natàlia castaldi

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”

 

 

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi Letterari 2018

Tutto nel segno di una conversazione ininterrotta con l’altro, di un movimento di esplorazione meditante e di azione di collegamento, L’archetipo della parola, il volume curato e fortemente voluto da Marco Ercolani, dà conto nella sua articolazione e nel suo impianto di punti di partenza e di approdi che sono esemplarmente sintetizzati da due considerazioni degli scrittori qui affiancati: il poeta come passeur di un ordine, sì, ma di un ordine insorto, «Le poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et un ordre insurgé» (René Char in A une sérénité crispée, 1952; nel volume, a p. 21, nella traduzione di Francesco Marotta: «Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine. Un ordine insorto.») e la parola “insieme” come Shekinah, tenda nel deserto, «Sichtbares, Hörbares, das/ frei–/ werdende Zeltwort:// Mitsammen» (Paul Celan in Anabasis, nel volume a p. 127, nella traduzione di Mario Ajazzi Mancini; «Del visibile, dell’udibile/ la parola/ tenda che si/ libera,// Insieme»).
Nella stessa cornice plurilingue di incontri, indagini, illuminazioni, di vere e proprie “incursioni nella luce” (questo è il titolo del saggio di Marco Ercolani) vanno letti tutti i contributi di quest’opera pubblicata da Carteggi Letterari, sia le traduzioni dei testi di Char e di Celan, sia le traduzioni di contributi critici, sia i saggi che appaiono qui per la prima volta in volume. Non stupisce, in tale contesto, apprendere, ad esempio, come lo scrittore austriaco Peter Handke abbia scritto direttamente in francese un saggio su Char (Nager dans la Sorgue, datato “Salzburg, 24 maggio 1986 e apparso nel fascicolo monografico della rivista “Europe”, 1988), e come Peter Szondi, nato a Budapest, abbia dedicato alla poesia di Celan saggi – poi confluiti nel volume 330 della Bibliothek Suhrkamp, Celan-Studien, curato da Jean Bollack e pubblicato postumo nel 1972 – scritti nella prima stesura in francese (per esempio Lecture de Strette), oppure in tedesco.
Del volume L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan riporto qui di seguito l’introduzione di Marco Ercolani, che torno a ringraziare per l’invito a partecipare all’opera, sia l’indice, che ne mostra l’ampiezza e la varietà di contributi.

© Anna Maria Curci

Premessa

di Marco Ercolani

René Char e Paul Celan. Due poeti, due “amici”, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro, “cammino del segreto” e “Tenda Inespugnata”. Questo volume collettivo è un viaggio fra le analogie e le differenze di questa percezione.
Dal saggio di Blanchot per Char ai versi di Éluard dedicati al poeta alla testimonianza di Handke, dalla lettura di Szondi all’intervista di Derrida su Celan, il volume presenta anche nuove traduzioni, testi inediti dei due poeti, incursioni critiche di scrittori contemporanei.
Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia, dove la necessaria distruzione dei discorsi logici e la magica ricostruzione del discorso poetico non si oppongono programmaticamente ma risuonano come raffiche di un vento uguale e contrario, splendono e si oscurano come il lato segreto e quello visibile dell’astro lunare. (altro…)

Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a un rosa

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Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a un rosa, Carteggi Letterari, 2016

(con disegni di Francesco Balsamo)

 

Dalla prefazione di Natàlia Castaldi

[…] mi risulta impossibile parlare di questo suo ultimo lavoro senza tracciarne un percorso coerente negli anni, che lo ha visto sempre presente nel mondo della poesia contemporanea, ma non “invadente”, non scalpitante, felice di quel suo angolo di concentrazione che gli permette di tradurre “il suo solo sguardo” in poesia, riflessione, comunicazione che possa abbracciare il suo intimo senso di assenza-appartenenza-distacco in un unicum che ci accomuna tutti davanti agli ostacoli, ai dogmi, e ai misteri irrisolti di quello che chiamiamo vita. […]

 

Vietato sporgersi dal finestrino

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::a G.M.

Viste dalla ferrovia
le periferie sono tutte uguali
il retro dei palazzi popolari
i terrazzi regolari di un’architettura senza fantasia
con i fili del bucato, una tenda per il sole oppure
una parabola

quattro auto ferme ad un semaforo rosso
ma dall’altra parte non passa nessuno

e poi c’è sempre un orto minuscolo e irreale
perso in mezzo ai condomini
dove un pensionato prova a coltivare qualche cosa
mentre l’aria odora vagamente di benzene

ed il treno che corre via veloce
prima che ci si possa chiedere
se la vita è davvero tutta lì

 

Gorizia, Parco Basaglia

La rete che chiude il Centro d’Igiene Mentale
a oriente coincide con il confine di stato

al tempo della vecchia Jugoslavia
lì passava la cortina di ferro
per i malati anche sud ovest nord erano cortine di ferro
da nessuno dei lati era possibile uscire

allora andavano quasi sempre vicino al muro est
dove almeno le sentinelle serbe regalavano
qualche sigaretta

e magari un medico si sarà anche chiesto
come mai i matti di Gorizia
fossero tutti comunisti

 

(altro…)

Solo 1500 n. 99 – Le porte

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Solo 1500 n. 99 – Le porte 

Ci sono porte che si chiudono, porte che si aprono. Porte che restano aperte per sempre. Porte in legno, porte blindate, porte scorrevoli, a soffietto. Porte in alluminio. Porte orrende, porte rovinate e bellissime. Porte trovate in spiaggia, porte appese sopra i letti, porte che si fanno tavoli, porte che diventano comodini. Porte in restauro, porte restaurate. Porte in bianco e nero, porte colorate. Porte fatte di niente, porte sul mare. Porte sbattute dal vento, sbattute in faccia. Porte di quando uno chiude e dice: “vado via”. Porte di quando si esce, porte di quando suona la campanella e i bambini corrono fuori. Porte fatte di ciabatte o mazze di legno sulla spiaggia. Porte che era fuori o era dentro. Porte che per me era gol. Porte informatiche, porte che collegano. Porte che entrate che qui ci stiamo tutti. Porte che sono i libri, porte che aprono finestre. Porte che sono occhi aperti sul mondo, sui mondi. Porte che sono fatte di sorrisi. Porte larghe, portoni, porte strette, porte piccine delle fiabe, porte col vuoto dietro come gli incubi da bimbi. Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vigentina, Porta Genova. Porta Pia. Porta con la breccia, porta col lucchetto, porta a vetri: “Coraggio, guarda dentro”. Porte che scriviamoci  sopra. Porta spalancata che entra luce, che gira l’aria, che tra poco piove, che tra poco smette. Porta Capuana “che te le ricordi le pizze fritte? Io sì”. Porta che non si è mai chiusa, porta che è rimasta aperta. Porta di quando uno se ne va. Porta di quando uno torna. Porta che tanto l’indirizzo lo conosci. Porta che tu sia benvenuta.

(a NC)

Gianni Montieri

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Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie

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Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie
Nota di lettura e una traduzione di Anna Maria Curci

Vorresti stringerla in un pugno e serbarla gelosamente, questa poesia, manciata di riso sapido, riserva tenace di arguzia, lume “antivedere” al sussiego mortalmente serio e mortalmente ridicolo; dietro la curva, tuttavia, si realizza la sorpresa dell’incontro – scontro, partita a scacchi, intuizione, momentaneo connubio o scazzottata – della pianura desolata della vita e dell’attrazione della parola:

e ancora e ancora. dietro il treno e dietro le mie spalle
stavi tu laguna, e tu luna invisibile. io a sognarvi entrambe,
senza vedervi in figura, con i bastioni dei cavalcavia
in ipnosi alcolica dentro gli occhi, ho pensato: ecco, il solito
scacco, la vita è qui e quando la vedo pulsare mi ammalo di parole,
la penso da subito in parole. opera aperta, in fieri, non so.
era poco fa

Comprendi, allora, che non può, non deve essere sottratta ai desti, a tutti coloro che desti intendono esserlo.

Sono le considerazioni scaturite dalla lettura di Fuori stagione, inediti 2013 di Lucia Tosi scelti da Natàlia Castaldi per La dimora del tempo sospeso, a introdurre questa mia breve nota alla poesia di Lucia Tosi.
Di Lucia Tosi ho letto e ascoltato le voci del Piccolo alfabeto del malumore come ‘gallenbittere Galgenlieder‘: la ferocia del disincanto sa trovare stiletti precisi e affilati nell’umorismo che rovescia e smaschera.
Con O Penati Lari! Venti conversazioni con i morti, raccolte da Francesco Marotta per La dimora del tempo sospeso nel numero XXXIX dei Quaderni di Rebstein, ho percorso un itinerario di cognizione del dolore e di ri-conoscenza del sé e dell’altro, del sé nell’altro. («Dialogo in vece di fiammella votiva/ strattona la memoria. Evocare?/ Invocare? Provocare forse./ Rapido e tagliente pensiero scuote/ d’ambo le parti i muri, sussultano/ stagni taciti, balenii bluastri», scrissi allora).

La scelta di testi che propongo qui nasce da un percorso di lettura, attenzione, consuetudine, al quale volgo lo sguardo con un sentimento di familiarità e, insieme, di aspettativa mai delusa.
Le metafore del freddo introducono e uniscono nel loro nome – un nome che promette, tenendo fede alla promessa, il gelo arguto e chiarificatore della scrittura di Karl Kraus – una manciata di versi che mantiene lo sguardo acuto («essere aquila averne l’occhio guardare/ il sole senza abbassare lo sguardo»), il capovolgimento intenzionale e ‘armato’ delle immagini consuete e altrove innocue («non possono essere gentili i narcisi:/ non lo sono mai davvero e mai del tutto.»), la coscienza, divertita e disperata, beffarda e ‘fedele’,  tra il “vajont di disperazione” e il tracimare della risata; altro non è,  questa coscienza, che la consapevolezza, per sua natura dinamica e polifonica,  dell’imperfezione.

Non stupirà la mia scelta di tradurre Verfallenheit in tedesco. In Verfallenheit il punto di partenza è il concetto heideggeriano che il titolo riporta programmaticamente. Da quel punto di partenza, il percorso assume connotati autonomi, propri della poesia di Lucia Tosi. Nei Gallenwege, nelle vie biliari della paura, condizione primaria dell’essere nel tempo, Lucia Tosi sa districare la massa informe, il catafalco di vecchi e nuovi miti che arresta e imprigiona. Non indica vie di salvezza, ma dà alle cose il loro nome e, in questo suo guardare lucidamente la condizione di Verfallenheit, condizione umana troppo umana del non-uomo che siamo, sa trovare la giusta distanza e praticare ‘l’arguzia della ragione’.

 

metafore del freddo 1

essere aquila averne l’occhio guardare
il sole senza abbassare lo sguardo
non serve: una corrente fredda
ammala anche le aquile le cala
a venti metri da terra
le spiuma mentre precipitano
le ritrovi passeri infreddoliti
su una siepe puntuta
con l’aria a mezzo stupita
uccelli di dio abituati alle altezze
al vasto respiro dell’ala
indecisi da un ramo all’altro
che oscilla precario
preda del primo gatto rognoso
che s’acquatta nell’ombra
credendosi tigre, leone

 

metafore del freddo 2 (capita l’antigone?)

non possono essere gentili i narcisi:
non lo sono mai davvero e mai del tutto.
non lo possono essere, poverini: nessuno gliel’ha
insegnato! “ma giammai mio ospite sia, né amico, chi agisce così”.

 

metafore del freddo 3

non come sparvieri gli occhi cuciti
ma come avvoltoi alla carogna
non basta più lasciar grattar la rogna
avidi e lividi vanno zittiti

 

imperfetta

imperfetta
sono rimasta a letto
mentre fuori infuriava
la tempesta
neve e grandine e vento
tregenda di nubi bluastre
come all’improvviso
certe sere d’estate.
pensavo alle rose lassù
le vedevo tremare
a ridosso del sottotetto
mi dicevo resisteranno
non voleranno via
sentendo d’essere quasi
una madre indegna
come talora sono
quando non dico
la parola che attendi
lo sguardo azzurro e attento
quando amandoti tanto
mi trattengo al di qua
dei tuoi freschi pensieri.

 

Mostratevi entusiasti di avermi conosciuto

La vita si fa poco per volta:
coi sensi di oggi non riconosco
quello che allora, e più indietro,
devo aver per certo provato:
per il sangue le morti
– da spiaccicamento autostradale o da malanno –
i suicidi.
Ogni volta una diga che tracima
un vajont di disperazione.
Come l’acqua che si ritira
non si sa dove – di tanta
che n’è scesa – anche il dolore
lo risucchiano il da fare
del giorno e l’invocata tenebra.
A guardare indietro
parmi d’esser stata di pietra:
neanche il tempo per graffiarmi il volto
e buttarmi a terra, nel buio,
a brancolare.

 

Verfallenheit

secolo passato inutilmente
non c’è soluzione al problema
anzi, non c’è più un problema
ende oder anfang?
che  gran ridere l’ ubermensch
e l’acqua calda del male-di-vivere
e la speranza della poesia
invasa dalle erbacce dell’angoscia
non-uomo umanisticamente stravolto
il nulla e la morte sono bei ricordi
nostalgie di stupidi adulti
che non si sanno sbarazzare
dell’ingombrante inservibile infanzia
alla vertigine della libertà
oppongo la quiete e l’equilibrio
di questa paurosa schiavitù
mentre precipito/iamo in basso

Verfallenheit

Umsonst vergangenes Jahrhundert
auf das Problem gibt es keine Lösung
ein Problem gibt es ja nicht mehr
Ende oder Anfang?
Über den Übermenschen lache ich mich krumm
und das neu erfundene Rad der Lebensmüdigkeit
und die vom Unkraut der Angst eingedrungene
Hoffnung der Lyrik
humanistisch verdrehter Nicht-Mensch
das Nichts und der Tod sind schöne Erinnerungen
Sehnsüchte stumpfsinniger Erwachsener,
die die unhandliche unbrauchbare Kindheit nicht loswerden können
dem Schwindel der Freiheit
setzte ich die Ruhe und die Ausgeglichenheit
dieser ängstlichen Sklaverei entgegen,
während ich/wir tief hinunterfalle/n.

Lucia Tosi
(traduzione di Anna Maria Curci)

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«Lucia Tosi è da circa trent’anni una terribile insegnante di italiano e latino, ama poche cose nella vita come la poesia e il romanzo, mentre rifugge quanto più può, nell’esercizio delle sue funzioni, la chiacchiera letteraria. Scrive poesia con esagerata testardaggine da sei anni: prima vergognandosene immensamente, ora invece desiderando di scomparire ogni qualvolta sul web compare una sua piccola raccolta (anche se le fa un enorme piacere riscontrare degli apprezzamenti positivi: che la fanno sentire meno sola e meno stupida). Ama le parole, la loro storia, per questo si laureò nel lontano 19.. in Storia della lingua italiana all’Università di Ca’ Foscari, con una tesi da serissima filologa sulla poesia di Salvatore Di Giacomo, da cui ha tratto molti insegnamenti circa la musicalità e il senso amaro e comico della vita. Ha scritto in passato per il blog La poesia e lo spirito testi critico-creativi sulla scuola italiana, delle recensioni e qualche racconto; sue poesie sono comparse in vari blog – oltre il suo –, specie ne La dimora del tempo sospeso.» (L.T.)

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diverse scritture – Francesco Dal Corso (post di natàlia castaldi)

di Francesco Dal Corso
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Settembre o della tarda estate.
Quando le ombre incominciano
________________a scalpitare
Un po’ più in là stregarsi d’incanto
Quando la luna acquista fierezza
_________________soldo nel cielo reclino
Raccolgo le forze, non ancor dissipate
Quando arriva settembre e il meglio
_______________________dell’estate.

Calpestava il riverbero di mezzogiorno
a torso nudo, sfidando sassi glabri
______________________e antichi
mio figlio e l’ultimo resto di un’estate
______________________  lontana
ora che la soglia viene, resistendo all’enigma.

Luccica di irriverenza, partorisce
e sfregia la quotidiana inclemenza.
Lidi lontani e vette immote
________________ed il tornare.
Non canta lodi, solo improvvide trasformazioni.
Senza di essa non saprei che dire, né vivere.
Un vero spasso, la poesia.

Nulla accade all’improvviso
se non per noia, per finta, a tradimento.
Nulla accade dietro l’angolo
se non nei sogni o in racconti mediocri.
Nulla accade davvero
lontano dalle scene, in cui si va
______________________e si viene.

L’ultima sigaretta, quella del condannato
e ad occidente la Luna e Venere, a capolino
sotto le nuvole.
Gracchiai qualcosa, nel respiratore.

Ero uno di loro, un tempo.
Conoscevo i destini del mondo,
provavo gioia e disperazione.
Mi accadde di guarire, separati
_______________il bene e il male.
Un naufragio di onnipotenza.

Sarei tornato in compagnia degli altri,
a patto che si levassero di torno.

Un tempo scrivevo al passato, terra di
_________________malinconiche aspirazioni.
Poi sono venuto al presente ed ho incontrato
superbia, ira e desiderio.
Ho tentato infine le vie del futuro
prendendo alla sprovvista i delitti dell’accadere.

Voglio raccontare la realtà prima che essa accada
Voglio aggredirla, travolgerla, vituperarla.

Non faccio sconti, questa volta.

La mamma che avrei voluto me lo diceva spesso: non accontentarti, figlio mio, io mi arrampicavo sugli alberi prima di diventare un disegno nel volume della tua infanzia.

Arrancando tra le strofe se ne scoperchia tutta la fragilità, il loro transitare lungo la faglia tra luce e ombra. Ogni capitolo ha bisogno di incoscienza, per sopravvivere. E una volta scritta la parola ‘fine’ non c’è nulla in grado di salvare l’epoca del sublime.
Non saprei cosa aggiungere, senza lasciar accampare il superfluo.
E non se ne va più via, una volta che gli si concede una mezza riga.

La certezza che vi sia qualcosa, che non lasci soli uno specchio d’acqua o un brano di cielo.
Un barlume di salvezza, simile allo sguardo dell’animale quando ci si strappa i capelli, o come la scritta su di un muro che recita: la lettera.
E ne abbiamo di francobolli da leccare, sperando in una risposta.
Il tonfo delle buste, nella cassetta della posta, lascia scivolare le disperazioni lungo lo specchio dell’anima.

Lo appese alla volta celeste, dimenticandosi delle rivoluzioni degli astri.
Il secchio della speranza toccò terra prima che le nuvole scendessero all’altezza delle sue abitudini.
Tonfo sordo, divenendo sasso.
Il mondo, lungo l’orizzonte, ancor più bello e dolente.

Una conchiglia, incastonata nel cavo dell’ascella.
Al risveglio vi ritrovai l’ora legale,
nascosta tra cristalli liquidi.
Immaginando di scorgere la luna del giorno
prima, sorseggiando un bicchiere d’alba,
puntellai di pericoli le rotaie del quotidiano.

In prossimità del margine, prestare attenzione.
Facendosi margine, aver cura di tralasciare ogni cosa.
Avendo fiducia che tutto, infine, troverà il suo posto.

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Francesco Dal Corso

courtesy of Francesco Marini

Francesco Dal Corso è nato a Mestre il 2 aprile del 1973 e vive in provincia di Venezia con la sua famiglia. Una laurea in filosofia e una passione per l’astronomia, nel suo cursus studiorum. A partire dal 2010 inizia a scrivere secondo una forma minima di costanza, pubblicando alcune cose dapprima sulla piattaforma Splinder (paroleinlontananza) e migrando poi su allorizzonte.wordpress.com. Condivide con Francesco Sarti il “progetto” Feritoie (feritoie.wordpress.com).

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Alcune poesie da “Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott (post di natàlia castaldi)

Derek Walcott

Derek Walcott

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Derek Walcott nasce ai Caraibi nel 1930 e vive tra Boston e Saint Lucia. Nel 1992 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Le poesie che seguono, sono tratte dalla raccolta Mappa del mondo nuovo pubblicata da Adelphi, con testo a fronte. Le traduzioni sono a cura di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi. [nc]
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"Mappa del nuovo mondo" di Derek Walcott

“Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott

STELLA

Se, alla luce delle cose tu scolori
vera, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno. (altro…)

Il dire celeste – Giuseppe Bonaviri – quaderni della fenice 51 – Guanda Editore – 1979 (post di post di natàlia castaldi)

Giuseppe Bonaviri

Giuseppe Bonaviri

Nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1924 dove vive fino al conseguimento della Laurea in medicina a 24 anni d’età; una volta laureato si reca a Frosinone, dove vive esercitando la professione di medico condotto fino alla sua scomparsa, avvenuta esattamente quattro anni fa: il 21 marzo del 2009.
Ancorato alla sacralità di un’appartenenza metafisica, più che fisica, all’isola che gli diede i natali e che, come egli stesso afferma, in sé serba le fascinazioni delle terre di conquista: arabe, bastarde e selvagge per destino e geografica connotazione naturale; Bonaviri fonde, attraverso la sua esperienza letteraria – come rilevato da Elio Vittorini, suo primo estimatore e scopritore – la sua arcana, ancestrale e onirica visione degli elementi naturali con lo studio d’essi scientificamente affrontato e sperimentato, dando luogo e vita così ad un guazzabuglio letterario di fantasie e infantili reminiscenze, capaci di coabitare, fondendovisi perfettamente, al razionalismo empiricamente più scientifico che, partendo dalla meraviglia del mistero biologico, caratterizzano e ne fanno sua l’arte, il lavoro e la condivisione della conoscenza, con quella balzana – e ormai evidentemente antiquata – idea, ch’essa possa servire al progredire del genere umano, serbandone tradizione, memoria e storia.

nc

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“Il dire celeste”

da “la partenza”

Le donne chiesero Castità e Povertà
come luna duplicata nei topazi
e, in melodia, nei legni dei mandorli.
I bambini morti furono deposti
sui ciottoli fluviali in abbondanza di luce.
Algazèlia, signora delle rupi, quando
il giorno morì in un unicorno disse
di cercare la prima acqua che non ha zuffa d’onda.

* (altro…)

“Sino a che morte non” (di Domenico Caringella)

sino a che morte nonracconto inedito
di Domenico Caringella

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“And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave“
(M.J. – K.R.)

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Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria.
Liberty non seppe dirsi allora se erano stati i ricordi a plasmare la visione o se non era stata la visione invece, a fargli ricordare
Il sole era ancora basso sull’orizzonte e la sabbia era umida. Rabbrividì una, due, tre volte. Prese un lembo della coperta e lo sistemò meglio sulle spalle della donna. Quando la stagione si faceva più calda, accadeva spesso che lasciassero il seminterrato di La Jolla e finissero per farsi sulla spiaggia davanti.
Prima di muoversi, attese che si svegliasse anche lei e che riuscisse a mettersi seduta e a focalizzare lo sguardo su di lui.
– Sue, tu sei un fiore appassito. Questo sei – le disse
– E tu un fottuto giardiniere distratto
– Sembra a te. Di acqua non me ne hai mai chiesta
– Forse è vero. Ma non mi ricordo tante di quelle cose ormai… Allora sei stato un giardiniere senza troppa fantasia. Se non ti ho chiesto acqua è perché avevo bisogno di altro. E comunque anche tu in un bel mazzolino non faresti una gran figura. Guardati, cazzo… fai schifo
– Divorziamo a questo punto.
– Siamo arrivati a quel punto Liberty? Pensi sia così? Sei sicuro?
– Sì. Non ci sono altre strade. Per oggi almeno, amore. Possiamo resistere però, o tentarci. Non so se ce la faccio però. Non so so se ce la fai tu.
– No, io non ce la faccio.
E dicendolo Susan allungò la sinistra a Liberty che intanto si era alzato di scatto, si era scrollato la sabbia dalla camicia e dai pantaloni – che portava arrotolati sopra le caviglie – ed era rimasto in piedi accanto a lei, dando le spalle all’oceano. Lui le prese la mano, le sfilò piano l’anello e se lo mise in tasca.
– Vai tu. Io voglio restare a guardare il mare. E poi il sole ha appena iniziato a scaldarmi – disse Susan fissandolo dal basso verso l’alto.
– Tra un po’ sarà pieno di gente qui. Passerà anche la pattuglia – rispose senza convinzione Liberty
– Correrò il rischio. E poi ci conoscono ormai. Tutti. Soprattutto loro.
Lui le passò una mano tra i capelli come si fa ad un figlio che non è più un bambino. Susan fece un gesto, come di disappunto, di fastidio, per cacciare la mano che l’accarezzava. Ma Liberty era già distante. Lo sentì canticchiare come al solito “Take me down little Susie, take me down, I know you think you’re the queen of the underground”, mentre avanzava a fatica traballando sulla sabbia. Mise la spiaggia tra lui e le case di la Jolla e i grattacieli ancora più lontano sullo sfondo, e poi sparì.

Quando arrivò sulla strada Liberty piegò verso l’interno dell’abitato. Prima di arrivare al parcheggio del centro sportivo si fermò davanti alla vetrina di un negozio di animali. La sua immagine riflessa si sovrapponeva a quella di un grosso cane di una razza di cui non rammentava il nome, da aggiungere all’elenco senza fine di ricordi, dettagli, disegni, volti e desideri finiti nel cesso in cui si stava trasformando la sua memoria. Usò la vetrina come avrebbe fatto con uno specchio. Ogni giorno gli sembrava di riconoscersi meno; ogni giorno spariva un pezzo e ne trovava un altro al suo posto. Ma cresceva anche il sospetto che mano a mano che cambiavano le linee di confine e le strade della sua faccia, diventasse più chiaro e spaventoso come e di cosa fosse fatto dentro. Iniziava ad apparirgli la propria struttura interiore e l’inequivocabile fragilità e miseria del tutto.
Alla fine, come al solito, semplicemente si diede un’aggiustata ai pantaloni e alla camicia, e prima di riprendere il cammino si inventò l’ennesimo sorriso che quella merda di California gli chiedeva con inopportuna gentilezza.

Il centro sportivo a quell’ora era ancora chiuso, così nell’area antistante non si trovavano le auto dei clienti; ma il parcheggio comunque era pieno di quelle degli abitanti della zona. Liberty adesso era ormai tornato nel pieno controllo di sé; attese che l’unica persona in vista, una donna anziana che camminava a passo spedito con un gatto in braccio, gli passasse davanti e si allontanasse direzione Pacifico, quindi puntò una Sebring bianca, la macchina che tra quelle posteggiate si candidava più delle altre a passare inosservata. Si inginocchiò accanto all’auto, all’altezza della fiancata sinistra. Dalla borsa di cuoio calcinato dal sole che portava a tracolla tirò fuori un grosso sasso; si tolse la camicia, l’avvolse intorno alla pietra e con un colpo secco e silenzioso frantumò il vetro del finestrino, quanto gli bastava per infilare una mano all’interno e far scattare la serratura della portiera. A fare il resto ci mise molto meno di un minuto
L’aria che entrava dal finestrino mentre correva sull’interstate con l’azzurro della San Diego Bay a destra e i grattacieli lontani del centro a sinistra era calda già a quell’ora, eppure Liberty sudava freddo e tremava; soltanto il pensiero di quanto fosse vicino il prossimo buco lo manteneva calmo e concentrato sulla strada e sul percorso che lo avrebbe dovuto riportare alla fine sulla spiaggia e da Susan. “Starà tremando anche lei a questo punto” pensò Liberty mentre piegava a sinistra per Mission Bay Drive tra il Pacifico e la laguna, puntando a sud est verso le verticali di cemento dello skyline.
Prima di andare a fare la spesa dallo “Spagnolo” a Balboa Park, fermò la Sebring in Redwood Street e a piedi raggiunse il “Caliph” sulla Quinta.
Dentro era buio come al solito. Due uomini sui cinquanta ballavano piano, stretti stretti, probabilmente seguendo una musica che riuscivano ad immaginare soltanto loro. Si sentivano distintamente lo strisciare dei loro stivali sul pavimento e il fruscio della scopa con cui invece danzava la donna delle pulizie per cancellare le tracce che la notte si era lasciata dietro prima di andare via.
Liberty salutò il barman e si sedette al banco. Prese l’ultimo George Washington stropicciato che gli rimaneva in tasca e chiese una birra. La Bud e Jimmy “il Fungo” arrivarono quasi insieme. Liberty guardò Jimmy, che aveva preso uno sgabello e lo aveva spinto accanto al suo, e poi la birra. Poi di nuovo Jimmy. Alla fine decise per la Bud. Diede un sorso lungo quanto la metà del boccale. Poi mise la mano in tasca. Tirò fuori l’anello che aveva sfilato dall’anulare sinistra di Susan sulla spiaggia solo mezzora prima, e fece lo stesso con la sua fede d’oro. Le dita gli si erano assottigliate, asciugate, come il resto del corpo, e il cerchietto venne via senza alcuna fatica. Strinse le due fedi nella destra e le rovesciò sul banco accanto a quello che restava della birra e davanti a Jimmy.
– Fedi – disse come se fosse un invito, e con un’aria che voleva forse essere solenne.
– Vedo – rispose l’altro
– Quanto si meritano queste, Fungo? – gli chiese.
Jimmy, dopo aver piegato la testa verso il banco per esaminare quello che gli veniva offerto come una specie di tesoro, da una tasca interna della sua giacca lacera tirò fuori un rotolo di dollari di vari tagli tenuti insieme da un elastico. Ne prese alcuni, li contò e li posò sugli anelli.
– Sono la mia e quella di Susie, Jim – disse a quel punto Liberty, fissandolo, e la sua voce era già diversa: aveva qualcosa di commovente e allo stesso tempo meschino – E poi lo sai che consumiamo solo eroina rosa, di quella che arriva dalla Birmania. Che ci faccio con quelli?
– Mi ricordo che mio padre usava una crema da barba fichissima che si chiamava Burma Shave. Però non so se venisse dalla Birmania, dalla Thailandia…o da Disneyland – disse il Fungo e mentre lo diceva rideva, scoprendo una fila di denti guasti che facevano sembrare quelli di Liberty delle perle. Smise di colpo, come aveva iniziato, e subito dopo prelevò dal rotolo altre due banconote, le sbattè sopra le altre, ritirò gli anelli come un croupier, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita.
Liberty, i pezzi di carta con le facce dei presidenti in mano, si alzò anche lui e gli gridò dietro.
– Fungo aspetta…Un’ultima cosa.
– Fa presto cazzo. I soldi sono quelli e non ho altro tempo da perdere. Che c’è allora? – rispose Jimmy che si era fermato e voltato verso di lui
– Gli anelli.
– Gli anelli? Quindi?
– Secondo te… li fonderanno insieme..? O no?

*

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Oggi i vivi si danno alla macchia (di Salvatore D’Angelo)

courtesy of Eric Lusito

courtesy of Eric Lusito

di Salvatore D’Angelo

Oggi i vivi si danno alla macchia
i volti cari gli amici gli estranei
l’uomo sul fondo il corvo che gracchia
sulle distese di vani terranei.

Per le strade vuote fa mulinello
– e fugge – il vento dalle finestre
murate a oriente sulle ginestre
marine ora fiorenti – il martello

la falce la stella – luce del giorno
e quant’altro che già sa d’impossibile
eppure tutto dal netto contorno
pare che non muoia – inestinguibile.

“I will survive” poi cantano in coro…
Qual è la notte che porta ristoro?

Roberto Ceccarini – variazioni di rotta da una stanza invernale – collezione privata – (post di natàlia castaldi)

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Somiglianze –

qualche volta succede che torna il principio dell’irrazionalità: “quando un corpo (un’anima) vuole risorgere, non importa il luogo”, sotto quale cielo o bagliore prenda forma, non importa a che punto del proprio tempo siamo, se abbiamo conosciuto una morte interiore o abbiamo indossato per sopravvivenza un uniforme. dovremmo abitare il coraggio e lasciare che accada ciò che deve accadere. le tende possono nascondere il passaggio dei pescherecci, le crepe più verdi e vive del mare, tutte le nostre somiglianze.

******

questa casa di montagna con le mura scrostate
e grigie, con le finestre rotte, il tetto diroccato,
l’erba dirompente nel pavimento.
questa casa di montagna che qualcuno a suo tempo
avrà vissuto e amato, sembra non averne più ,
ma si tiene in piedi e guarda dignitosamente il panorama.

******

ora che l’estate sta per spaccarsi
hai escogitato un passo
che non ingombra,
una voce sussurrata
come un bacio in punta di bocca
che si fa spazio dove spazio è nome
appena un attimo prima della stupidità
di una città vuota e il respiro
cauto delle ginestre nel cortile

******

– Viaggio del (non) cambiamento –

chissà se tra noi esisteranno segreti
(è normale che esistano segreti tra gli amanti)
e se ci sbottonassimo in questa notte
colma e slabbrata come il bocchino
di uno strumento a fiato?

sul margine del boccaporto
di un amore a tratti straripante
e trafelato, tra le auto di un parcheggio,
una luna d’occidente
imprudentemente sta alla finestra,
scruta tutta la rovina di un bacio.

******

restare nella promessa – esili –
agganciati ad un gancio
cercando la benedizione
di un passaggio di consegne
che finalmente affranchi,
o almeno l’obiettività di un oggetto
che ci osservi fino al buio
smarritosi sotto le lenzuola.

******

– Utopia di un Inverno –

finestre dove stiamo affacciati
tu sopra, io sotto.
finestre di nessuna ragione
finestre che assolvono,
che guardano nella notte ipermetrope.

riconoscere le nostre voci
che salgono e scendono veloci,
ballare un tango
rallentando.

******

tenuto il tempo, tenute le braccia
aperte come un’assoluzione,
abbiamo osservato assolversi le cose,
tutto quel rumore che fa la casa vuota.

bisognerebbe riempire la periferia
dei luoghi, amore mio, con qualcosa
di meno vuoto e spaventoso.

******

poi capita che dopo il colpo, il cuore non trovi casa
e si avvii verso un corridoio senza muri né stanze
miri a quella terraferma mite chiamata vento estivo,
alla restituzione incondizionata di tende bianche
o acqua di fonte nella brocca, organze, frutti incantati.

******

Riscontri

non hai nessuna ragione per crederci
ma alzi lentamente un braccio,
allunghi il collo, la testa,
come cercassi la superficie.
tiri fuori un piede,
appresso
subito
l’altro.
muovi il corpo, fino ad accostarti
pigramente a chi ti assomiglia
a chi ti sta frugando
nel cuore.

qualcosa, di lato, cede
ogni tanto o cade,
ma non si cancella,
non cancella.

*********

chiedimi dello strappo
dopo la nomina del tuo nome,
della casa che per un istante è stata vera,
dello squarcio della parola che ha battuto
nel palato, proprio sotto la lingua
in cerca di una pianura inabissata
sotto la mattonella tiepida del pavimento.
qui, dove le cose, una volta tanto,
trovano scampo, non temono.

*********

ora ogni porta è un’uscita,
una via di fuga
nella via crucis della casa.
scrivere poesie è come fare
un buco nell’aria, cercare
un passaggio invisibile
verso una meta sognata,
è come mandare a qualcuno
messaggi in bottiglia.
amore mio, oggi tremo
come se nella testa
ci fosse una guerra,
un gioco crudele
di bombe e fucili.

*******

arriva una voce sconosciuta dal piano
di sotto e tutto si rompe come una sfera
di cristallo sotto un piede.
l’appartamento per un attimo si spettina
e il tuo volto appeso a un sogno diventa piccolo.
noi così stretti e superstiti facciamo ritorno
da una domenica veloce e già lontana.

******

quando le stanze resteranno
vuote e i divani verranno vestiti
da teli bianchi e stanchi
mi verrà sicuramente da pensare:
“non in questa vita…
non in questo avamposto”.

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Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini è nato a Latina nel 1967 e tutt’ora vi risiede. È presente in varie antologie poetiche, tra le quali Il segreto delle fragole 2008, Lietocolle Editore, e Vicino alle nubi sulla montagna crollata, Campanotto Editore. Nel 2008 pubblica per i tipi de L’Arcolaio, collana “i germogli”,  la sua prima silloge Giorni manomessi, con la puntuale prefazione a cura di Giacomo Cerrai.
È stato fondatore e gestore del litblog Oboesommerso, all’interno del quale ha curato e portato avanti il “progetto lettura”, dando voce alla poesia italiana contemporanea. Ha abbandonato il progetto lettura dal momento della dolorosa scomparsa dell’amico e maestro Luigi Di Ruscio, lasciandoci tutti doppiamente orfani.

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Dialogo tra un venditore ambulante e una cliente abituale (microstoria di campagna elettorale) (post di natàlia castaldi)

di Rosamaria Francucci

Premessa:

vivo, mio malgrado, in un quartiere della periferia nordest di Roma, quartiere residenziale sorto negli anni sessanta e settanta secondo la cosiddetta “espansione selvaggia a macchia d’olio” (siamo a ridosso del raccordo anulare), urbanisticamente sbagliato, edilizia privata di speculazione, pochi viali di smistamento e un fitto reticolo di strade laterali strette piùcchesipuò. Le palazzine di medioalta statura regalano agli abitanti dei piani bassi atmosfere gotiche sicchè spesso, anche di giorno, è necessario ricorrere alla luce elettrica. Per fortuna io abito in una mansarda (ovviamente condonata), dove percola perennemente acqua dal tetto ma almeno il sole regna sovrano regalandoci un tocco di luministica allegria. Al di là delle rosee apparenze si tratta dunque del tipico quartiere dormitorio (dove approdai di malavoglia appena tredicenne) che solo negli anni ottanta del secolo scorso si ingentilì di qualche frivolezza commerciale, animandosi contestualmente di immumerevoli istituti di credito e chiudendo miseramente tutti i suoi cinema; da sempre malcollegato al centro città per via del fiume Aniene e della metropolitana che non ci ha mai raggiunto, mal lastricato, maleodorante per via del traffico di frontiera diretto al limitrofo megacentro commerciale nonché per le deiezioni escrementezie delle numerose presenze canine, affidate di norma a poco accorte personcine. Quartiere -manco a dirlo- abitato da quella middle class pigra e impiegatizia che da sempre ingrossa le file degli elettori della destra più becera e retriva. Ambiente un poco tronfio, un poco truzzo, un poco chiuso, gonfio di solida noncultura piccoloborghese, sebbene stretto tra Tufello e Val Melaina, roccaforti rosse di qualche rilevanza storica e strategica. Oltre a qualche spazio verde di risulta (sempre pù raro in verità) il mio quartiere possiede però una magnifica risorsa: un mercatino rionale con la più alta, ricca e completa concentrazione di banchi dell’usato che attualmente Roma possa vantare nei giorni feriali. A popolarlo e a nutrirlo bisettimanalmente sono una folta combriccola di ambulanti della provincia casertana, per lo più imparentati da vincoli soldissimi, di poche parole e di ruvide e schiette maniere. Si esprimono tra loro in un dialetto strettissimo, accompagnato da una impercettibile “gestualità di sopracciglio” di altrettanto arcana decrittazione, mentre i loro aiutanti extracomunitari, probabilmente ingaggiati in loco, parlano un fiorito e simpatico romanesco di seconda generazione. La merce è interessante, varia e bene organizzata: si narra che in orari improbabili vi si vedano circolare note stiliste in cerca di rarità, centrini al tombolo o di tovagliati d’epoca… molti negozietti di abbigliamento vintage vi si approviggionano e io stessa, oltre a coprire totalmente le familiari occorrenze, trovo ottimo materiale di recupero per il mio attuale lavoro. Molte signore, anche non di zona, hanno eletto la visita al mercatino tra i loro passatempi preferiti, una specie di droga leggerissima che regala emozioni a buon mercato e perlomeno protegge dalla sindrome del Gratta e vinci. Il che non è poco, oggigiorno, credo.

L’accaduto:

Come tutti i martedì non piovosi, salute permettendo, mi avvio a passo sostenuto verso l’ambita meta, oggi un bel sole mi assiste e vorrei annegarci dentro tutti i postumi dell’influenza e i grigioneri pensieri. La caccia all’ultimo straccio è di nuovo aperta. All’ingresso dell’area del mercato, dove di norma si appostano ragazzotti di ben scarse speranze per distribuire agli avventori pubblicità di palestre e corsi d’inglese oppure i più smaliziati rappresentanti di un famigerato aspirapovere, oggi c’è invece un certo fervore preelettorale. Sulle prime un distinto signore mi si avvicina con fare circospetto e chiede perfino il permesso di porgermi il volantino promozionale del centrosinistra, la grazia è tale che mai oserei contraddirlo, allungo la mano quasi certa di aver guadagnato anche un baciamano… Però con la coda dell’occhio già mi sono accorta dei rincari. Finito il Carnevale, svenduta a 50 centesmi anche l’ultima mascherina, ora si espongono le primizie primaverili. Speranzosa mi inoltro: soppeso un maglioncino carta da zucchero per il pargolo, 80% merinos, ottimo stato, rare palline ai gomiti, la misura pare perfetta… valuto, rifletto… 2 euro non si buttano a cuor leggero oggigiorno… Intanto dal centro del viottolo mi giunge una voce femminile conosciuta: ” Ingroia… Rivoluzione civile…” recita ritmicamente, come all’Offertorio… così sovrappensiero mi verrebbe da rispondere tra i denti: “Ascoltaci, O Signore”… Poi, nella concentrazione dell’acquisto, un’illuminazione… alzo gli occhi: ma certo…è Daniela! E poco fa, qui in fb, con una rosa virtuale (benchè mia) le ho appena mandato gli auguri di compleanno. Un’attivista di buona volontà conosciuta anni fa come socia del circolo di lettura… lei, nonostante tutti i suoi problemi, sempre in pista, sempre disponibile, mai doma. Tenendomi stretto il magliocino vado a salutarla, ci abbracciamo, le rinnovo gli auguri di persona… mi consegna il materiale elettorale, mi da qualche dritta in più, ci aggiorniamo sui figli, sulla disperazione lavorativa, basta… faccio una battuta sulla foto del capolista: “Mammamia che sguardo triste… un sorrisino pure ce lo poteva regalare, ‘sto signore… un sogno dico, un sogno per sognare… ma insomma “il pagliaccio” – le dico – non c’ha insegnato proprio niente?” “E c’hai ragione!… Siamo tristi che vuoi… siamo così”. Disperazione. Lei torna alla sua mission impossible, io devo pagare. Incrocio gli occhi di Xxxxxxxx, l’ambulante, che ha assistito a tutta la nostra conversazione. Ha un’espressione attonita, direi quasi sconvolta: ha appena assistito all’abbraccio della sottoscritta con una comunista conclamata. Eppure sono decenni che mi vede circolare, non porto l’eskimo, sono garbata e schiva, non reco altri segni di riconoscimento. Non l’avrebbe mai detto, sembra soprattutto molto deluso. Paura, disappunto, sconcerto gli si avvicendano in viso mentre io cerco i 2 euro nel borsellino… “Ma votate Ingroia per davvero?” farfuglia…  In un attimo mi si fa tutto chiaro. Allora “indosso” una metaforica maschera neutra (quella che serve agli attori per isolare le emozioni facciali) e dopo attimo di imbarazzata attesa gli rispondo in un soffio: “Il voto è segreto!” (…mi vergogno di me…) Lui incalza: “Bersani è indagato…” mi fissa… Però mi ha dato un gancio… rido… “Ah, invece Berlusconi sarebbe bianco come una colomba?”… “No, che c’entra… Berlusconi ruba, ma fa mangiare pure noi… questa è la differenza! Sempre stato di destra, io!” (dichiarazione di fede, a tutti gli effetti, ebbravo!) Eh… lo sapevo, che qui andavamo a parare… (io lo so sempre già dall’inizio, per questo che per me tutto è una gran noia). Questo è il punto vivo, la ferita aperta…. Così dalle terre borboniche colluse in giochini di cosca si alza il grido muto (mi pregio di decodificare a modo mio un incosapevole sottotesto): “cara madamina (che sarei io, nella fattispecie) crede forse che questo paese sia mai uscito dalle logiche feudali? Crede forse, madamina, di vivere in terra di democratico sistema? Ma cosa mangia pane e volpe la mattina, cara la mia madamina? Insomma, basta… Abbozzo un sorriso di circostanza volto a non approfondire l’argomento e propongo di rimanere comunque “amici di mercatino” e, almeno per oggi, di lasciare perdere la politica. Il cliente ha sempre ragione, giocoforza deve abbozza’… ma la paura resta. (la sua, la mia) E’ un uomo buono lui, ma veramente, negli anni ho raccolto molte prove. A passo svelto mi defilo. Lui, intanto, si fa forza facendo il verso a Daniela che ormai s’è allontanata… e ironico, ammiccando all’ambulante suo dirimpettataio, ripete beffardo: “Ingroia, Rivoluzione Civile…” ridacchia… col suo sorriso sdentato e un poco ebete…  Il resto è storia, di tanti secoli, e di chi ce l’ha raccontata! Staremo a vedere. Ciao a tutti, e grazie per l’attenzione.