, Sempre perdendosi (2006), e in riviste ed antologie. In attesa di nuove poesie ci ricordiamo che c’è una poesia in cui si entra e si esce sempre trasformati, quindi dato che la vita è un’evoluzione ringraziamo la poetessa Silvia Bre e la sua poesia perché ci fa evolvere, perché come dice lei stessa ‘abita nelle parole vivamente, come a casa’.

Come leggono gli under 25 #9: Silvia Bre, Marmo

su Silvia Bre e Marmo

di Alessandra Trevisan

Vita: una forma subdola della morte.

:

E cosa potrà fare adesso
Con i modi difformi che ho imparato,
cosa accade se mi spalanco
se la malapena sa essere infinita –

Parto da un’annotazione mia a biro nera, del 16 febbraio scorso, che ho posto nell’ultima pagina di Marmo di Silvia Bre: – La poesia parla di quello che ci manca -: Bre è infatti una poetessa ‘esatta’ nel senso campiano di quest’aggettivo, che persegue quell’attenzione necessaria a tessere i fili dei versi, così come faceva Cristina Campo in prosa e poesia, in una perpetua ricerca del mots justeche, dunque, ‘riveli’ il mondo. Ma l’esattezza che andiamo cercando noi lettori e Silvia Bre possiede, sembra continuareuna tradizione che è anglosassone soprattutto (Bre è traduttrice, tra altri, di Emily Dickinson), perché è nella lingua inglese (e forse in quell’impostazione di pensiero) che le parole illuminano le cose conferendo loro un significato contemporaneamente ‘caleidoscopico’ eppure puntuale e rigoroso: «Immaginazione, penombra regale,/ nessuna libertà ti somiglia fino in fondo./ In noi pieno di te/ il mondo può sembrare continuamente,/ è come è» (p. 55). La mia è soltanto un’ipotesi: Bre ‘dice’ la molteplicità con gli strumenti dell’italiano, sintetizza il ‘molto’ che ad esempio sta nell’altrove (sempre evocato),e nell’aria, che è l’elemento forse più presente in questa raccolta, aria che invade i luoghi, i tempi, gli spazi, il grande ‘dentro’: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica», dove qui pare vicinissima ai frammenti del Diario ultimo di Lalla Romano.
Non credo che Bre pensi in inglese, poiché la sua poesia è tutta interna alla nostra lingua, ma opera più probabilmente un ‘distacco zero’ dall’inglese in termini di comprensibilità; a tal proposito ricordo quanto diceva Rosa Luxemburg: «Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario», e questo è verissimo nell’arte, nella poesia è vero due volte. Quello di Bre è un lirismo che sta su un piano cartesiano in cui ascissa e ordinata misuranola chiarezza e la densità di un altro-dove,non sottraendosi ad una complessità che determina il valore letterario (e prosegue con probabilità la nostra letteratura classica). La poesia di Bre vive nell’oltre-forma, in un ‘elsewhere’ appunto che è dominato e invaso da una particolare e propria ‘vividness’,laddove questo lemma in inglese significa allo stesso tempo “vividezza-vivacità-brilantezza-nitidezza-intensità” che è propria di Bre, e fa stile.

MARMO: La ricchezza leggera della parola

di Maddalena Lotter

(È sera, dico le tue poesie
confesso lenta al buio
brevissime bugie.
Così è l’incontro,
nel tempo che s’arrende
e mentre la rete larga
della grammatica
della poca sintassi
si rapprende
nell’impressione acuta
d’essere vicini
forse è da qui che passa
semmai ne esiste una
la storia impensabile
della letteratura.)

Non si trovano facilmente le parole adatte a commentare la poesia di Silvia Bre, perché è ricca, ha molte forme. La sua è un’arte preziosa, che sa definire l’istante senza negare il fascino delle sfumature, del non-centro delle cose: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica.» Leggendo i versi di Bre si ha l’impressione di immergersi in un mondo  di profumi, sensazioni, colori e, appunto, sfumature, che manifestano l’abbondanza e al contempo la leggerezza, due caratteristiche che non si annullano ma anzi si “cercano” nell’universo femminile, dove il bello e il dolore vengono amplificati e un attimo dopo, per esigenza, per salvarsi direi, vengono ridimensionati: «Ognuno vuole avere il suo dolore/ e dargli un corpo, una sembianza, un letto,/ portarlo su di sé tenacemente/ perché si veda come una bandiera…/ Ma c’è persa nell’aria della vita/ un’altra fede…».
La parola di Bre oscilla, si muove senza paura a toccare gli aspetti ora più delicati ora più fermi della vita, nel tentativo di abbracciare tutte le cose, gli argomenti. Ora che ci penso, ricevere e contenere la varietà senza temerla è il modo che hanno le donne per definire il molteplice.
La poesia di Bre sembra dire sempre che, di fronte a una domanda, la soluzione delle situazioni si trova nelle situazioni stesse: «noi intanto ci lasciamo stare/ sotto l’ulivo più vecchio dell’orto –/ corpi, per trattenere quell’incanto./ Nessuno ha mai toccato l’argomento.» Il non detto dell’ultimo verso è pesante, è ricco, ma bilanciato da quell’incanto che lo precede. La leggerezza dell’incanto, del trattenere le sensazioni e amarle, amarle tanto, «nell’impressione acuta/ d’essere vicini». Anche l’incanto infatti, che è irreale, è un argomento reale, terreno; «così noi ci leghiamo docilmente/ per un disegno d’astri/ così siamo la terra che risponde.»