natàlia castaldi

Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a un rosa

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Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a un rosa, Carteggi Letterari, 2016

(con disegni di Francesco Balsamo)

 

Dalla prefazione di Natàlia Castaldi

[…] mi risulta impossibile parlare di questo suo ultimo lavoro senza tracciarne un percorso coerente negli anni, che lo ha visto sempre presente nel mondo della poesia contemporanea, ma non “invadente”, non scalpitante, felice di quel suo angolo di concentrazione che gli permette di tradurre “il suo solo sguardo” in poesia, riflessione, comunicazione che possa abbracciare il suo intimo senso di assenza-appartenenza-distacco in un unicum che ci accomuna tutti davanti agli ostacoli, ai dogmi, e ai misteri irrisolti di quello che chiamiamo vita. […]

*

Vietato sporgersi dal finestrino
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::a G.M.

Viste dalla ferrovia
le periferie sono tutte uguali
il retro dei palazzi popolari
i terrazzi regolari di un’architettura senza fantasia
con i fili del bucato, una tenda per il sole oppure
una parabola

quattro auto ferme ad un semaforo rosso
ma dall’altra parte non passa nessuno

e poi c’è sempre un orto minuscolo e irreale
perso in mezzo ai condomini
dove un pensionato prova a coltivare qualche cosa
mentre l’aria odora vagamente di benzene

ed il treno che corre via veloce
prima che ci si possa chiedere
se la vita è davvero tutta lì

 

*

Gorizia, Parco Basaglia

La rete che chiude il Centro d’Igiene Mentale
a oriente coincide con il confine di stato

al tempo della vecchia Jugoslavia
lì passava la cortina di ferro
per i malati anche sud ovest nord erano cortine di ferro
da nessuno dei lati era possibile uscire

allora andavano quasi sempre vicino al muro est
dove almeno le sentinelle serbe regalavano
qualche sigaretta

e magari un medico si sarà anche chiesto
come mai i matti di Gorizia
fossero tutti comunisti

*

(altro…)

Solo 1500 n. 99 – Le porte

berlino 2009 - foto gm

Solo 1500 n. 99 – Le porte 

Ci sono porte che si chiudono, porte che si aprono. Porte che restano aperte per sempre. Porte in legno, porte blindate, porte scorrevoli, a soffietto. Porte in alluminio. Porte orrende, porte rovinate e bellissime. Porte trovate in spiaggia, porte appese sopra i letti, porte che si fanno tavoli, porte che diventano comodini. Porte in restauro, porte restaurate. Porte in bianco e nero, porte colorate. Porte fatte di niente, porte sul mare. Porte sbattute dal vento, sbattute in faccia. Porte di quando uno chiude e dice: “vado via”. Porte di quando si esce, porte di quando suona la campanella e i bambini corrono fuori. Porte fatte di ciabatte o mazze di legno sulla spiaggia. Porte che era fuori o era dentro. Porte che per me era gol. Porte informatiche, porte che collegano. Porte che entrate che qui ci stiamo tutti. Porte che sono i libri, porte che aprono finestre. Porte che sono occhi aperti sul mondo, sui mondi. Porte che sono fatte di sorrisi. Porte larghe, portoni, porte strette, porte piccine delle fiabe, porte col vuoto dietro come gli incubi da bimbi. Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vigentina, Porta Genova. Porta Pia. Porta con la breccia, porta col lucchetto, porta a vetri: “Coraggio, guarda dentro”. Porte che scriviamoci  sopra. Porta spalancata che entra luce, che gira l’aria, che tra poco piove, che tra poco smette. Porta Capuana “che te le ricordi le pizze fritte? Io sì”. Porta che non si è mai chiusa, porta che è rimasta aperta. Porta di quando uno se ne va. Porta di quando uno torna. Porta che tanto l’indirizzo lo conosci. Porta che tu sia benvenuta.

(a NC)

Gianni Montieri

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Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie

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Lucia Tosi, Metafore del freddo. Sei poesie

Nota di lettura e una traduzione di Anna Maria Curci

 

Vorresti stringerla in un pugno e serbarla gelosamente, questa poesia, manciata di riso sapido, riserva tenace di arguzia, lume “antivedere” al sussiego mortalmente serio e mortalmente ridicolo; dietro la curva, tuttavia, si realizza la sorpresa dell’incontro – scontro, partita a scacchi, intuizione, momentaneo connubio o scazzottata – della pianura desolata della vita e dell’attrazione della parola:

e ancora e ancora. dietro il treno e dietro le mie spalle
stavi tu laguna, e tu luna invisibile. io a sognarvi entrambe,
senza vedervi in figura, con i bastioni dei cavalcavia
in ipnosi alcolica dentro gli occhi, ho pensato: ecco, il solito
scacco, la vita è qui e quando la vedo pulsare mi ammalo di parole,
la penso da subito in parole. opera aperta, in fieri, non so.
era poco fa

Comprendi, allora, che non può, non deve essere sottratta ai desti, a tutti coloro che desti intendono esserlo.

Sono le considerazioni scaturite dalla lettura di Fuori stagione, inediti 2013 di Lucia Tosi scelti da Natàlia Castaldi per La dimora del tempo sospeso, a introdurre questa mia breve nota alla poesia di Lucia Tosi.

Di Lucia Tosi ho letto e ascoltato le voci del Piccolo alfabeto del malumore come ‘gallenbittere Galgenlieder‘: la ferocia del disincanto sa trovare stiletti precisi e affilati nell’umorismo che rovescia e smaschera.

Con O Penati Lari! Venti conversazioni con i morti, raccolte da Francesco Marotta per La dimora del tempo sospeso nel numero XXXIX dei Quaderni di Rebstein, ho percorso un itinerario di cognizione del dolore e di ri-conoscenza del sé e dell’altro, del sé nell’altro. («Dialogo in vece di fiammella votiva / strattona la memoria. Evocare? / Invocare? Provocare forse. / Rapido e tagliente pensiero scuote / d’ambo le parti i muri, sussultano / stagni taciti, balenii bluastri», scrissi allora).

La scelta di testi che propongo qui nasce da un percorso di lettura, attenzione, consuetudine, al quale volgo lo sguardo con un sentimento di familiarità e, insieme, di aspettativa mai delusa.

Le metafore del freddo introducono e uniscono nel loro nome – un nome che promette, tenendo fede alla promessa,  il gelo arguto e chiarificatore della scrittura di Karl Kraus – una manciata di versi che mantiene lo sguardo acuto («essere aquila averne l’occhio guardare / il sole senza abbassare lo sguardo»), il capovolgimento intenzionale e ‘armato’ delle immagini consuete e altrove innocue («non possono essere gentili i narcisi: / non lo sono mai davvero e mai del tutto.»), la coscienza, divertita e disperata, beffarda e ‘fedele’,  tra il “vajont di disperazione” e il tracimare della risata; altro non è,  questa coscienza, che la consapevolezza, per sua natura dinamica e polifonica,  dell’imperfezione.

Non stupirà la mia scelta di tradurre Verfallenheit in tedesco. In Verfallenheit il punto di partenza è il concetto heideggeriano che il titolo riporta programmaticamente. Da quel punto di partenza, il percorso assume connotati autonomi, propri della poesia di Lucia Tosi. Nei Gallenwege, nelle vie biliari della paura, condizione primaria dell’essere nel tempo, Lucia Tosi sa districare la massa informe, il catafalco di vecchi e nuovi miti che arresta e imprigiona. Non indica vie di salvezza, ma dà alle cose il loro nome e, in questo suo guardare lucidamente la condizione di Verfallenheit, condizione umana troppo umana del non-uomo che siamo, sa trovare la giusta distanza e praticare ‘l’arguzia della ragione’.

 

metafore del freddo 1

essere aquila averne l’occhio guardare
il sole senza abbassare lo sguardo
non serve: una corrente fredda
ammala anche le aquile le cala
a venti metri da terra
le spiuma mentre precipitano
le ritrovi passeri infreddoliti
su una siepe puntuta
con l’aria a mezzo stupita
uccelli di dio abituati alle altezze
al vasto respiro dell’ala
indecisi da un ramo all’altro
che oscilla precario
preda del primo gatto rognoso
che s’acquatta nell’ombra
credendosi tigre, leone

*

metafore del freddo 2 (capita l’antigone?)

non possono essere gentili i narcisi:
non lo sono mai davvero e mai del tutto.
non lo possono essere, poverini: nessuno gliel’ha
insegnato! “ma giammai mio ospite sia, né amico, chi agisce così”.

*

metafore del freddo 3

non come sparvieri gli occhi cuciti
ma come avvoltoi alla carogna
non basta più lasciar grattar la rogna
avidi e lividi vanno zittiti

*

imperfetta

imperfetta
sono rimasta a letto
mentre fuori infuriava
la tempesta
neve e grandine e vento
tregenda di nubi bluastre
come all’improvviso
certe sere d’estate.
pensavo alle rose lassù
le vedevo tremare
a ridosso del sottotetto
mi dicevo resisteranno
non voleranno via
sentendo d’essere quasi
una madre indegna
come talora sono
quando non dico
la parola che attendi
lo sguardo azzurro e attento
quando amandoti tanto
mi trattengo al di qua
dei tuoi freschi pensieri.

*

Mostratevi entusiasti di avermi conosciuto

La vita si fa poco per volta:
coi sensi di oggi non riconosco
quello che allora, e più indietro,
devo aver per certo provato:
per il sangue le morti
– da spiaccicamento autostradale o da malanno –
i suicidi.
Ogni volta una diga che tracima
un vajont di disperazione.
Come l’acqua che si ritira
non si sa dove – di tanta
che n’è scesa – anche il dolore
lo risucchiano il da fare
del giorno e l’invocata tenebra.
A guardare indietro
parmi d’esser stata di pietra:
neanche il tempo per graffiarmi il volto
e buttarmi a terra, nel buio,
a brancolare.

*

Verfallenheit

secolo passato inutilmente
non c’è soluzione al problema
anzi, non c’è più un problema
ende oder anfang?
che  gran ridere l’ ubermensch
e l’acqua calda del male-di-vivere
e la speranza della poesia
invasa dalle erbacce dell’angoscia
non-uomo umanisticamente stravolto
il nulla e la morte sono bei ricordi
nostalgie di stupidi adulti
che non si sanno sbarazzare
dell’ingombrante inservibile infanzia
alla vertigine della libertà
oppongo la quiete e l’equilibrio
di questa paurosa schiavitù
mentre precipito/iamo in basso

Verfallenheit

Umsonst vergangenes Jahrhundert
auf das Problem gibt es keine Lösung
ein Problem gibt es ja nicht mehr
Ende oder Anfang?
Über den Übermenschen lache ich mich krumm
und das neu erfundene Rad der Lebensmüdigkeit
und die vom Unkraut der Angst eingedrungene
Hoffnung der Lyrik
humanistisch verdrehter Nicht-Mensch
das Nichts und der Tod sind schöne Erinnerungen
Sehnsüchte stumpfsinniger Erwachsener,
die die unhandliche unbrauchbare Kindheit nicht loswerden können
dem Schwindel der Freiheit
setzte ich die Ruhe und die Ausgeglichenheit
dieser ängstlichen Sklaverei entgegen,
während ich/wir tief hinunterfalle/n.

Lucia Tosi
(traduzione di Anna Maria Curci)

__________

«Lucia Tosi è da circa trent’anni una terribile insegnante di italiano e latino, ama poche cose nella vita come la poesia e il romanzo, mentre rifugge quanto più può, nell’esercizio delle sue funzioni, la chiacchiera letteraria. Scrive poesia con esagerata testardaggine da sei anni: prima vergognandosene immensamente, ora invece desiderando di scomparire ogni qualvolta sul web compare una sua piccola raccolta (anche se le fa un enorme piacere riscontrare degli apprezzamenti positivi: che la fanno sentire meno sola e meno stupida). Ama le parole, la loro storia, per questo si laureò nel lontano 19.. in Storia della lingua italiana all’Università di Ca’ Foscari, con una tesi da serissima filologa sulla poesia di Salvatore Di Giacomo, da cui ha tratto molti insegnamenti circa la musicalità e il senso amaro e comico della vita. Ha scritto in passato per il blog La poesia e lo spirito testi critico-creativi sulla scuola italiana, delle recensioni e qualche racconto; sue poesie sono comparse in vari blog – oltre il suo -, specie ne La dimora del tempo sospeso.» (L.T.)

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diverse scritture – Francesco Dal Corso (post di natàlia castaldi)

di Francesco Dal Corso
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Settembre o della tarda estate.
Quando le ombre incominciano
________________a scalpitare
Un po’ più in là stregarsi d’incanto
Quando la luna acquista fierezza
_________________soldo nel cielo reclino
Raccolgo le forze, non ancor dissipate
Quando arriva settembre e il meglio
_______________________dell’estate.

Calpestava il riverbero di mezzogiorno
a torso nudo, sfidando sassi glabri
______________________e antichi
mio figlio e l’ultimo resto di un’estate
______________________  lontana
ora che la soglia viene, resistendo all’enigma.

Luccica di irriverenza, partorisce
e sfregia la quotidiana inclemenza.
Lidi lontani e vette immote
________________ed il tornare.
Non canta lodi, solo improvvide trasformazioni.
Senza di essa non saprei che dire, né vivere.
Un vero spasso, la poesia.

Nulla accade all’improvviso
se non per noia, per finta, a tradimento.
Nulla accade dietro l’angolo
se non nei sogni o in racconti mediocri.
Nulla accade davvero
lontano dalle scene, in cui si va
______________________e si viene.

L’ultima sigaretta, quella del condannato
e ad occidente la Luna e Venere, a capolino
sotto le nuvole.
Gracchiai qualcosa, nel respiratore.

Ero uno di loro, un tempo.
Conoscevo i destini del mondo,
provavo gioia e disperazione.
Mi accadde di guarire, separati
_______________il bene e il male.
Un naufragio di onnipotenza.

Sarei tornato in compagnia degli altri,
a patto che si levassero di torno.

Un tempo scrivevo al passato, terra di
_________________malinconiche aspirazioni.
Poi sono venuto al presente ed ho incontrato
superbia, ira e desiderio.
Ho tentato infine le vie del futuro
prendendo alla sprovvista i delitti dell’accadere.

Voglio raccontare la realtà prima che essa accada
Voglio aggredirla, travolgerla, vituperarla.

Non faccio sconti, questa volta.

La mamma che avrei voluto me lo diceva spesso: non accontentarti, figlio mio, io mi arrampicavo sugli alberi prima di diventare un disegno nel volume della tua infanzia.

Arrancando tra le strofe se ne scoperchia tutta la fragilità, il loro transitare lungo la faglia tra luce e ombra. Ogni capitolo ha bisogno di incoscienza, per sopravvivere. E una volta scritta la parola ‘fine’ non c’è nulla in grado di salvare l’epoca del sublime.
Non saprei cosa aggiungere, senza lasciar accampare il superfluo.
E non se ne va più via, una volta che gli si concede una mezza riga.

La certezza che vi sia qualcosa, che non lasci soli uno specchio d’acqua o un brano di cielo.
Un barlume di salvezza, simile allo sguardo dell’animale quando ci si strappa i capelli, o come la scritta su di un muro che recita: la lettera.
E ne abbiamo di francobolli da leccare, sperando in una risposta.
Il tonfo delle buste, nella cassetta della posta, lascia scivolare le disperazioni lungo lo specchio dell’anima.

Lo appese alla volta celeste, dimenticandosi delle rivoluzioni degli astri.
Il secchio della speranza toccò terra prima che le nuvole scendessero all’altezza delle sue abitudini.
Tonfo sordo, divenendo sasso.
Il mondo, lungo l’orizzonte, ancor più bello e dolente.

Una conchiglia, incastonata nel cavo dell’ascella.
Al risveglio vi ritrovai l’ora legale,
nascosta tra cristalli liquidi.
Immaginando di scorgere la luna del giorno
prima, sorseggiando un bicchiere d’alba,
puntellai di pericoli le rotaie del quotidiano.

In prossimità del margine, prestare attenzione.
Facendosi margine, aver cura di tralasciare ogni cosa.
Avendo fiducia che tutto, infine, troverà il suo posto.

______________________

Francesco Dal Corso

courtesy of Francesco Marini

Francesco Dal Corso è nato a Mestre il 2 aprile del 1973 e vive in provincia di Venezia con la sua famiglia. Una laurea in filosofia e una passione per l’astronomia, nel suo cursus studiorum. A partire dal 2010 inizia a scrivere secondo una forma minima di costanza, pubblicando alcune cose dapprima sulla piattaforma Splinder (paroleinlontananza) e migrando poi su allorizzonte.wordpress.com. Condivide con Francesco Sarti il “progetto” Feritoie (feritoie.wordpress.com).

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Alcune poesie da “Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott (post di natàlia castaldi)

Derek Walcott

Derek Walcott

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Derek Walcott nasce ai Caraibi nel 1930 e vive tra Boston e Saint Lucia. Nel 1992 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Le poesie che seguono, sono tratte dalla raccolta Mappa del mondo nuovo pubblicata da Adelphi, con testo a fronte. Le traduzioni sono a cura di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi. [nc]
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"Mappa del nuovo mondo" di Derek Walcott

“Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott

STELLA

Se, alla luce delle cose tu scolori
vera, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno. (altro…)

Il dire celeste – Giuseppe Bonaviri – quaderni della fenice 51 – Guanda Editore – 1979 (post di post di natàlia castaldi)

Giuseppe Bonaviri

Giuseppe Bonaviri

Nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1924 dove vive fino al conseguimento della Laurea in medicina a 24 anni d’età; una volta laureato si reca a Frosinone, dove vive esercitando la professione di medico condotto fino alla sua scomparsa, avvenuta esattamente quattro anni fa: il 21 marzo del 2009.
Ancorato alla sacralità di un’appartenenza metafisica, più che fisica, all’isola che gli diede i natali e che, come egli stesso afferma, in sé serba le fascinazioni delle terre di conquista: arabe, bastarde e selvagge per destino e geografica connotazione naturale; Bonaviri fonde, attraverso la sua esperienza letteraria – come rilevato da Elio Vittorini, suo primo estimatore e scopritore – la sua arcana, ancestrale e onirica visione degli elementi naturali con lo studio d’essi scientificamente affrontato e sperimentato, dando luogo e vita così ad un guazzabuglio letterario di fantasie e infantili reminiscenze, capaci di coabitare, fondendovisi perfettamente, al razionalismo empiricamente più scientifico che, partendo dalla meraviglia del mistero biologico, caratterizzano e ne fanno sua l’arte, il lavoro e la condivisione della conoscenza, con quella balzana – e ormai evidentemente antiquata – idea, ch’essa possa servire al progredire del genere umano, serbandone tradizione, memoria e storia.

nc

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“Il dire celeste”

da “la partenza”

Le donne chiesero Castità e Povertà
come luna duplicata nei topazi
e, in melodia, nei legni dei mandorli.
I bambini morti furono deposti
sui ciottoli fluviali in abbondanza di luce.
Algazèlia, signora delle rupi, quando
il giorno morì in un unicorno disse
di cercare la prima acqua che non ha zuffa d’onda.

* (altro…)

“Sino a che morte non” (di Domenico Caringella)

sino a che morte nonracconto inedito
di Domenico Caringella

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“And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave“
(M.J. – K.R.)

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Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria.
Liberty non seppe dirsi allora se erano stati i ricordi a plasmare la visione o se non era stata la visione invece, a fargli ricordare
Il sole era ancora basso sull’orizzonte e la sabbia era umida. Rabbrividì una, due, tre volte. Prese un lembo della coperta e lo sistemò meglio sulle spalle della donna. Quando la stagione si faceva più calda, accadeva spesso che lasciassero il seminterrato di La Jolla e finissero per farsi sulla spiaggia davanti.
Prima di muoversi, attese che si svegliasse anche lei e che riuscisse a mettersi seduta e a focalizzare lo sguardo su di lui.
– Sue, tu sei un fiore appassito. Questo sei – le disse
– E tu un fottuto giardiniere distratto
– Sembra a te. Di acqua non me ne hai mai chiesta
– Forse è vero. Ma non mi ricordo tante di quelle cose ormai… Allora sei stato un giardiniere senza troppa fantasia. Se non ti ho chiesto acqua è perché avevo bisogno di altro. E comunque anche tu in un bel mazzolino non faresti una gran figura. Guardati, cazzo… fai schifo
– Divorziamo a questo punto.
– Siamo arrivati a quel punto Liberty? Pensi sia così? Sei sicuro?
– Sì. Non ci sono altre strade. Per oggi almeno, amore. Possiamo resistere però, o tentarci. Non so se ce la faccio però. Non so so se ce la fai tu.
– No, io non ce la faccio.
E dicendolo Susan allungò la sinistra a Liberty che intanto si era alzato di scatto, si era scrollato la sabbia dalla camicia e dai pantaloni – che portava arrotolati sopra le caviglie – ed era rimasto in piedi accanto a lei, dando le spalle all’oceano. Lui le prese la mano, le sfilò piano l’anello e se lo mise in tasca.
– Vai tu. Io voglio restare a guardare il mare. E poi il sole ha appena iniziato a scaldarmi – disse Susan fissandolo dal basso verso l’alto.
– Tra un po’ sarà pieno di gente qui. Passerà anche la pattuglia – rispose senza convinzione Liberty
– Correrò il rischio. E poi ci conoscono ormai. Tutti. Soprattutto loro.
Lui le passò una mano tra i capelli come si fa ad un figlio che non è più un bambino. Susan fece un gesto, come di disappunto, di fastidio, per cacciare la mano che l’accarezzava. Ma Liberty era già distante. Lo sentì canticchiare come al solito “Take me down little Susie, take me down, I know you think you’re the queen of the underground”, mentre avanzava a fatica traballando sulla sabbia. Mise la spiaggia tra lui e le case di la Jolla e i grattacieli ancora più lontano sullo sfondo, e poi sparì.

Quando arrivò sulla strada Liberty piegò verso l’interno dell’abitato. Prima di arrivare al parcheggio del centro sportivo si fermò davanti alla vetrina di un negozio di animali. La sua immagine riflessa si sovrapponeva a quella di un grosso cane di una razza di cui non rammentava il nome, da aggiungere all’elenco senza fine di ricordi, dettagli, disegni, volti e desideri finiti nel cesso in cui si stava trasformando la sua memoria. Usò la vetrina come avrebbe fatto con uno specchio. Ogni giorno gli sembrava di riconoscersi meno; ogni giorno spariva un pezzo e ne trovava un altro al suo posto. Ma cresceva anche il sospetto che mano a mano che cambiavano le linee di confine e le strade della sua faccia, diventasse più chiaro e spaventoso come e di cosa fosse fatto dentro. Iniziava ad apparirgli la propria struttura interiore e l’inequivocabile fragilità e miseria del tutto.
Alla fine, come al solito, semplicemente si diede un’aggiustata ai pantaloni e alla camicia, e prima di riprendere il cammino si inventò l’ennesimo sorriso che quella merda di California gli chiedeva con inopportuna gentilezza.

Il centro sportivo a quell’ora era ancora chiuso, così nell’area antistante non si trovavano le auto dei clienti; ma il parcheggio comunque era pieno di quelle degli abitanti della zona. Liberty adesso era ormai tornato nel pieno controllo di sé; attese che l’unica persona in vista, una donna anziana che camminava a passo spedito con un gatto in braccio, gli passasse davanti e si allontanasse direzione Pacifico, quindi puntò una Sebring bianca, la macchina che tra quelle posteggiate si candidava più delle altre a passare inosservata. Si inginocchiò accanto all’auto, all’altezza della fiancata sinistra. Dalla borsa di cuoio calcinato dal sole che portava a tracolla tirò fuori un grosso sasso; si tolse la camicia, l’avvolse intorno alla pietra e con un colpo secco e silenzioso frantumò il vetro del finestrino, quanto gli bastava per infilare una mano all’interno e far scattare la serratura della portiera. A fare il resto ci mise molto meno di un minuto
L’aria che entrava dal finestrino mentre correva sull’interstate con l’azzurro della San Diego Bay a destra e i grattacieli lontani del centro a sinistra era calda già a quell’ora, eppure Liberty sudava freddo e tremava; soltanto il pensiero di quanto fosse vicino il prossimo buco lo manteneva calmo e concentrato sulla strada e sul percorso che lo avrebbe dovuto riportare alla fine sulla spiaggia e da Susan. “Starà tremando anche lei a questo punto” pensò Liberty mentre piegava a sinistra per Mission Bay Drive tra il Pacifico e la laguna, puntando a sud est verso le verticali di cemento dello skyline.
Prima di andare a fare la spesa dallo “Spagnolo” a Balboa Park, fermò la Sebring in Redwood Street e a piedi raggiunse il “Caliph” sulla Quinta.
Dentro era buio come al solito. Due uomini sui cinquanta ballavano piano, stretti stretti, probabilmente seguendo una musica che riuscivano ad immaginare soltanto loro. Si sentivano distintamente lo strisciare dei loro stivali sul pavimento e il fruscio della scopa con cui invece danzava la donna delle pulizie per cancellare le tracce che la notte si era lasciata dietro prima di andare via.
Liberty salutò il barman e si sedette al banco. Prese l’ultimo George Washington stropicciato che gli rimaneva in tasca e chiese una birra. La Bud e Jimmy “il Fungo” arrivarono quasi insieme. Liberty guardò Jimmy, che aveva preso uno sgabello e lo aveva spinto accanto al suo, e poi la birra. Poi di nuovo Jimmy. Alla fine decise per la Bud. Diede un sorso lungo quanto la metà del boccale. Poi mise la mano in tasca. Tirò fuori l’anello che aveva sfilato dall’anulare sinistra di Susan sulla spiaggia solo mezzora prima, e fece lo stesso con la sua fede d’oro. Le dita gli si erano assottigliate, asciugate, come il resto del corpo, e il cerchietto venne via senza alcuna fatica. Strinse le due fedi nella destra e le rovesciò sul banco accanto a quello che restava della birra e davanti a Jimmy.
– Fedi – disse come se fosse un invito, e con un’aria che voleva forse essere solenne.
– Vedo – rispose l’altro
– Quanto si meritano queste, Fungo? – gli chiese.
Jimmy, dopo aver piegato la testa verso il banco per esaminare quello che gli veniva offerto come una specie di tesoro, da una tasca interna della sua giacca lacera tirò fuori un rotolo di dollari di vari tagli tenuti insieme da un elastico. Ne prese alcuni, li contò e li posò sugli anelli.
– Sono la mia e quella di Susie, Jim – disse a quel punto Liberty, fissandolo, e la sua voce era già diversa: aveva qualcosa di commovente e allo stesso tempo meschino – E poi lo sai che consumiamo solo eroina rosa, di quella che arriva dalla Birmania. Che ci faccio con quelli?
– Mi ricordo che mio padre usava una crema da barba fichissima che si chiamava Burma Shave. Però non so se venisse dalla Birmania, dalla Thailandia…o da Disneyland – disse il Fungo e mentre lo diceva rideva, scoprendo una fila di denti guasti che facevano sembrare quelli di Liberty delle perle. Smise di colpo, come aveva iniziato, e subito dopo prelevò dal rotolo altre due banconote, le sbattè sopra le altre, ritirò gli anelli come un croupier, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita.
Liberty, i pezzi di carta con le facce dei presidenti in mano, si alzò anche lui e gli gridò dietro.
– Fungo aspetta…Un’ultima cosa.
– Fa presto cazzo. I soldi sono quelli e non ho altro tempo da perdere. Che c’è allora? – rispose Jimmy che si era fermato e voltato verso di lui
– Gli anelli.
– Gli anelli? Quindi?
– Secondo te… li fonderanno insieme..? O no?

*

TTITOLI DI CODA: play & listen

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Oggi i vivi si danno alla macchia (di Salvatore D’Angelo)

courtesy of Eric Lusito

courtesy of Eric Lusito

di Salvatore D’Angelo

Oggi i vivi si danno alla macchia
i volti cari gli amici gli estranei
l’uomo sul fondo il corvo che gracchia
sulle distese di vani terranei.

Per le strade vuote fa mulinello
– e fugge – il vento dalle finestre
murate a oriente sulle ginestre
marine ora fiorenti – il martello

la falce la stella – luce del giorno
e quant’altro che già sa d’impossibile
eppure tutto dal netto contorno
pare che non muoia – inestinguibile.

“I will survive” poi cantano in coro…
Qual è la notte che porta ristoro?

Roberto Ceccarini – variazioni di rotta da una stanza invernale – collezione privata – (post di natàlia castaldi)

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Variazioni di rotta da una stanza invernale

Somiglianze –

qualche volta succede che torna il principio dell’irrazionalità: “quando un corpo (un’anima) vuole risorgere, non importa il luogo”, sotto quale cielo o bagliore prenda forma, non importa a che punto del proprio tempo siamo, se abbiamo conosciuto una morte interiore o abbiamo indossato per sopravvivenza un uniforme. dovremmo abitare il coraggio e lasciare che accada ciò che deve accadere. le tende possono nascondere il passaggio dei pescherecci, le crepe più verdi e vive del mare, tutte le nostre somiglianze.

******

questa casa di montagna con le mura scrostate
e grigie, con le finestre rotte, il tetto diroccato,
l’erba dirompente nel pavimento.
questa casa di montagna che qualcuno a suo tempo
avrà vissuto e amato, sembra non averne più ,
ma si tiene in piedi e guarda dignitosamente il panorama.

******

ora che l’estate sta per spaccarsi
hai escogitato un passo
che non ingombra,
una voce sussurrata
come un bacio in punta di bocca
che si fa spazio dove spazio è nome
appena un attimo prima della stupidità
di una città vuota e il respiro
cauto delle ginestre nel cortile

******

– Viaggio del (non) cambiamento –

chissà se tra noi esisteranno segreti
(è normale che esistano segreti tra gli amanti)
e se ci sbottonassimo in questa notte
colma e slabbrata come il bocchino
di uno strumento a fiato?

sul margine del boccaporto
di un amore a tratti straripante
e trafelato, tra le auto di un parcheggio,
una luna d’occidente
imprudentemente sta alla finestra,
scruta tutta la rovina di un bacio.

******

restare nella promessa – esili –
agganciati ad un gancio
cercando la benedizione
di un passaggio di consegne
che finalmente affranchi,
o almeno l’obiettività di un oggetto
che ci osservi fino al buio
smarritosi sotto le lenzuola.

******

– Utopia di un Inverno –

finestre dove stiamo affacciati
tu sopra, io sotto.
finestre di nessuna ragione
finestre che assolvono,
che guardano nella notte ipermetrope.

riconoscere le nostre voci
che salgono e scendono veloci,
ballare un tango
rallentando.

******

tenuto il tempo, tenute le braccia
aperte come un’assoluzione,
abbiamo osservato assolversi le cose,
tutto quel rumore che fa la casa vuota.

bisognerebbe riempire la periferia
dei luoghi, amore mio, con qualcosa
di meno vuoto e spaventoso.

******

poi capita che dopo il colpo, il cuore non trovi casa
e si avvii verso un corridoio senza muri né stanze
miri a quella terraferma mite chiamata vento estivo,
alla restituzione incondizionata di tende bianche
o acqua di fonte nella brocca, organze, frutti incantati.

******

Riscontri

non hai nessuna ragione per crederci
ma alzi lentamente un braccio,
allunghi il collo, la testa,
come cercassi la superficie.
tiri fuori un piede,
appresso
subito
l’altro.
muovi il corpo, fino ad accostarti
pigramente a chi ti assomiglia
a chi ti sta frugando
nel cuore.

qualcosa, di lato, cede
ogni tanto o cade,
ma non si cancella,
non cancella.

*********

chiedimi dello strappo
dopo la nomina del tuo nome,
della casa che per un istante è stata vera,
dello squarcio della parola che ha battuto
nel palato, proprio sotto la lingua
in cerca di una pianura inabissata
sotto la mattonella tiepida del pavimento.
qui, dove le cose, una volta tanto,
trovano scampo, non temono.

*********

ora ogni porta è un’uscita,
una via di fuga
nella via crucis della casa.
scrivere poesie è come fare
un buco nell’aria, cercare
un passaggio invisibile
verso una meta sognata,
è come mandare a qualcuno
messaggi in bottiglia.
amore mio, oggi tremo
come se nella testa
ci fosse una guerra,
un gioco crudele
di bombe e fucili.

*******

arriva una voce sconosciuta dal piano
di sotto e tutto si rompe come una sfera
di cristallo sotto un piede.
l’appartamento per un attimo si spettina
e il tuo volto appeso a un sogno diventa piccolo.
noi così stretti e superstiti facciamo ritorno
da una domenica veloce e già lontana.

******

quando le stanze resteranno
vuote e i divani verranno vestiti
da teli bianchi e stanchi
mi verrà sicuramente da pensare:
“non in questa vita…
non in questo avamposto”.

__________________

Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini

Roberto Ceccarini è nato a Latina nel 1967 e tutt’ora vi risiede. È presente in varie antologie poetiche, tra le quali Il segreto delle fragole 2008, Lietocolle Editore, e Vicino alle nubi sulla montagna crollata, Campanotto Editore. Nel 2008 pubblica per i tipi de L’Arcolaio, collana “i germogli”,  la sua prima silloge Giorni manomessi, con la puntuale prefazione a cura di Giacomo Cerrai.
È stato fondatore e gestore del litblog Oboesommerso, all’interno del quale ha curato e portato avanti il “progetto lettura”, dando voce alla poesia italiana contemporanea. Ha abbandonato il progetto lettura dal momento della dolorosa scomparsa dell’amico e maestro Luigi Di Ruscio, lasciandoci tutti doppiamente orfani.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Dialogo tra un venditore ambulante e una cliente abituale (microstoria di campagna elettorale) (post di natàlia castaldi)

di Rosamaria Francucci

Premessa:

vivo, mio malgrado, in un quartiere della periferia nordest di Roma, quartiere residenziale sorto negli anni sessanta e settanta secondo la cosiddetta “espansione selvaggia a macchia d’olio” (siamo a ridosso del raccordo anulare), urbanisticamente sbagliato, edilizia privata di speculazione, pochi viali di smistamento e un fitto reticolo di strade laterali strette piùcchesipuò. Le palazzine di medioalta statura regalano agli abitanti dei piani bassi atmosfere gotiche sicchè spesso, anche di giorno, è necessario ricorrere alla luce elettrica. Per fortuna io abito in una mansarda (ovviamente condonata), dove percola perennemente acqua dal tetto ma almeno il sole regna sovrano regalandoci un tocco di luministica allegria. Al di là delle rosee apparenze si tratta dunque del tipico quartiere dormitorio (dove approdai di malavoglia appena tredicenne) che solo negli anni ottanta del secolo scorso si ingentilì di qualche frivolezza commerciale, animandosi contestualmente di immumerevoli istituti di credito e chiudendo miseramente tutti i suoi cinema; da sempre malcollegato al centro città per via del fiume Aniene e della metropolitana che non ci ha mai raggiunto, mal lastricato, maleodorante per via del traffico di frontiera diretto al limitrofo megacentro commerciale nonché per le deiezioni escrementezie delle numerose presenze canine, affidate di norma a poco accorte personcine. Quartiere -manco a dirlo- abitato da quella middle class pigra e impiegatizia che da sempre ingrossa le file degli elettori della destra più becera e retriva. Ambiente un poco tronfio, un poco truzzo, un poco chiuso, gonfio di solida noncultura piccoloborghese, sebbene stretto tra Tufello e Val Melaina, roccaforti rosse di qualche rilevanza storica e strategica. Oltre a qualche spazio verde di risulta (sempre pù raro in verità) il mio quartiere possiede però una magnifica risorsa: un mercatino rionale con la più alta, ricca e completa concentrazione di banchi dell’usato che attualmente Roma possa vantare nei giorni feriali. A popolarlo e a nutrirlo bisettimanalmente sono una folta combriccola di ambulanti della provincia casertana, per lo più imparentati da vincoli soldissimi, di poche parole e di ruvide e schiette maniere. Si esprimono tra loro in un dialetto strettissimo, accompagnato da una impercettibile “gestualità di sopracciglio” di altrettanto arcana decrittazione, mentre i loro aiutanti extracomunitari, probabilmente ingaggiati in loco, parlano un fiorito e simpatico romanesco di seconda generazione. La merce è interessante, varia e bene organizzata: si narra che in orari improbabili vi si vedano circolare note stiliste in cerca di rarità, centrini al tombolo o di tovagliati d’epoca… molti negozietti di abbigliamento vintage vi si approviggionano e io stessa, oltre a coprire totalmente le familiari occorrenze, trovo ottimo materiale di recupero per il mio attuale lavoro. Molte signore, anche non di zona, hanno eletto la visita al mercatino tra i loro passatempi preferiti, una specie di droga leggerissima che regala emozioni a buon mercato e perlomeno protegge dalla sindrome del Gratta e vinci. Il che non è poco, oggigiorno, credo.

L’accaduto:

Come tutti i martedì non piovosi, salute permettendo, mi avvio a passo sostenuto verso l’ambita meta, oggi un bel sole mi assiste e vorrei annegarci dentro tutti i postumi dell’influenza e i grigioneri pensieri. La caccia all’ultimo straccio è di nuovo aperta. All’ingresso dell’area del mercato, dove di norma si appostano ragazzotti di ben scarse speranze per distribuire agli avventori pubblicità di palestre e corsi d’inglese oppure i più smaliziati rappresentanti di un famigerato aspirapovere, oggi c’è invece un certo fervore preelettorale. Sulle prime un distinto signore mi si avvicina con fare circospetto e chiede perfino il permesso di porgermi il volantino promozionale del centrosinistra, la grazia è tale che mai oserei contraddirlo, allungo la mano quasi certa di aver guadagnato anche un baciamano… Però con la coda dell’occhio già mi sono accorta dei rincari. Finito il Carnevale, svenduta a 50 centesmi anche l’ultima mascherina, ora si espongono le primizie primaverili. Speranzosa mi inoltro: soppeso un maglioncino carta da zucchero per il pargolo, 80% merinos, ottimo stato, rare palline ai gomiti, la misura pare perfetta… valuto, rifletto… 2 euro non si buttano a cuor leggero oggigiorno… Intanto dal centro del viottolo mi giunge una voce femminile conosciuta: ” Ingroia… Rivoluzione civile…” recita ritmicamente, come all’Offertorio… così sovrappensiero mi verrebbe da rispondere tra i denti: “Ascoltaci, O Signore”… Poi, nella concentrazione dell’acquisto, un’illuminazione… alzo gli occhi: ma certo…è Daniela! E poco fa, qui in fb, con una rosa virtuale (benchè mia) le ho appena mandato gli auguri di compleanno. Un’attivista di buona volontà conosciuta anni fa come socia del circolo di lettura… lei, nonostante tutti i suoi problemi, sempre in pista, sempre disponibile, mai doma. Tenendomi stretto il magliocino vado a salutarla, ci abbracciamo, le rinnovo gli auguri di persona… mi consegna il materiale elettorale, mi da qualche dritta in più, ci aggiorniamo sui figli, sulla disperazione lavorativa, basta… faccio una battuta sulla foto del capolista: “Mammamia che sguardo triste… un sorrisino pure ce lo poteva regalare, ‘sto signore… un sogno dico, un sogno per sognare… ma insomma “il pagliaccio” – le dico – non c’ha insegnato proprio niente?” “E c’hai ragione!… Siamo tristi che vuoi… siamo così”. Disperazione. Lei torna alla sua mission impossible, io devo pagare. Incrocio gli occhi di Xxxxxxxx, l’ambulante, che ha assistito a tutta la nostra conversazione. Ha un’espressione attonita, direi quasi sconvolta: ha appena assistito all’abbraccio della sottoscritta con una comunista conclamata. Eppure sono decenni che mi vede circolare, non porto l’eskimo, sono garbata e schiva, non reco altri segni di riconoscimento. Non l’avrebbe mai detto, sembra soprattutto molto deluso. Paura, disappunto, sconcerto gli si avvicendano in viso mentre io cerco i 2 euro nel borsellino… “Ma votate Ingroia per davvero?” farfuglia…  In un attimo mi si fa tutto chiaro. Allora “indosso” una metaforica maschera neutra (quella che serve agli attori per isolare le emozioni facciali) e dopo attimo di imbarazzata attesa gli rispondo in un soffio: “Il voto è segreto!” (…mi vergogno di me…) Lui incalza: “Bersani è indagato…” mi fissa… Però mi ha dato un gancio… rido… “Ah, invece Berlusconi sarebbe bianco come una colomba?”… “No, che c’entra… Berlusconi ruba, ma fa mangiare pure noi… questa è la differenza! Sempre stato di destra, io!” (dichiarazione di fede, a tutti gli effetti, ebbravo!) Eh… lo sapevo, che qui andavamo a parare… (io lo so sempre già dall’inizio, per questo che per me tutto è una gran noia). Questo è il punto vivo, la ferita aperta…. Così dalle terre borboniche colluse in giochini di cosca si alza il grido muto (mi pregio di decodificare a modo mio un incosapevole sottotesto): “cara madamina (che sarei io, nella fattispecie) crede forse che questo paese sia mai uscito dalle logiche feudali? Crede forse, madamina, di vivere in terra di democratico sistema? Ma cosa mangia pane e volpe la mattina, cara la mia madamina? Insomma, basta… Abbozzo un sorriso di circostanza volto a non approfondire l’argomento e propongo di rimanere comunque “amici di mercatino” e, almeno per oggi, di lasciare perdere la politica. Il cliente ha sempre ragione, giocoforza deve abbozza’… ma la paura resta. (la sua, la mia) E’ un uomo buono lui, ma veramente, negli anni ho raccolto molte prove. A passo svelto mi defilo. Lui, intanto, si fa forza facendo il verso a Daniela che ormai s’è allontanata… e ironico, ammiccando all’ambulante suo dirimpettataio, ripete beffardo: “Ingroia, Rivoluzione Civile…” ridacchia… col suo sorriso sdentato e un poco ebete…  Il resto è storia, di tanti secoli, e di chi ce l’ha raccontata! Staremo a vedere. Ciao a tutti, e grazie per l’attenzione.

Il valore del tempo e del nome. Invito alla lettura di “Linas” di Jacopo Ninni (post di natàlia castaldi)

recensione di Agnese Leo

LINAS, di Jacopo Ninni

LINAS, di Jacopo Ninni

Per presentare questo piccolo romanzo, che sfiora il fantasy ma dai contenuti, riferimenti culturali e impianto che ben superano la mera localizzazione in questo genere, non possiamo prescindere da alcuni elementi biografici dell’autore, Jacopo Ninni, ossia il suo aver studiato ed esercitato come architetto paesaggista e quindi l’essere portatore di uno sguardo “altro” sulla natura, il profondo legame che egli, fin da bambino, ha instaurato con la montagna e con le voci della montagna, quelle dei racconti, delle leggende; il suo essere anche scrittore di poesia.
Linas, nome del personaggio che titola la storia, è anche il nome di un monte della Sardegna, di cui si dice sia in realtà un gigante addormentato. Da questo fondo di leggenda la giovane e coraggiosa casa editrice La piccola volante ha preso spunto per lanciare su web la piccola sfida a costruire una storia a partire da un gigante che vuole vendicare la morte della sua amata ninfa. Sfida che Ninni ha raccolto, costruendo una narrazione che prende spunto da altri monti, da altre leggende, da altri giganti leggendari dormienti per dipanarsi lungo le vicende di una ricca galleria di personaggi contrapposti, divisi tra coloro i quali sanno convivere con Natura e ne rispettano leggi e tempi, e quelli che Natura temono e dunque cercano di piegare e alterare.
Non è un caso che siamo partiti dal nome del personaggio, perchè lungo e sotto questa narrazione, il concetto di denominazione acquista il significato fondamentale di atto appropriativo dell’Uomo nei confronti della Natura: chi conosce Natura, chi ad essa si avvicina con spirito di reverente ascolto e scoperta, può farla sua attraverso l’atto primigenio e adamitico del denominarla, che da atto di possesso e controllo, si trasforma in atto di riconoscimento.
Nella storia infatti, coloro i quali vivono nel Tempo di Natura danno precisi nomi alle cose e agli esseri, quelli che Natura vogliono addomesticare e violentare non nominano mai, ma con atti di violenza cercano di distruggerla per fini materiali. Anche i nomi stessi dei personaggi assumono una valenza tutta particolare: spesso traggono origine da lingue diverse o giochi di parole e, insieme, operano come immagini subliminali che divengono racconto nel racconto: Orior, Aimer, Melita-Atilem, il nome dello stesso villaggio…
In questo senso la misura e il concetto di tempo acquistano anch’essi valore narrativo: chi rispetta il tempo naturale (quindi il susseguirsi delle stagioni, delle fasi del giorno, dei ritmi di evoluzione e crescita di piante e animali) può interagire col tempo stesso e non esserne vittima – fino anche a poterne disporre, fermandolo – ed dunque anche portatore dei valori positivi; chi invece il tempo rifiuta e teme, chi vuole addomesticarlo combattendone il corso naturale, è destinato a innescare dinamiche distruttive e fallimentari.
Ma il tempo è anche la misura del ritmo della narrazione. Se essa, a tratti, si distende e indugia su scene e paesaggi di grande impatto pittorico, ricchi d’immagini evocative (nelle quali ben si addestra la radice poetica dell’autore) alla scrittura, nel crescente susseguirsi dei fatti, allo zenith della vicenda, viene impresso un ritmo sempre più serrato che porta il lettore, in una dimensione quasi labirintica e vertiginosa. Un utilizzo del ritmo della parola a cui Ninni non è nuovo se si tiene presente l’estremo senso musicale della sua scrittura nella precedente produzione in versi.
Come dicevamo quindi il dato personale e biografico dell’autore entra in questa narrazione, ma quasi in punta di piedi, sottilmente, a costruire la trama di un racconto che pur prendendo le mosse da un gioco di fantasia, attraversa temi ben più concreti, reali ed attuali, giungendo a toccare questioni a nostro giudizio fondamentali, quali il rapporto con la natura e le conseguenze che l’abuso indiscriminato su di essa, perchè “incosciente” (cioè folle) può portare.
Per concludere mi preme evidenziare la serie di citazioni ed omaggi ad altri “maestri” della letteratura, del cinema, (ma possiamo aggiungere anche la fotografia di Adams o il concetto di progettazione paesistica di Olmsted) i quali, anche attraverso l’epica e la leggenda, hanno affrontato lo stesso argomento, e intendo i riferimenti a Buzzati, Fenoglio, Kipling, Kurosawa, Greenaway che affiorano nella scrittura.
Buona lettura!

***

Capitolo 1

Il torrente che da secoli scava e ha dato la forma alla valle, scende rabbioso fino ad un lago, dove può placare la sua furia. Lo specchio d’acqua, spesso velato da nebbie, è protetto da una coltre di arbusti spinosi che ne rendono quasi inaccessibili le rive. Da qui in poi il bosco prosegue fino ad un’ultima radura, dove tutti i sentieri convergono in una mulattiera che, tra gli ultimi arbusti e campi incolti, conduce al villaggio di Suanev. In questa radura, immutabile nei secoli, giace l’invisibile linea di confine tra ciò che parla la lingua della paura o quella dell’universo.
Un miglio più avanti si trova il primo grappolo di case; l’avamposto del villaggio, abitato per lo più da cacciatori e membri della Milizia.
Lungo uno di quei sentieri, un giovane dal passo sicuro ma attento a non lasciare tracce e fare troppi rumori si sta dirigendo verso le case, dove alcuni uomini che non sembrano curarsi del nuovo venuto guardano smarriti e spaventati verso il monte che ancora sembra tremare per l’urlo che si è appena dissolto nel cielo. L’aria è ferma; pur essendo primavera, non c’è alcun uccello il cui battito d’ali possa smuoverla. La tensione la si sente fin nella terra, nasce dalla radici e si espande a ogni gemma, a ogni respiro o ronzio. Anche le api restano come sospese nei pressi delle arnie, come indecise sulla direzione da prendere.

Il viandante, capelli rossi, lentigginoso, vestito in una casacca che a uno sguardo distratto si confonde con la macchia di arbusti, si ferma con la circospezione di chi non vuole essere riconosciuto. Si siede su un masso, solleva le gambe tenendole tra le mani e volta lo sguardo verso le cime dei monti alla sua sinistra, incrocia le gambe e levatosi il cappello lancia un saluto al monte. Agitandolo in aria per farsi aria e asciugarsi il sudore, si volta verso il gruppo lontano e con sarcasmo bisbiglia tutto il suo disprezzo.
«Eccoli, i cuccioli perenni della terra, questi poveri esseri impauriti che di giorno si proteggono con mamma arma e nonna legge, mentre la notte si circondano di mura e vagano tremebondi per le loro case. Temono il buio e i suoi umori, come la preda che si aggira per il bosco dopo il calar del sole consapevole che prima o poi incrocerà il gufo. Oggi è giorno di terrore, loro lo respirano nell’aria e la loro paura è tanto grande quanto la loro inettitudine a riconoscere la storia del mondo. La si annusa fino a qui, eppure non si rendono conto di essere la più facile delle prede, per chiunque.

Il libro è acquistabile online presso il sito della casa editrice: http://www.lapiccolavolante.net/

Klaus Miser: la poesia (post di natàlia castaldi)

Klaus Miser

Klaus Miser

Klaus Miser nasce a Pescara e attualmente vive a Rimini.
Non ama gli ambienti letterari accademici, considera la poesia più che un modo per “partecipare di qualcosa”, urgenza e necessità per essere se stessa.
Avendole chiesto il permesso, mi permetto di estrapolare dalle nostre lettere private alcuni passaggi, che ritengo sintetizzino perfettamente la sua persona e la sincerità della sua postura poetica – oltre ad essere conformemente alla mia personale idea di ciò che è poesia, di per se stessi, appunto, vera e propria poesia:


”… detesto il mondo che gira intorno alla poesia. ma detesterei vivere senza poesia. 
io nella vita non so bene cosa faccio. so che lavoro, mangio, fumo, mi innamoro, mi sbronzo, cammino in mezzo agli alberi.
so che abito vicino al mare, e vicino l’unico grattacielo di tutta rimini. 
credo di avere una bicicletta.  so che mi piace andare in bicicletta. 
ma l’unico momento di cui ho davvero un ricordo di me è nella poesia.”

“ … Per decenni ho scritto senza alcuna condivisione, poi ho iniziato saltuariamente a leggere nei bar, quando proprio mi soffocava l’urgenza, così entravo senza dire niente e iniziavo a leggere. Andavo nei bar degli alcolisti o di malaffare, a vedere quanto valeva la mia poesia lì. 
Perché la poesia – lo sai meglio di me – è vista e vissuta come una cosa da casta e questo fotte tutti e fotte per prima la poesia stessa. 
Invece la poesia per me non è quella roba da muffa, quella gente che legge in modo altisonante, la poesia è per strada, vibra, è energia atomica fotonica, è ciò che fa girare il mondo, lenisce le persone, spiega le nuvole, è i fili magenta che tengono insieme le esistenze e solo lì io ho capito che aveva un senso dedicarmi alle mie miserie, quando vedevo le prostitute commuoversi o i vecchi offrirmi da bere. (a volte ho anche preso le botte perché c’erano le partite in tv). Paolo Vachino (poeta e collaboratore di Nuova Rivista Letteraria) è la persona che più mi ha aiutato e incoraggiato, quasi “violentato” a leggere le poesie. Quando l’ho incontrato mi ha letteralmente torturato affinché iniziassi a leggere pubblicamente, a fare uscire le mie cose, coinvolgendomi in molti slam poetry e letture, nei teatri nelle librerie, fino a convincermi “che avevo il dono e il dovere di essere virus di bellezza”. È stato un cambiamento importante per me, anche a livello di linguaggio. Mi ha dato consapevolezza e responsabilità, e le poesie sono migliorate. 
Qualcosa di vicino a questo è per me fare reading.”

Klaus 2

Klaus Miser


Dunque, tornando a Klaus, sappiamo che scrive poesie, che ha partecipato a qualche Slam Poetry e, solo da pochi anni, a molti reading a fronte di decenni di scrittura, non per “imporre” o esibire la sua immagine, la sua persona, quanto per la necessità che la fa essere poesia, ovvero: necessità di dire e comunicare: contatto e transito fisico che dalle sue parole si fa suono e, dunque, percezione-penetrazione d’esso nell’altro, nell’ascolto.

Ha collaborato con diverse realtà Queer, in seguito ha scritto “Forced–EppureNessunoParlava”, realizzandone successivamente un mediometraggio con Silvia Calderoni; mentre per Dafne Boggeri ha scritto “Anonimo” in Paesaggi Italiani, Sossella Editore.
Nel 2009 ha realizzato con la produzione di Fragile Continuo un reading-performance, “Kill Your Poet”, successivamente divenuto una plaquette che racchiude tra le sue pagine soffocati urli di composizioni che, sovrapponendosi al suono delle immagini, inscenano il senso di impotenza dinanzi al principio come alla fine, cui la labilità della condizione umana ci lega tutti, più o meno consapevolmente.
La sua volontà di ribellione dinanzi a quanto ci viene imposto o, comunque, percepiamo come ineluttabile, raggiunge nella sua poetica – da sempre ispirata da profondo amore per testi e postura poetica della grande Patrizia Vicinelli – una volontà di reazione ostinata e crudamente violenta tale da rivelarne picchi di inattesa e delicata dolcezza, che nello scuoiare ogni forma di desiderio, umana tensione, sospensione o irruenza di giudizio, ne rivelano – al di là di ogni letterario ed artistico (alto!) valore – visceralità, autenticità e originalità rare.

nc

__________________________

da “greatest hits”

a te

ti avrei sempre voluto
portare via
come un furto d’estate
come la gente si porta via
le saponette dagli alberghi

*

L’acuto incantamento dei monti
contro il molle brillio delle betulle
l’acciaio del lago e della sera
la fiamma delle sfavillanti stelle
non possono nulla
contro stanze dove si finge la vita
contro tavoli che dispensano numeri di sbieco
senza quelle stanze sarebbero fuliggine di tempo
non necessaria a nessuno
un alveare che frana contro antichi crepuscoli

il mondo guardato a peso morto
e pesato con tutte le tare del mondo

*

Abito in una casa altrui
in un viale col nome di qualcun’altro
bevo vodka filtrata da estranei lontani

abito in una casa altrui
in fondo al mare che non è mio
non un granello di polvere
non una sedia fuori posto
non ho sciolto io la sabbia
non ho tessuto io l’orditura delle sedie
abito in una casa altrui
mi agito per profitti di altri
progetto fondazioni che rimarranno sepolte
sotto le tristi sere di qualcun altro
ho amato donne che erano altrui
ho baciato braccia che non erano mie
ho fotografato vite che non avrei avuto

abito in una casa altrui
da cui contemplo la morte degli altri
sembra che neanche questa vita mi appartenga
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
solo questa miseria che scrivo è tutta mia
lascio il mio cognome onomatopeico
a difesa di una misera proprietà privata
così costosa da vivere
che certe sere vorrei non fosse mai stata mia

*

compromesso n. 16
quando esitando
sotto nuvole irrevocabili
mi perdonai subito per il compromesso n.15
causato solo dal compromesso n. 14
(bacche che diventano sputi rosso gengiva)
figlio del compromesso n.13
(una divagazione in tre atti)
e a sua volta in ragione
del compromesso n.12
(decoro di amari sorrisi)
ed in virtù del compromesso n.11
(gasometri nel cielo)
Non voglio neanche spiegare
il compromesso n.10
(gente che muore sul lavoro)
tantomeno il compromesso n.9
(gente che muore anche se non lavora)
e lo schifo del compromesso n.8
(morti viventi per strada)
conseguenza diretta del n.7
(cielo stellato e abuso di biglietti aerei)
quasi tenerezza in nome del compromesso n.6
(un addio precocemente lungo)
e giubili rosso gengiva nel compromesso n.5
(frane di viole violacciocche viole del pensiero)
flebili distanze paranoiche nel compromesso n.4
(fughe in avvenire non radioso)
tornare come un circolo vizioso al compromesso n.3
(origine di vampe spasmi passamontagna)
esitando dentro stanze senza nuvole
rigirare il dito nel compromesso n.2
(il linguaggio come disastro-dammi una sigaretta)
e aprire con gusto la ferita del compromesso n.1
(i need a dirty girl- versione non live!- ornitologia immatura)

*

l’amore finisce
dentro il suo spazzolino quasi nuovo
una domenica fredda
un biglietto con scritto novembre

l’amore si scioglie
dentro un nevischio di parole
sporche come la neve per strada
dieci giorni dopo

correva in quei mesi una ballata struggente
ora che la morte ci ha vinto

non ti rimborsano nè il biglietto, né la neve
ma ho riavuto un bagaglio smarrito
pieno di nuvole guardate in volo
pieno di neve come quando ho suonato il tuo campanello
pieno di brace, la vostra, che scalda i miei denti neri

l’amore ricomincia tutte le volte
che infilo le mani nel tuo maglione
tutte le volte che mi dite
non usare quello spazzolino
per ricordarti il sapore di un bacio

*

un ultimo sguardo commosso
alla ruggine dei termosifoni
alle spine tedesche
alle macchie sulle pareti
alle crepe dell’intonaco
ai templi zelanti del mio stomaco

io stakanovista della bruma
intellettuale delle carie
teorica dell’irreversibile
ipocondria da tempo libero
ossessione per la morte
ricerca della rovina della caduta dell’accensione

centralina elettrica del rifiuto
lago artificiale delle mie nevrosi
insonne mentre dormo
dormiente mentre frano
quiescente mentre scrivo

ladies and gentlemen
klaus miser live!
2 centimetri di futuro. 20 di cazzo.
tutte e due finti

***

dalla raccolta “happydaysinthemountains”

happydaysinthemountains#2

sarà permesso ai cervi
l’odore della neve
inghiottito in un cocktail disperato
ma anche sprofondare nel divano
imbalsamarsi nei pomeriggi
ricordare opacamente ogni morte
ogni erba mancata ogni abbandono

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
ammireranno tutti i tradimenti dell’estate
le promesse vane adorne di foglie
ogni vagare annusando tra le strade di berlino

dal sottobosco per ogni cervo claudicante
nasceranno veleni sottili come funghi pallidi
masticati con occhi spenti
perderanno l’olfatto dei simili
così assenti nei giorni felici tra le montagne

l’orizzonte di ghiaie inghiottito da croci nere rovesce

adulate con bramiti cupi
e brame innocenti
e della neve perderanno ogni traccia
ogni odore ogni stagione mancata

cervi tra estati sussurranti e alberi morenti
chiuderanno gli occhi liquidi all’ennesima telefonata
la testa come un tulipano marcio
e il vapore di un’altra sera sbronzi tra i boschi
giorni felici tra le montagne!
a ricordare i frutti mancati
spinti sempre più in basso da battute di caccia
di un folle color prugna
nonostante le stelle cadenti

nei libri illustrati dai colori corrosi dal sole
a pagina 22

la mia vita
quando tutto è arrivato tardi

*

happydaysinthemountains#4

non è di nero
che posso vestirmi per piangerti
già camminavamo oscillando
nelle strade più neri del catrame
e tu davi sempre un calcio a qualcosa
e c’era odore di resine e sudari ammuffiti
il mondo di seconda mano l’insistenza dell’erba l’invenduto delle nuvole
e scoli neri contro il cielo serale quello già ci piaceva

non è di pioggia
che posso tessere il mio pianto
già guardavamo la pioggia per ore
e ci stringevamo contro i telai arrugginiti dei bar
per prendere solo le gocce sulle scarpe
ridendo come sulla sponda di un fiume limoso
e afrore di mattoni di stanze chiuse di tendine infiammabili
e odore di fossi nel tuo letto
quello già ci piaceva

non è di tempo
che posso riempire la tua assenza
l’ombra defunta dei fili di luce arriva quando vuole
e non sazia nè i vuoti nè i pieni
e i giorni scivolano vecchi sul pendio infinito di un vuoto sempre nuovo
e ingobbisce i lavapiatti i facchini i magazzini
e tarla le lapidi ammuffisce i fiori sbiadisce i nomi colma le fosse
i posti senza anima viva il nulla la negazione del tempo
quello già ci piaceva

non è di fiori
che posso riempire la tua tomba
tu che hai riempito il tempo di colori
mi hai lasciato una restituzione all’oscurità assoluta
senza telaio e senza occhi
solo il profumo decaduto di infelicità inguaribili
e quello già ci piaceva

non è nelle parole
che posso farti rivivere
sprofondato nella fossa comune dei senza nome
non posso chiamarti senza finire le parole
le porte sono chiuse e quello che volevo dirti è rimasto dentro
nel tempo sbarrato dei morti
e di giorni felici tra le montagne
e montagne piene di fiori la giustizia senza tempo degli animali
quello già ci piaceva

non è girando per le strade
che posso far finta di averti ancora accanto
e il pomeriggio sa di fiume marcio
dove galleggiano resti di fiori e raschiature di colline
e odore di gasolio e nuvole contro i telai arrugginiti dei bar
e quello già ci piaceva

non è con un braccio
che posso portarti indietro
perché quel braccio lo usavo per scagliarti addosso la radio
e tu per cambiare musica
e nella musica finivamo per impazzire
e leggevamo le viole e i fienili dementi di trackl
e perdevamo sempre, perdevamo sempre
e anche se la musica è sempre più alta
rimane solo il silenzio di te

***

dalla raccolta “Non è un paese per poeti”
(N.d.r.: l’incipit di ogni poesia della raccolta forma l’acronimo del titolo della medesima silloge; potendo pubblicarne solo due testi, ovviamente si viene a perdere la bellezza di una lettura che necessita continuità e consequenzialità)

N come non è Bisanzio il paradiso
ma l’esplosione di nuvole sopra powerscroft road
il tacito patto dei salici lungo il Tamigi
november rain a giugno
la topografia ridisegnata dalle vene d’acqua
la salvezza affidata solo ai cervi
niente può più cambiare
talvolta
la resurrezione affidata solo agli alberi che non esistono più
ai gelsi
all’erba piegata dalla pioggia
al poeta matto di shoreditch che chiede sputando one pppp-pound
non un centesimo di meno
N come il succedersi delle stagioni
che mi ama perché io non esisto
così come i gorghi neri amano i marinai
perchè solcano solo l’apparire della marea bluastra
come il mondo dalla fine
come un binario morto
il carbone mezzo arso e mezzo no
come la debacle dentro un bacio
mangiamo le parole come le cave mangiano le montagne
N come monocromie ancestrali
fiamme ungheresi
inizi balcanici di incontenibili ardori

poesie infinite tra i gasometri
poesie mai terminate in caledonia
poesie tossiche nel silenzio del cielo stamattina
ombre allungate dalle ceneri e dalle braci
tu alla sera rovistavi la brace
il tuo braccio storto dalla vecchiaia come orologio atomico
scandiva un tempo preciso stabilito una volta per tutte
arso nelle braci del ricordo
combustione di cieli azzurri
sinfonie mute
hai visto la paura o i frati neri o la sua foto fatta a pezzi?
il giubileo non della regina ma di santo derek jarman
protettore dei muri rossi
degli addomi trafitti
della carta da parati
dei ragazzini al sole che vivono fuori dal cerchio delle lacrime
quando hai smesso di piangere come un salice
fuori si muoveva ancora un formicaio di vanità
melodrammi privati
scarpe perse per strade
novembre rain a giugno
una settimana di ferie all’anno
3 pappagalli alla sbarra
ripetono lo stornello
sei un poeta solo sei un poeta malato
estasi di tabacco e samovar di antichi riti
2 cugine di nome Heather
5 mq di soffitti pieni di preludi e di muffa
36 anni nello scoraggiamento di un facchino biondo ai mercati generali
4 lumache si infilano dentro la cornetta dello yorkshire
la francese ripeteva alla cornetta voglio solo un vestito vittoriano
voglio solo venire da te
la cornetta era staccata
staccata la retina per non vedere più

sono su un baratro di parole
e non m’azzardo ad entrare

lago morto ristagni d’acqua nei vicoli
la pozzanghera e l’altra scarpa mancante
un assolo e un cavaliere tutto rosso
di timidezza e di quattrocento
finisce la strada con la puzza dei porti
finisce la sera insieme a un strip tease da suicidio
finiscono le sigarette e pure le stanze d’albergo
solo le donne e i poeti sono gli occhi di dio
la ragazzina tossica mi accompagna a brick lane
ha le unghie rotte e lo smalto impreciso
rioni di case popolari
gli emozionati e il mangime nei tuoi quadri
nei miei solo penombre provvisorie
I’m coming home e tu non lo sai
goodbye blue sky goodbye

*

E poi quello non è il rubicone ma il pisciatello
e rovescia sulla polvere e sulle deviazioni del linguaggio
tonnellate di parietarie che non so
ma poi
diventate i cantori delle scarpate ferroviarie
i danzatori fiammeggianti dei crepuscoli metallici
nel mercoledì delle ceneri e delle sigarette
trionfò come un dispetto
la legge inalterabile delle donne troie
dimenticai l’eco dei gabbiani
sbarcai sul pisciatello sulla scia della neve
hesitating once more
frutti spaventosi e grigie mattine
sul meandro del pisciatello
giaceva il simulacro delle parietarie
che trattava le ombre come cose sacre e le tue mani
come i sacerdoti del vizio

siamo nella romagna micragnosa
dove rintoccano le campane della luce antica
e poi sabbie argille e limi
trasgressione della neve leggera
e regressione dell’estate nera
di vittoria in vittoria giunsi saltellante
alla mia sconfitta solenne
strade di musica frantumata e ossigeno in avaria
quasi un leggero senso di malessere
e intanto sul pisciatello
il giallo spento delle canne e i fumi azzurrini del contegno
triste canaletto di irrigazione

e luce luce luce

la tua testa stanca tra teste di cazzo
il tuo sorriso acceso nelle mattine spente
indizi precisi di luminosità
orgia luminosa di passati e presenti
e tutti senza denti

una desolazione con l’ingoio

***

Due inediti letteralmente “rubati” dal profilo Facebook di K.M.
(che spero mi perdoni).

e torno da te
torno sempre da te
nelle mie immobili albe
e disperazioni gialle
ho la tuta nera un cappellino da pescatore uno sputo nero sul cuore
un fornello tutto sporco di caffè
torno sempre da te e ti odio e divento muta perchè ti amo
e ho fatto l’amore con donne che non erano mie
e cazzo quanto ho parlato
e pensavo a te e morivo dentro il mio sputo nero
nel mio juke-box di angoscia
tripudio di bonus: sbagliare prima possibile!
faccio il riepilogo della situazione : niente è mio very well!
solo tu
tu tanto torno da te
tu siringa io stagnola
e ho amato una che aveva i pesci rossi vicino al letto
una che aveva gli occhi azzurri e gli occhiali
una che viveva nell’inferno parlavamo d’inverno
uno che aveva gli slip azzurri
una che aveva le lentiggini
e il conad city come la mia divina commedia
sono un cervo che fuma sigarette greche
non lo sapevo, non lo sapevo, ti giuro che non lo sapevo
quel giovedì quel venerdì questo martedì
e sono a te
sono da te
sono il tuo sacrificio
sono il tuo unico disastro
sono la tua poesia detta male di merda biascicando
venghino signori venghino
è tangeri è rimini è questa cazzo di stanza
è il mio cazzo di divano
è questo cazzo di niente
volevate la poesia reale civile quella degli avi
quella dei bravi quella dei miopi quella che vi piace
che parla d’amore che metti mi piace
che faccio finta di niente che dai sono tranqui
ma tanto io vengo sempre da te
porto l’amore che non sono riuscita a dirti
ti porto la tremenda ferita sull’orlo dell’abisso
te la dò indietro e anche vaffanculo
io ho conosciuto la vita le parole
il tempo che appartiene ai fiumi
neanche quello era mio, solo tu cazzo
tanto torno da te
che non trascolori mai
che hai spento la luce una volta per sempre
una volta per tutte

*si ricompie un miracolo
come una dannazione
un back ground che resta unico
un flash back senza ritorno
uccidimi una volta per tutte
e lasciami
andare via
via da te*

tanto torno sempre da te
a Patrizia Vicinelli.
*di Patrizia Vicinelli

©klausmiser®

*

la grande nevicata di dicembre
ricordo solo del mio amore a parigi
e un fiume cieco pieno di fango e di fiori
e le tele di bacon
e dopo di lui
non tornai mai più com’ero prima
e non tornai più a parigi

poi mi innamorai a londra
ma ricordo solo
l’erba di london fields e danze di scoli neri
e ragazze di west end con occhi rossi e tacchi a spillo
ma anche di te
che ci amavamo nello yorkshire
ricordo solo brughiere e una piscina abbandonata
e io che inseguivo bitorzoli di muschio

poi ti amai a barcellona
ma ricordo solo camere d’albergo
e le sigarette fumate
nelle camere d’albergo
e uno skyline triste da camera d’albergo
e trans con aureole di palme alte contro cieli azzurri
dai vetri delle mie camere d’albergo

del mio amore a sud
ricordo solo maree
come una febbre ricorrente
e la sexton che mi partoriva continuamente
come un fazzoletto perso per strada
c’erano 67 piccoli cervi disegnati e uno sputo di marea

dei nostri orgasmi scintillanti
in romagna
ricordo solo strade nebbiose
e scoli neri chiamati fiumi
non trovavo nè il mare nè la strada
nè i tuoi tacchi a spillo
nè bitorzoli di muschio
e non trovavo nemmeno te
tanto ti cercavo

poi mi innamorai a new york
ma ricordo solo granai e strade e foglie
e ponti e fiumi neri e poi una fotografia
ma del 1912
e skyline di alberi il giorno di natale
e il cielo ghiacciato dall’aereo
è l’alaska disse la hostess
ma io vedevo solo un vetro e il suo décolleté riflesso nel vetro
è l’alaska disse e l’amore è come quando fa freddo in alaska
disse proprio così è l’alaska

l’anno cominciò con un grande amore
a berlino
ma ricordo solo la mia matita rossa a treptower
nenie sovietiche cadevano sui tetti di notte
e alberi d’argento e malinconie d’acciaio
e un caffè dai vetri del kino international
e l’erba fumata di notte davanti fiumi ghiacciati
e l’est come un sogno ghiacciato

dell’amore che mi consumò a praga
ricordo bene il cortile di un gommista
e io come una statua mangiata dalla pioggia
che aspetto hrabal tra colline di filo spinato
e tutta praga vista dal vetro della signora capkova
e tutta budapest vista dal vetro del signor nolan
e mi ricordo colline nere e laghi di notte e skyline tremolanti
e non mi ricordo neanche se eri tu

poi mi innamorai in olanda
ma non ricordo altro
che il colore blu declinato in mille acque
e canali e cieli blu aringhe e troie
che guardavo adorante come se fossero van gogh
e ridevo anche quando m’hai rubato tutto
e c’era un cielo nero ma forse era la danimarca
e forse non eri tu ma van gogh sicuro era blu
perché com’ero prima non tornai mai più

della grecia non ricordo il tuo amore
ma ginestre e cicale e strade secche
e tutta una asciuttezza fatta mare
fatta stelle fatta mia

dell’amore
che vivrò a mosca
mi ricordo solo 5 poesie facili e una difficile
e neve sporca e una vodka senza ghiaccio
e un cielo senza neve e senza stelle

di tutti gli altri amori ricordo
solo vetri stanze d’albergo cervi e sigarette
l’amore è forse tutto qui

©klausmiser®